Con reverenza visitava io pure
Altre in Milano vetustissim'are:
Quella ov'a Sant'Ambrogio ama sue cure
Il buon Lombardo con fiducia alzare,
Ed il sacel, dove Agostin le impure
Fiamme alfin volle in sacra onda smorzare,
E colà volgev'io nella mesta alma
Sete di verità, sete di calma.
Ed in talun di quegli alberghi santi
Una donna io vedea ch'erami stella;
E a lei movendo i guardi miei tremanti,
S'umilïava mia ragion rubella:
Mi parea ch'a me un angiolo davanti
Stesse per me pregando, e allora in quella
Amica del Signor ponendo io speme,
«Ah sì, diceva, in ciel vivremo insieme!»
Ma de' templi alla mistica dolcezza
Vinto non era appien l'orgoglio mio:
Il passo indi io traea con leggerezza,
E i gravi intenti rimettea in obblio:
Rossor prendeami appo colui che sprezza
Chi, pari al volgo, osa implorare Iddio:
Io mi volgeva a Dio, ma come Piero,
Interrogato, ahi! rinnegava il vero!
E poi non come Piero io mi pentiva
Con dïuturno, generoso pianto;
Incostante nodrìa fede mal viva,
E a guisa d'infedele oprava intanto:
Allor fu che la folgor mi colpiva,
E ogni mortal mio giubilo andò franto,
E in man mi vidi d'avversario forte,
Me condannante a duri ceppi o morte.
Oh lunghi di catene e d'infiniti
Strazi del core inenarrabili anni!
Ed oh! com'anco in giorni sì abborriti
Mia fantasia godea sciogliere i vanni,
E fingersi ogni sera entro i graditi
Templi, ed ivi esalar gli acerbi affanni!
Poche amate persone e i patrii altari
Erano allora i miei pensier più cari!
Oh quai mi parver secoli
Que' primi anni di duolo,
In che fra mura squallide
Vissi cruciato e solo!
Nè mai con altri supplici
Sorgea la prece mia,
Ed il desìo del tempio
La pace a me rapìa!
Mi si pingeano i fervidi
Religïosi incanti,
Le grazie che sfavillano
D'in sugli altari santi:
E di Davidde i gemiti,
E gli avvivanti lumi,
E le armonie dell'organo,
E i mistici profumi,
E l'ineffabil agape,
Ove il Signore istesso
Pasce e solleva ad inclite
Speranze l'uomo oppresso.