[1] La Contessa DEODATA ROERO DI REVELLO, nata SALUZZO.
II.
All'ombra delle chiese oh fortunata
Pace, in secoli d'odii e tradimenti!
Ivi mentre ne' campi arse talora
Venìan le messi, e al villanello afflitto
Il guerriero aggiugnea scherni e percosse,
E mentre in borghi ed in città i fratelli
Trucidavan fratelli, e mentre noto
Andava questo e quel castel per nappi
Di velen ministrati, e per pugnali
Vibrati nelle tenebre, e per donne,
Che il geloso, implacabile barone
Seppellìa vive delle torri in fondo,
Il monaco espïava or sue passate
Colpe, or le colpe delle stirpi inique:
E non di rado quelle sacre lane
Coprìano ingegni sapïenti e miti,
Stranieri al secol lor, com'è straniero
Fra malefici sterpi il fior gentile,
E fra cocenti arene il zampillìo
Ospital d'una fonte, e fra selvagge
Masnade un cor che sopra i vinti gema.
Intanto che a Staffarda i coccollati
Salmeggiavano in coro, e che l'antico
Ugo sul palafreno i pantanosi
Sentieri e le boscaglie attraversava,
Mossa da Moncalier, tragge a Saluzzo
Moltitudine varia e spaventosa:
Di regie insegne e d'alleati, e insieme
Co' guerrieri diversi orrende bande
Di comprati ladroni. Il sommo duce
È Bertrando del Balzo, altero e prode
Siniscalco del rege, e di Bertrando
Primo seguace è il traditor Manfredo,
Ch'entrambe i suoi fratelli sconsigliati
Seco strascina alla malvagia impresa.
Giunger vonno di notte appo le mura
Insidïate, e lor sorride speme
Ch'a suon di trombe s'apra ivi la porta.
Ma precorsa è la fama, e quando arriva
L'oste a' piè di Saluzzo, e dagli araldi
Si suonano le trombe, al suono audace
Interna intelligenza non risponde,
E nessun ponte levatoio scende
Degl'invasori al passo. Irte le mura
Stan di lance fedeli, scintillanti
Al raggio della luna, e dal lor grembo
Piovon sull'oste urli di rabbia e dardi;
Ed a quegli urli universal succede
Il grido popolar:—«Viva Tommaso!».
Sì che Manfredo per livor si morde
Ambe le labbra, e al baldanzoso volgo
Giura dar pena d'infinite stragi.
Il Provenzal Bertrando, alma beffarda
Dell'amistà del rege insuperbita,
Quasi rege teneasi, e agevolmente
Sovr'ogn'italo sir vibrava scherni.
Prorompe ei quindi in tracotante riso,
E voltosi a Manfredo:—Ecco, gli dice,
Quel che ne promettesti universale
Amor per te de' Saluzzesi spirti!
Poi dopo il riso atteggiasi a disdegno:
—Tutti siete così! Promesse, vanti,
Folli speranze! ed ardui indi i perigli,
Lunghe le imprese, ed il mio re frattanto
Per vantaggi non suoi perde i suoi prodi!
—T'acqueta, dice con infinta calma
Il fremente Manfredo; oltre poch'ore
Non dureran gl'inciampi: un solo basta
Gagliardo assalto, e il disporrem veloci.
Mentre a dispor l'assalto ardimentosi
Coopran gl'intelletti de' supremi
E l'obbedir delle volgari turbe,
Congegnando, apprestando armi, brocchieri,
Ferrate travi e macchine scaglianti,
E tutta la pianura è voce e moto
E cigolìo di carri, e picchiamento
Di mannaie che atterrano le piante,
E stridere di pietre agglomerate,
E in mezzo alle fatiche or la bestemmia
E l'impudente ghigno, ed ora il canto—
Dentro Saluzzo non minor s'avviva
Il poter delle menti e delle braccia
Per la sacra difesa. Ignoti e pochi
Sono gl'interni traditori, e a mille
Ardono i cuori allo stendardo uniti
Del marchese Tommaso. Ei di que' prenci
Magnanimi era, ch'ove rischio appaia,
Brillan di nova luce, e più sublime
Han la parola, e più sublime il guardo,
E quasi per magìa destan ne' petti
Della poc'anzi malignante plebe
Amor, concordia, ambizïon gentile.
Pressochè in tutte l'alme ivi obblïato
È questo o quell'error che, apposto o vero,
Jer gran macchia parea sovra Tommaso:
Più non vedesi in lui che un assalito
Posseditore di paterni dritti,
Un amato signor, una man pia
Che premiava e puniva e sorreggeva,
E ch'uopo è conservar. Sì che la stessa
Bellissima Riccarda, onde cotanto
A' Saluzzesi dispiacea la stirpe,
Più d'abborrita origine non sembra,
Or che il popol la vede paventosa,
Ma non già vil, dividere i perigli
E le cure del sir. La sua bellezza
Molce i fedeli armati; il suo linguaggio
Più non suona stranier, benchè lombardo.
