Sempre onoranza fra i più cari amici
Rese al canuto Giovio venerando,
E sue parole di virtù motrici
Con benevol desio stava ascoltando,
E a lui diceva:—«Anch'io giorni felici
Ho sulla terra assaporati, quando
Innamorata ancor la mia pupilla
Vedea quel Nume che a' tuoi rai sfavilla».
E Giovio protendendo a lui la mano,
Paternamente gli diceva:—«Io spero,
Io per te spero assai, perocchè umano
E magnanimo ferve il tuo pensiero!
Invan t'ostini fra dubbiezze, invano
Della grazia ricàlcitri all'impero:
Iddio t'ama, ti vuol, nè ti dà pace,
Sinchè d'amor non ardi alla sua face».
Tai detti al cor scendean del generoso
Che il bel profondamente ne sentiva;
E al vecchio amico rispondea:—«Non oso
Sperar che in mar cotanto io giunga a riva;
Ma vero è ben che più non ho riposo,
Dacch'egli è forza che dubbiando io viva,
E un dì tua sicuranza acquistar bramo,
E il mister della Croce onoro ed amo».
E siccome al buon Giovio sorridea
Con ossequio amantissimo di figlio,
Così sul mio Manzoni Ugo volgea
Quasi paterno, glorïante ciglio:
In esso egli ammirava e predicea
Di fantasìa grandezza e di consiglio,
Forte garrendo, se taluno ardìa
Di Manzoni schernir l'anima pia.
Tal eri, o mio sincero Ugo; e più volte
Io pure udii tuoi gemiti secreti,
Qualor non prevedute eransi accolte
Su te cause di giorni irrequïeti.
La guancia t'aspergean lagrime folte
Ricordando i fuggiti anni tuoi lieti:
—«Percuotenti, sclamavi, un Dio tremendo,
Che offender non vorrei, ma certo offendo!»
Allora a dimostrar che titubante
Mal tuo grado bolliva il tuo intelletto,
Ed odio non portavi all'are sante,
E di sete del ver t'ardeva il petto,
Meco avvertivi nella Bibbia quante
Splendesser tracce del divino affetto,
E confessavi, in tue mestissim'ore
Sol raddolcirti quel gran libro il core.
Un dì col genitor del mio Borsieri
Io passeggiava al bosco suburbano,
E tu ch'ivi leggendo sedut'eri,
Ci vedesti, e gridasti da lontano:
«Ecco il volume degli eterni veri!»
Corsi, e il volume presi io da tua mano:
Lessi: Evangelio! E—«Bacialo! dicesti;
Gl'insegnamenti d'un Iddio son questi!»
Ah, sebbene quell'Ugo ottenebrato
Mal sapesse scevrar natura e Dio,
E talor supponesse annichilato
Nella tomba il mortal che i dì compio;
D'altro dopo l'esequie eccelso fato
Nodrìa talor vivissimo desìo,
E dir l'intesi:—«No, quest'alma forte
Mai non potrà vil pasto esser di morte!»
E ben più udii dal labbro tuo eloquente,
Quando insiem leggevam famose carte,
Ove un illustre ingegno miscredente
Rampogne avea contro alla Chiesa sparte:
Dal seggio allor balzasti impazïente,
E ti vidi magnanimo scagliarte
A sostener con voci alte e robuste,
Che le accuse ivi mosse erano ingiuste.
E quantunque a' Pontefici severo
Si volgesse il tuo spirto e a' Sacerdoti,
Ammiravi la cattedra di Piero
Ne' giorni di sua possa più remoti;
E di gentil nell'arti magistero
Datrice l'appellavi a' pronepoti;
E sovra ognun che fu decoro all'are
Liberal laude ti piacea innalzare.