Questi avvenimenti di Saluzzo sono il soggetto della mia Cantica. Tratta di essi con assai numero di rilevanti particolarità la storia di Saluzzo di Delfino Muletti, e di Carlo suo figlio; ed ivi leggesi pubblicato la prima volta da esso Carlo uno scritto, in cui il cominciamento di quella guerra e delle crudeltà di Manfredo è dipinto con forza da autore di quel secolo, stato anzi egli medesimo testimonio della distruzione del luogo nativo. Quello scritto intitolato Calamitas calamitatum, Commentariolum Iohannis Iacobi de Fia, rivela nell'uomo che lo dettava una mente colta e generosa. Ei dimandava al cielo, e presagiva la caduta degl'invasori.—(Ploremus ergo coram Deo, poeniteat nos iniquitatum nostrarum, et a praesenti calamitate calamitatum maxima liberi facti erimus).
La cacciata degli stranieri diede novella virtù ai Saluzzesi; le discordie civili scemarono, e s'estinse a que' giorni con Roberto la gloria della fatale casa d'Angiò, che aveva cotanto illuso ed insanguinato l'Italia. Carlo, figlio di Roberto, era premorto al padre, e lo scettro passò nelle mani di Giovanna, figlia di Carlo, la quale, rea dell'uccisione d'un marito, patì infiniti guai, ed infine dal vendicatore del primo marito fu data a morte.
I SALUZZESI.
Odium suscitat rixas, et universa
delicta operit charitas.
(Prov. 10. 12).
I.
Dolce Saluzzo mia! terra d'antiche
Nobili pugne, e d'alternate sorti
Prospere e infelicissime, e d'ingegni
Che t'onoràr con gravi magisteri,
O con bell'arti, o con sincere istorie,
O coll'affettüoso estro che splende
In ognun che ti canta, e vieppiù splende.
Sovra l'arpa gentil di Dëodata[1],
Tua prediletta figlia! Io ti saluto,
O terra de' miei padri, e dall'affetto
Che ti porto, m'ispiro oggi cantando
Un tuo illustre dolor d'anni lontani,
Che fu dolor da forti alme compianto,
E da forti alme sopportato e misto
Ahi troppo! a colpe, ma pur misto a esempi
Di patrio amor, di lealtà e di senno.
O fantasia, sulle tue magich'ali
Toglimi a' dì presenti, e con gagliardo
Vol ritocchiamo il secolo guerriero
Di Tommaso e Manfredo; il secol pieno
Di guelfe e ghibelline ire, che servo
Parve e non fu dell'ultimo Angioìno;
Il pöetico secol, che dall'ombra
Gigantesca di Dante e dalle pure
Armonìe di Petrarca, e più dal lume
D'ammirabili Santi, era di molti
Olocausti di sangue consolato.
Fra gl'Itali dominii, ecco Saluzzo
Non ultima in possanza: eccola altera
Di lunga tratta di montagne e valli
E feconde pianure, e di castella
Governate da prodi: eccola altera
De' prenci suoi. La marchional corona
Fregia Tommaso, affratellato ai grandi
Ghibellini Visconti, onde Roberto
Angiöin dalla sua Napoletana
Splendida reggia freme, e agguati ordisce,
Impor bramando con novello prence
A' Saluzzesi il guelfo suo stendardo.
Volgea quella stagion, quando Saluzzo
Vede scemar pe' campi suoi le nevi,
E ogni dì s'avvicendano i gelati
Estremi soffi dell'inverno, e l'aure
Che già vorrebbe intepidir l'amica
Possa del Sol che a ricrëarci torna.
E volgeva una sera, ed a tard'ora
Entro alla cara sua celletta prono
Stava orando il canuto Ugo, dolente
Che involontaria a' preghi si mescesse
Nel suo intelletto or questa cura or quella
Di Staffarda pel chiostro, onde ei cingea
L'infula veneranda. E benchè antico
Nelle salde virtù di pazïenza
E d'umiltà, pur non potea ne' preghi
Trovar facìl quïete, anco ove miti
Talor del monaster fosser gli affanni,
Perocch'ei molte conoscea secrete
D'alti alberghi sfortune e di tugurii,
E d'innocenti peregrini oppressi;
E la mente magnanima del vecchio
Compatìa in tutti i cuori illustri o bassi
Delle colpe gli strazi e quei del pianto.
