Oh come lor beffarda ira scagliata
Contro gli altari l'alma mia percosse!
Ed, ahi! la prima voce scellerata,
Che da innocente fede mi rimosse,
Uscì da tal, che, dopo aver sacrata
Sua vita al tempio, il divin giogo scosse!
Quanto è alta luce pio, ver Sacerdote,
Tant'è funesto mastro ogni Iscariote!
D'inferno una smania
Tormenta quel tristo,
Che indegno consacra
La coppa di Cristo,
Che insegna il Vangelo
Con labbro infedel;
Che invidia de' laici
Le vesti e la chioma,
Che irato sogghigna
Sui cenni di Roma,
Che nutre eresia
Mal cinta da vel.
Ossesso quel petto
Quïete non gode
Se in alme innocenti
Non getta sua frode,
Se non avvelena
Lor candida fè:
Ei spera, involando
Credenti al Signore,
Estinguere il verme
Che rodegli il core,
E dirsi: «Per gli empi
»Castigo non v'è».
Tal fu lo sciagurato, onde la prima
Fïata io stupefatto e impaurito
Intesi accenti di bestemmia astuti
Contro a' misteri, dietro cui l'eterna
Maestà del Signore all'uom traluce.
Avess'io a quell'apostata strappata
L'indegna larva! L'avess'io al cospetto
De' giusti vilipeso! Io stoltamente
Tacqui, e volsi nel cor le rie parole
Dell'incarnato Sàtana, e sorrisi
Al suo ingegnoso e perfido sorriso,
E in forse stetti, fra i dettami austeri
Da verità segnatimi, e i dettami
Lieti e superbi del parlante serpe.
Da quel funesto giorno io non potei,
No, disamar le sante are paterne,
Ma a quando a quando io le mirava, incerto
Se venerar le dovess'io, siccome
Ne' miei dì d'innocenza, o se più senno
Fosse obblïarle o irriderle, e aver soli
Idoli i miei voleri e il mio ardimento.
Così varcai l'adolescenza, e gli anni
Toccai di giovinezza, ebbro di studi
E di speranza nelle forze innate
Del mio altero intelletto. E pure i templi
Secreto avean per me fascino sempre!
E sovente io gettava i baldanzosi
Libri, e fuggìa le argute, empie congreghe,
Per raddurmi solingo e sconfortato
Sotto i tuoi grandïosi archi vetusti,
Lugdunense Basilica, ove i primi
Apostoli di Gallia hanno sepolcro!
Oh bella chiesa! Quante volte prono
Colà pregando e meditando io piansi
Le natìe abbandonate Itale sponde,
E il focolar lontano, ove la madre
Ed il padre e i fratelli erano assisi,
E piansi in un mie tenebre, miei dubbi,
Mie passïoni, ed il perduto Iddio!
Perduto, no, per me non era! e il lume
Di lui mi sfolgorava alcune volte
Sì che sparìan le tenebre, e di novo
Io mandava dal core inni di gioia.
Ma tempi erano quei di non verace
Filosofia, sulle rovine sorta
Di molti altari, e sovra molto sangue;
E la Gallica terra, infra sue pesti,
Di sacerdoti rinnegati avanzo
Chiudea velenosissimo; e i più feri,
Più studïosi e scaltri eran nemici
De' sacri templi, rïaperti allora,
E dal Corso magnanimo scettrato
Arditamente in onoranza posti.
Un di que' Giudi inverecondi a' passi
Miei s'attaccò: l'ornavan lusinghieri
Eletti modi, e pronto ingegno, e il foco
De' sottili motteggi scoppiettanti,
E facile parola, e d'infiniti
Libri conoscimento, e quell'audace
Sentenzïar che sicuranza appare.
Sommessa voce ripetea d'orecchio
In orecchio: «Ei fu monaco»! E la macchia
Sciagurata d'apostata sembrava
Sedergli orrenda sulla calva fronte,
E dir: «Nessun più sulla terra l'ami!»
E nessun più l'amava, e nondimeno
Ascondean tutti l'intimo ribrezzo,
E cortesi accoglieanlo, e davan plauso
Alla dolce arte della sua favella.
Quella canizie al disonor devota
Orror metteami e in un pietà. Più giorni
L'esecrai, l'osservai, gli porsi ascolto
Come a stupendo rettile, e gli chiusi
I miei pensieri; indi scemò l'occulto
Raccapriccio, e piegai più tollerante
L'alma alle grazie di quel falso ingegno.
Oh pe' giovani cuori alta sventura
Lo scontrarsi in sagaci empi, che fama
Di lunghi studi grandeggiar fa al guardo
Dell'attonito volgo, e d'intelletti
Che pur volgo non sono! Al rinnegato,
Pur non amandol, mi parea di stima
Ir debitor per l'inclite faville
Del possente suo spirto, e palesava
Ei di mia riverenza e d'amistade
Gentil, singolar brama; e questa brama
Era al mio stolto orgoglio esca gradita.
Lunghe non fur tra noi le avvicendate
Confidenze ed indagini, e m'invase
Giusto corruccio, e da colui mi svelsi:
Ma le illudenti sue dottrine, a guisa
Di succhiante invisibile vampiro,
Stavan su me, riedean cacciate, e furmi
A tutti i giovanili anni tormento.
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Più vivo in me si raccendea l'amore
Delle case di Dio, quando rividi,
Bella Italia, il tuo sole animatore,
E m'accolsero i cari Insubri lidi,
Dove gli avi mostrar quanto al Signore
Fosser devoti e a grande intento fidi;
Tal sacra ergendo maestosa mole,
Che a lodarla il mortal non ha parole.
Troppo ancora in Milan l'anima mia
Tra giochi e alteri studii vaneggiava,
E glorïosi amici e fama ambìa,
Ed ogni dì più folli ombre afferrava.
Ma pur di salutar malinconia
Frequente un'ora i gaudii miei turbava,
E al tempio allora io rivolgeva il piede,
E in me scendea consolatrice fede.
E l'amato mio Foscolo infelice,
Sebben lui fede ancor non consolasse,
Talor volea con umile cervice
Mescersi all'alme per cordoglio lasse,
Che la bella de' cieli Imperadrice
Imploravan che a lor grazia impetrasse;
E quando al tempio a sera ei mi seguiva,
Indi commosso e pensieroso usciva.
Oh quante volte insiem quella scalea
Ascendemmo del duomo inosservati!
Quante volte in quegli archi ei mi traea,
E là susurravam detti pacati
Sul beneficio d'ogni eccelsa idea,
Sui vantaggi dell'are all'uom recati,
Sulla filosofia maravigliosa
Che della Chiesa in ogni rito è ascosa!
Oh allorquando vi penso, io spero ognora
Che, pria di morte almen, quell'alto ingegno
Avrà veduta la söave aurora
Del promesso agli umani eterno regno!
Spero che quella forte anima ancora
Nodrito avrà del ciel desìo sì degno,
Che quel Dio che sol vuole essere amato
Avrà i tardi sospiri anco accettato!