E quand'ella e Tommaso, a destra, a manca,
Parlan di speme nell'accorrer pronto
Dell'armi de' Visconti a lor salvezza,
Esultan gli ascoltanti e mandan plauso.
Al declinar di quell'orribil notte
Ugo nella invadente oste arrivava
Con Eleardo, e trassero al cospetto
Del regio siniscalco e di Manfredo.
Alzò Manfredo un grido di contento
All'apparir del vecchio, ed a Bertrando
Lo presentò dicendo:—O sir del Balzo,
Eccoti di Staffarda il presul santo,
Colui, che per bell'opre onnipossente
Fama sul popol di Saluzzo ottenne!
Il cor certo gli splende a questa aurora
D'un avvenir pe' nostri patrii lidi
Più glorïoso e fortunato e giusto.
Avvicinossi ad Ugo il siniscalco,
E celando nell'alma dispettosa
Il disamore e il tedio, un reverente
Foggiò sorriso, e disse:—Anco il monarca
Serba di te memoria, o illustre padre,
E qui trionfo, non dall'arme tanto,
Che ben darglielo ponno, egli desìa,
Quanto dall'opra del tuo amico senno.
Indi Manfredo ripigliò i motivi
A spiegar della guerra, annoverando
Frodi e stoltezze e ineluttabili onte
Sul nome di Tommaso accumulate,
Perchè ligio all'astuta Insubre possa,
Ed uopi urgenti di riparo, e prove
Che il maggior uopo a' Saluzzesi fosse
E a tutta Italia l'unità d'omaggio
Di quanti erano feudi al re Roberto.
Ed Ugo ai cavalieri:—Il mio suffragio
Certo sarìa per la comun concordia
Sotto uno scettro o ghibellino o guelfo,
Ma non basta d'afflitti animi il voto
Perchè cessi il poter dell'ire antiche
In un popol di stirpi concitate
Ad aneliti varii e a varii lucri;
E ragioni si schierano possenti
Al mio intelletto, sì ch'io neghi al regno
D'uno straniero in Puglia incoronato
Il giunger con sua fama e co' suoi brandi
A collegarci a reverenza e pace.
—Pensa, o canuto, ch'alto assunto è il nostro:
Degna è di te l'aïta.
—Aïta bramo
Recarvi, sì: guisa sol una io scorgo.
—Qual?
—Del popolo agli occhi e degli armati
Intercessor presenterommi a voi,
E per relïgione ambi e clemenza
Sospenderete le battaglie, e intanto
A Napoli n'andrò. Placherò, spero,
L'augusto re; lo distorrò da impresa
Onde gli torneria danno ed obbrobrio;
E se leso alcun dritto era a Manfredo,
Per saldi patti ei risarcito andranne.
—Proporne indugio alle battaglie è vano:
Impermutabil di Roberto è il cenno;
E mal vai profetando obbrobrio e danno
A chi certezza piena ha di vittoria.
Solo uno sguardo a nostre schiere volgi,
E vedrai che Saluzzo oggi s'espugna.
—Espugnarla potrete, ed il ricovro
Forse tor del castello al vinto sire,
E prigion trascinarlo, e dalle chiome
L'avito serto marchional strappargli,
E tu, Manfredo, ornartene la fronte.
Io non ciò vi contendo; io, per l'antico
Conoscimento mio di questa terra
E degli animi suoi, sol vi dichiaro,
Che al crollar di Tommaso, ardua e non ferma
Vittoria avreste. In cor de' più, gagliarde
Son le eredate ghibelline fiamme,
Gagliarda quindi l'amistà a' Visconti,
Gagliardo l'odio per le guelfe insegne.
Picciol popolo siam, ma ci dan forza
E l'arme de' Visconti e il nostro ardire,
E l'indol Saluzzese, aspra, selvaggia,
Che paure non piegan ne' supplizi.
—Obblii ch'io pur son Saluzzese, e mai
Non mi piegan paure.
—In te, Manfredo,
Splenda il miglior degli ardimenti: quello
D'anteporre alle gioie empie del brando
Una gloria più pia, l'amabil gloria
D'allontanar dalle tue patrie rive
Una guerra funesta!
—Altra favella,
Assumi, o vecchio. Se t'è caro ufizio
Scemar l'orror d'inevitata guerra,
Sposa il vessillo mio, movi alle mura
Assedïate, i cittadini arringa,
Traggili a sottopormisi.
—Non posso!
Nol debbo! Ufizio mio giovevol solo
Esser ponno le supplici parole,
E l'aprirvi, quai Dio me li palesa,
I forti avvisi. Trattenete i brandi,
E se ingiustizia fu in Tommaso, al dritto
Basteran le ragioni a richiamarlo,
Ed indi a pochi dì voi satisfatti
E glorïosi e senza ira di sangue,
Benedetti dai popoli e dal cielo,
Trarrete a vostre sedi. Ove sospinto
Da ambizïone e da rancori antichi
Tu inesorabilmente alla corona
Di Saluzzo, o Manfredo, oggi agognassi,
E afferrarla potessi, in odio fora
Il nome tuo a' soggetti, e, pur volendo,
Felici farli non potresti. Iniqua
Necessità di gelosie e vendette
Nasce da civil guerra, e l'usurpante
Non si sostien fuorchè a perpetuo patto
Di timori e carnefici. E si ponga
Che dianzi mal reggesse il prence vinto,
L'esser vinto o fuggiasco ovver sotterra
Amicherà al suo nome i cuori molti
Che offeso avrai; s'obblïeranno i torti
Del perduto signor; s'abbelliranno
Le ricordate sue virtù. Lui spento,
Sorgeran prenci astuti o generosi
Per vendicarlo, e s'anco astuti ed empi
Fossero in cor, venereralli il volgo,
Giocondo sempre d'abborrire un forte,
Che per ingegno e vïolenza regni.