Or mentre inginocchiato ei le divine
Grazie per tutti invoca, ode la squilla
Che a notte suona il vïator venuto
Alla porta ospital. Sospeso allora
Il conversar con Dio, s'alza ed appella
Un de' laici fratelli, e—Va, gli dice;
Provvedi tu che all'arrivante abbondi
Di carità dolcissima il conforto,
Chiunque ei sia.
Quindi, umilmente curva
La nivea fronte, eccol di nuovo a' piedi
Del Crocefisso, e nell'orar diceva:
—Or chi sarà questo ramingo? Oh fosse
Tal di que' mesti a cui giovar potessi!
D'accelerati e poderosi passi
D'un cavalier sonar sembran le volte;
Poscia addotto dal laico entro la cella
Viene… Eleardo.
—Oh amato zio!
—Nepote,
Onde tu di Staffarda alla Badìa?
Il laico si ritrasse. I duo congiunti
Si strinsero le destre, e il giovin prode
Sovra la scarna destra del canuto
Le labbra pose, ed ambe allor le braccia
Aperse questi, e al sen paternamente
Il figlio accolse dell'estinta suora.
Così il giovin comincia:
—Alto mistero
Son chiamato a svelarti.
—In me fiducia
Sai qual tua madre avesse; abbila pari.
—Dacchè in Saluzzo reduce son io
Dalla corte di Napoli e dal Tebro,
Poche fïate al fianco tuo m'assisi,
E assai pensieri d'Eleardo ignori.
—E l'ignorarli mi mettea paure,
Che forse sgombrerai.
—Padre, mentita
È la fama che sparsa han da Milano
I perfidi Visconti incontro al vero
Proteggitor d'Italia tutta e nostro.
In benefizi alto, fedel, possente
È il regio cor del Provenzal Roberto:
Ei la Chiesa vuol grande: ci de' tiranni
Flagello fia; de' buoni prenci scampo.
—Bada, o giovin bollente, omai tremenda
Splender la luce di quel re straniero
Che di Napoli al serto altre aggiungendo
Minori signorìe, stende sue lance
Di castello in castel, di villa in villa,
Fra' Romani, fra' Toschi e fra' Lombardi,
E feudi suoi non pochi ha in Monferrato
E in Piemontesi sponde. A molti egregi
Dubbia pietà è la sua sulle miserie
Delle irate, cozzanti, Itale stirpi.
—Dubbia fu dianzi, or più non è. Sol una
Appalesasi speme, un sol desìo
In re Roberto e nel Pastor del mondo:
Concordia vonno e giuste leggi, e freno
Ad eresìe, a tirannidi, a macelli:
Collegare in un patto a comun gloria
Vonno e prenci e repubbliche e baroni.
—Del supremo Pastor ferve nel petto
Ansïetà pe' figli suoi sublime;
Il so: ma in petto di Roberto ferve
Pericolosa ambizïon.
—Tal grida
Del ghibellin Visconte la calunnia,
Ma smascherato è l'impostor. Lui regge
Ed ognor resse ambizïon! Lui preme
Sete d'oro e di sangue! In Lombardia
Ei d'un mortal più non possede il core:
Sospiran ivi tutti i buoni o il braccio
Liberator dell'Alemanno Augusto,
O della serpe Viscontèa sul capo
La folgor pontificia, e i benedetti
Brandi del re. Quanto i Lombardi omai
Da quella fatal serpe avviluppati,
Contaminati, laceri, scherniti
Non ci vediam noi Saluzzesi forse,
Dacchè sposa al Marchese incantatrice
Venne Riccarda, e tracotante stormo
D'Insubri cortegiani accompagnolla?
—Figlio, ricorda ch'altre volte io seppi
Quell'ira tua sedar. Ragioni mille
Di Saluzzo il dominio alla fortuna
Stringono di Milano.
—Oggi disciolta
È l'infernal necessità.
—Che intendi?
—Svelta alfin oggi dall'ignobil crine
Del marchese Tommaso è la corona.
—Oh ciel! che parli? Come?
—Oggi Saluzzo
E delle valli sue tutti i baroni
Mutan sommo signor: nel seggio ascende
Del marchesato…
—Chi?
—Manfredo.
—Un sogno,
Un sogno è il tuo: Manfredo osò la mano
Stendere al serto del nepote un giorno,
Ma pochi il secondaro, e giurò pace.
—Fur vïolati da Tommaso i sacri
Vincoli della pace, e l'insultato
Manfredo sorge con diritto, e pugna.
—Foggiati insulti! Agli occhi miei rifulge
Di Tommaso la fede.
