E del saver tra' figli tuoi sia duce
Non maligna arroganza, invereconda,
Ma quella fè che ad ogni bene induce;
Quella fede che agli uomini feconda
Le mentali potenze, a lor dicendo,
Ch'uom non solo è dappiù di belva immonda.
Ma può farsi divin, virtù seguendo!
Ma dee farsi divino, o di viltate
L'involve eterno sentimento orrendo!
Tai son le preci che per te innalzate
Da me son oggi, e sempre, o suol nativo:
Breve soggiorno or fo in tue mura amate,
Ma, dovunque io m'aggiri, appo te vivo!
[1] Carlo Muletti, e Delfino suo padre, Storici di Saluzzo.—Io m'onoro dell'amicizia di Carlo, e parimente di quella del Maggiore Felice, suo fratello.
IL POETA.
Et stare fecit cantores contra altare.
(Eccli. 47. 11).
Perchè data m'hai questa ineffabile
Sete di canto?
Perchè poni tu in me questi palpiti
Ricchi d'amor?
—Questi doni a te fo perchè basso
Non t'alletti nocevole incanto;
Perchè vago del bello più santo,
A tal bello tu spinga altri cor.
—Io t'ammiro, ed ahi! quelle mi mancano
Voci stupende,
Che dir ponno quai movi nell'anima
Alti desir.
—Non ambir le pompose loquele,
Che la turba volgar non intende:
Il Vangel che rapisce ed accende,
Par d'ingenuo fanciullo il sospir.