Voce per ogni parte era d'Achivi:
«Noi chiama Giove a illuminar la terra!
Al nostro Omer, ch'è luce
Prima alle menti, succedean tai vati,
Onde a fiotti emanàr del bello i rivi;
E, perchè il sommo Bel tutti rinserra
Sensi gentili e sapïenza adduce,
Gli Apelle e i Fidia in queste aure son nati,
E Plato e gli altri mille,
Che poste ne' misteri han le pupille».

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Gloria, sì, coronò le Achee pendici;
Ma del grande Alessandro il trono cadde,
E le barbare genti
Contro il superbo eroe mosse a disdegno
Dell'alto crollo si stimàr felici;
Poi d'arti e di saver Grecia decadde,
Sì ch'alle scuole sue contraddicenti
Chi recava di lumi avido ingegno,
Sol v'imparava come
Darsi del ver possa a menzogna il nome.

Vidi un'età delle sue forze altera,
E sfavillava questa in Campidoglio;
Scherniva i preceduti
Secoli, che dall'uom sommi fur detti.
Tutto cedeva all'aquila guerriera
Che ad ogni eccelsa meta ergea l'orgoglio.
Sul Tebro convenìan co' lor tributi
Della terra i più splendidi intelletti,
Ogni altro core umano
Dovea spezzarsi o diventar Romano.

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Latina voce in tutte aure s'udìa:
«Noi siam chiamati a spegner l'ignoranza
Che dagli antichi tempi
Le varie schiatte de' parlanti regge;
Noi soli alzar possiam tal monarchìa
Che abbracci il mondo e il forzi a fratellanza,
Che per ogni contrada atterri gli empi,
Che in loco di furor ponga la legge;
Filosofia fanciulla
Vagì sinor, noi la traggiam di culla».

Gloria brillò sul Tebro incomparata;
Ma i gagliardi imperanti all'universo
D'onor si dispogliaro,
E dier lo scettro a destre parricide:
La immensa monarchia fu lacerata,
E da' suoi prodi eserciti converso
Contro agli Augusti suoi venne l'acciaro,
E più stolto di pria l'orbe si vide:
Gara di colti e rozzi
Furon morte, perfidia e gaudii sozzi.

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Vidi un'età delle sue forze altera,
E dava di sè mostra in varie sedi:
I popoli che oppressi
Avea di Roma il gigantesco ardire,
Veggendo vacillar l'alta guerriera,
Di sue virtù si dissero gli eredi:
Fiato alle trombe in venti regni diessi,
E tutti ardendo di terribili ire
Giuràr pei nobili avi
Che a Roma guasta non sarìano schiavi.

Voce sonò di barbare coorti:
«Noi chiama il cielo a restaurar giustizia,
Chè ne mentì il Romano
Impromettendo civiltà e diritti;
De' mortali tradite eran le sorti
Per satollar di pochi l'avarizia;
Tutti scettri afferrar non de' una mano;
Tutti i popoli denno essere invitti!
Oggi infiacchisce Roma,
Si punisca, a lei spetta oggi esser doma!»