—Or cessa, o zio,
Di compianger l'iniquo, e sostenerlo.
A quest'ora medesma in ch'io ti parlo,
Invitte squadre ascosamente tratte
Son da più lati del Piemonte, l'une
Da Savigliano e circostanti borghi
Obbedïenti al re, l'altre portando
La Taurinense e la Sabauda insegna;
Ed a lor si congiunge Asti, ed il nerbo
De' Monferrini guelfi; e, pria che albeggi,
Saluzzo investiranno, e di Saluzzo
Da interni guelfi s'apriran le porte.
—Perfidia tanta ah! non permetta il cielo!
—Manfredo, signor nostro, a te m'invia,
A te ch'egli ama e venera, e possente
Crede appo Dio.
—Che vuol da me il fellone?
—T'acqueta.
—Che vuol ei?
—Rende onoranza
A quella fama tua che in parte celi
Per umiltade, e forse in parte ignori,
Ma che sul volgo e sui baroni è immensa.
Il vigor de' Profeti, è nel tuo sguardo,
Nella parola tua, nell'inclit'opre!
Nè fur poste in obblìo le ardimentose
Verità che portate hai cento volte
In nome dell'Eterno a' piè de' forti.
Banditor oggi te desìa, te vuole
Di verità terribili Manfredo:
Vieni i Visconti a maledir nel campo,
Vieni in Saluzzo a maledirli; vieni
Tommaso a maledir, che a' ghibellini
Fatto s'era mancipio; e il tuo ispirato
Ingegno volgi a secondar gl'intenti
Di chi protegge i popoli e il diritto.
Balza a tai detti dal suo antico seggio
Il sacro vecchio, e grida:—Oh sconsigliati!
Oh foss'io in tempo! Oh, me vestisse Iddio
Del vigor de' Profeti un giorno solo!
Ov'è Manfredo?
—Il menan le notturne
Ombre colla invadente oste a lui fida.
—Mi si bardi il corsier, prorompe l'altro.
E mentre il laico diligente move
Ad obbedir, l'illustre coppia ancora
Entro la cella si sofferma, e scambia
Dell'agitato alterno animo i sensi.
—Figlio, sedotto sei. Più che a te noti
Di Roberto e Manfredo i cor mi sono.
Ottimo è il re, ma in Napoli, ove lieto
Di splendid'arti e cortesìa sfavilla:
Lunge di là, malefico è il suo genio,
Però che illude cavalieri e volgo,
Con brame empie di guerra e di rivolta.
E mentre a chi gli sta vicino ei mostra
Amabili virtù, sparge per tutte
Le vie della penisola protetta
Superbi capitani a intimar pace,
Depredando, uccidendo e soggiogando.
Tal è il vantato amico re. Gli giova
Scemar la possa de' Visconti, a noi
Unici grandi appoggi; ed a quel fine
Oggi stromento egli Manfredo elegge.
—A Manfredo parlando e a' regii duci,
Dissiperassi il tuo terror. Brandite
Furon le generose armi con alto,
Solenne giuro d'elevar gli oppressi,
Ed atterrar chi leggi ed are spregia.
—Di chi s'avventa a qual sia guerra, è il giuro.
—Vedrai di stirpe Saluzzese egregi
Baroni alzar la Manfredesca insegna.
—So che vedrovvi tra i cospicui illusi
Quell'Arrigo Elïon che ti governa,
Sua figlia promettendoti. Arrossisci?
Pur troppo non errai.
—Più che gli affetti,
Seguir ragione e coscïenza intendo.
Bardato del canuto è il palafreno,
E accanto ad esso scalpita il corsiero
Del giovin cavalier. Brevi l'abate
Lascia a' monaci suoi caute parole;
Di sua man l'acqua santa a lor comparte,
Li benedice, ed eccolo salito
Guerrescamente sull'arcion, siccome
Uom, che pria della tonaca ha vestito
Corazza e maglia, e nome ebbe di prode.
Stride sui ferrei cardini la porta
Del monastero, e si spalanca. Entrambo
Escon gl'illustri, e su minor cavalli
Duo servïenti; e soffermato resta
In sulla soglia il monacal drappello,
Cui s'abboccò l'abate alla partita.
—Che fia? Si dicon con alterno sguardo
Paventando sciagure, ed ignorando
Le sovrastanti stragi. Intanto s'ode
La campanella de' notturni salmi,
E vien chiusa la porta, e traversato
L'ampio cortil, tutta la pia famiglia
Entra nel tempio e tragge al coro, e canta.