Qui il ciel sovente è limpido zaffiro,
E spande fulgidissima la luce,
Poscia improvvisa là sui gioghi io miro
Nube che tuoni e fulmini conduce,
E ne' rami degli alberi uno spiro
Freme di vento, or lusingante, or truce,
E in tutte quelle cose è un'armonia
Che scuote l'alma ed al Signor l'avvia.
Venìa meco Tancredi, ed ammutiti
Or contemplando questo, or quell'obbietto,
Più gioïvam perchè fra noi partiti
Sensi cotanti d'intimo diletto
Scorger ne fean quanto da Dio forniti
D'unanime eravam mente ed affetto:
Tacean le lingue, ma l'alterno sguardo
Il söave dicea sentir gagliardo.
Più oltre i passi producemmo, e alfine
I delùbri toccammo desïati:
Su ciascun di essi vaghe ombre son chine
D'olmi vetusti, sotto a cui posati
Già si son peregrini e peregrine,
Ora in polve dispersi ed ignorati.
Quanti, com'io, veduto han queste rive!
Tutti son morti, e quella ombra sorvive!
Il pio silenzio di tai sedi appella
A veridici e gravi pensamenti.
Scende sul cor rimorso, e lo flagella,
Ma speme santa mitiga i tormenti.
Scerne l'uom ch'ogni vita si scancella,
Quasi che gli anni suoi fosser momenti,
E invaso allor da salutar terrore,
S'umilia, e invoca, e trova il Redentore.
Oh! chi d'uopo non ha di chi il redima?
Qual adulto vivente è immacolato?
Chi non desìa tornar ciò che fu prima,
Quando non era ad empietà varcato?
E chi fia mai che irreverente imprima
In Santuario i piedi, ove adorato
Mirasi quanto, sceso in terra Iddio,
Per redimerci tutti, oprò e patìo?
No, qui nulla è volgar, nulla è concetto
Di scempi ingegni! tutto è sapïenza!
Rider vorrìa l'incredulo intelletto,
E falla qui a lui stesso la impudenza:
Qui riconoscer debbe ei con dispetto
Esservi un Bel che sforza a reverenza:
Istorïate scene del Vangelo
Han qui una voce che rammenta il Cielo.
Di Varallo i sacelli adorni sono
Di cento effigie di gentil lavoro:
Ed una v'ha che par d'angioli un dono,
Cotanto pinge di Maria il martoro!
Di Maria, che in orribile abbandono
Indicibil, divin serba decoro,
Di Maria che, abbracciando il morto Figlio,
Frena le amare lagrime in sul ciglio!
Fra gli sparsi tempietti si divelle,
Qual tra la prole sua la genitrice,
Qual magnifica luna infra le stelle,
Sommo Tempio che al loco appien s'addice.
Egli è sacro a Maria, che fra le belle
Schiere de' cherubin sorge felice,
E dir sembra a' mortali:—«Oh figli miei!
Meco voi tutti alzare in ciel vorrei!»
Non fulge dì, non fulge ora del giorno,
Che sul monte preganti alme non meni.
Sono pii villanelli del contorno
Che invocan messi a' patrii lor terreni;
Sono un padre sanato, e a lui d'intorno
I figli suoi di gratitudin pieni;
Son donne antiche e vergini montane
Vestite a fogge in un leggiadre e strane.
E queste e quelli, a varii gruppi onesti,
Van ramingando qua e là pel monte.
Mormoran preci, e i rai tengon modesti,
Ed in ogni sacel chinan la fronte,
E più si ferman dolcemente mesti
Dove San Carlo ha sue pedate impronte;
E sotto voce ai figli il genitore
Le virtù narra di quel gran Pastore.