Non più sorriso d'immortali Muse!
Non più suono di plausi! e tutte vie
A crescente rinomo indi precluse!

Ma conforti reconditi alle mie
Tristezze pur il Ciel mescolar volle,
E il cor balzommi a rimembranze pie.

Del captivo l'afflitta alma s'estolle
A vita di pensier, che in qualche guisa
Il compensa di quanto uomo gli tolle.

E quella vita di pensier, divisa
Fra le non molte più dilette cose,
Ora è tormento ed ora imparadisa.

Io fra tai mura tetre e dolorose
Pregava, e amava, e sentìa desto il raggio
Del pöetar, che il cielo entro me pose.

Miei carmi erano amor, prece, e coraggio;
E fra le brame ch'esprimeano, v'era
Ch'essi alla cuna mia fossero omaggio.

Io alla rozza, ma buona alma straniera
Del carcerier pingea miei patrii monti,
E allor sua faccia apparìa men severa.

E m'esultava il sen, quando con pronti
Impeti d'amistà quel torvo sgherro
Commosso si mostrava a' miei racconti.

Pace allo spirto suo, che in mezzo al ferro
Umanità serbava! A lui di certo
Debbo s'io vivo, e a' lidi miei m'atterro.

Morto o insanito io fora in quel deserto,
Se confortato non m'avesse un core
Nato di donna, e a caritade aperto.