Un giorno scese dall'eccelsa sfera
Per esser uomo e allevïarci il duolo;
Calice orrendo, affinchè l'uom non pera,
Tracannò solo.

Ci favellò non più come in Orebbe
Con formidabil, mistica favella,
Ma qual mortal che della donna crebbe
Alla mammella.

E quella Madre ch'egli amò cotanto
Diede alle donne qual modello e amica,
Qual Madre a ognun ch'a lei con dolor santo
Sue pene dica.

Le nostre pene, ah sì! dalle Taurine
Sponde alla Madre del Signor dicemmo,
E le pupille sue sovra noi chine
Brillar vedemmo.

L'indica lue nostr'aure appena attinse,
Ci risovvenne la pietà degli avi,
E quella Madre col sospir respinse
Gl'influssi pravi.

Andò assalendo il morbo alcune vite,
Ma più rifulse indi il recato scampo:
A gare insiem di carità squisite
S'aperse un campo.

Anco una Forte del più debol sesso
Accorse agli egri, sorbì l'aer funesto,
E consolò con dolci cure e amplesso
L'orfano mesto.

E visti fur della città i Maggiori
Trar di Maria Consolatrice al piede,
E in voto stringer tutti i nostri cuori
A salda fede.

E visti furo i cittadin più culti
Coll'umil volgo unirsi, in Dio sperando,
Nè de' beffardi paventar gl'insulti
Maria invocando.

Piace al Signor che la sua Vergin Madre
Ne incori e affidi col suo bel sorriso,
Sì ch'aspiriam con opre alte e leggiadre
Al Paradiso.