Te sorpreso di morte sì precoce,
Deh! amico, non avesse il fero artiglio!
Più fido mi vedresti ora alla Croce,
Più concorde or sarìa nostro consiglio.

E tu stesso maestri avendo gli anni,
Con più sicura man rigetteresti
Del secol nostro gli abbaglianti inganni,
E tutti i lumi tuoi foran celesti.

Ma fu per te misericordia certo,
Che tu morissi pria dell'ora, in cui
Trassi prigione in bolgie, ove deserto
In grandi strazi per due lustri io fui.

Le ambasce mie, le ambasce d'altri amici
Troppo avrian tua pietosa alma squarciata:
Chi vive sulla terra a' dì infelici,
Troppo ne' danni i soli danni guata.

Invece, assunto, come spero, al loco
Ove in tutte sue parti il ver risplende,
Veduto avrai che di sventura il foco
Talor sana gli spirti a cui s'apprende.

Veduto avrai siccome io, debol tanto
Quando i miei dì fulgean più dilettosi,
Nel supremo dolor contenni il pianto,
E mia fiducia nell'Eterno posi.

Veduto avrai siccome, fatto io preda
Di lunghe dubitanze sciagurate,
Solo in carcer la diva afferrai teda,
Che mie maggiori tenebre ha sgombrate.

Veduto avrai, dentr'anime più pure,
Che non era la mia, nel duol costrette,
Stimol gagliardo farsi le sciagure
A volontà più fervide e più elette.

Commiserato avrai noi doloranti,
E reso grazie a Dio, tutti scernendo
Dell'oprar suo sublime i fini santi,
Pur quando sovra l'uom tuona tremendo.

Tu mel dicevi un giorno, ed io superbo
Crederlo non potea! Tu mel dicevi:
«Dio non si mostra a sua fattura acerbo,
Se non perchè l'amata a lui s'elèvi».