E a cotal colleganza d'assalenti
Quai son le forze che opporrìa Manfredo?
—Le regie forze! esclama furibondo
Il Provenzal barone.
—In molte guerre
Il vostro re s'avvolge, Ugo ripiglia,
E ove sia con gagliarde armi assalito
Per altri lidi, a propugnarli io veggo
Receder queste schiere, e te, Manfredo,
Veggo fremente e povero d'acciari,
E tradito da' tuoi!…
Qui del profeta
Interrompon la voce i capitani.
Egli alza il Crocefisso, ed umilmente
Prega i superbi, e pregali pel nome
Del Redentor. Respinto viene, e sorge
Più d'un ferro dell'oste a minacciarlo.
Scudo al monaco feansi alcuni prodi,
E fra questi Eleardo. Il santo vecchio
Di scherni non tremò, nè di minacce,
E più fïate ripetè ai felloni:
—L'impresa vostra maledice Iddio!
III.
Di te, Religïon, nobile è ufficio,
L'affrontare imperterrita coll'arme
Delle temute verità i superbi,
Pur con periglio d'onta e di martirio!
E quell'uficio, oh quante volte i veri
Sacerdoti di Dio forti adempièro!
Talor sotto l'acciar de' vïolenti
Perìan que' venerandi, e talor rotti
E insanguinati, e carichi di ferro
Venìan sepolti in erma, orrida torre:
Nè dai tremendi esempi sbigottito
Era il cor d'altri santi. E se la voce
D'un'alma pura e consecrata all'are
Da iniqui prodi spesso iva schernita,
Pur non inutil pienamente ell'era:
Schernita andava, ma ponea ne' petti
Di que' feroci inverecondi un germe
Che forse un dì fruttava; ed era un germe
Religïoso di terrore. E in mezzo
A tai feroci petti, alcun pur sempre
Ve n'avea di men guasto, a cui l'ardita
Sacerdotal, magnanima parola
Or di cospicui presuli, or d'umili
Fraticelli o romiti in patrocinio
Degl'innocenti, era parola invitta
Che con pronti rimorsi il tormentava,
Sì che riedesse a carità ed onore.
Compagno fessi al vecchio Ugo per molti
Passi Eleardo oltre al terren coperto
Da quelle schiere di crudeli armati,
Indi, con grave d'ambidue cordoglio,
Il nipote strappossi dalle invano
Tenaci braccia dell'amato antico.
Ahi! senza pro sclamava questi:—Oh figlio!
Qui non m'abbandonar! Più fra quell'empie
Insegne che il Signore ha maledette
Pel labbro mio, deh non ritrarre il piede!
Te ne scongiuro per la sacra polve
Della mia suora, a te sì dolce madre!
Te ne scongiuro per la polve illustre
Del tuo buon genitore e de' nostr'avi,
Che fidi cavalieri ed incolpati
Furon sostegni tutti a chi in Saluzzo
Stringea con dritto il signorile acciaro!
Esci dal laccio che al tuo core han teso
I rapaci stranieri! A me, alla patria,
Al tuo prence ritorna. Infamia e lutto
Sta con Manfredo, con Tommaso il cielo!
Udìa Eleardo il prolungato grido
Del supplice canuto, ed il veloce
Corso intanto seguìa. Ma benchè sordo
Paresse e irreverente, a lui que' detti
Eran quai dardi all'anima commossa,
E vïolenza a sè medesmo ei fea
Non fermando il suo corso, e non volgendo
Il piè per rigittarsi alle ginocchia
Del caro supplicante. Il pro' Eleardo
S'ostinava per varii ignoti impulsi
A ritornar fra i collegati duci,
Cercando creder ch'ei virtù seguisse,
Ed Ugo fosse un tentatore, un cieco
D'errori amico. Intende il cavaliero
Ad ogni vil tentazïon lo spirto
Incolume serbare: idolo intende
Virtù, virtù, non larva farsi alcuna!
Virtù vuol ravvisar, virtù secura
Nelle giurate splendide fortune,
Che il re Angioìno ai Saluzzesi e a tutta
La penisola appresta. Ei quel monarca
Ed i suoi capitani, e più Manfredo
Vuol reputar veraci eroi. Ma pure….
Ad onta del proposto, il sen gli rode
Nascente dubbio irresistibil. Cela
Questo dubbio, ma il porta, e così giunge
Turbato, afflitto ai Manfredeschi brandi.
A molti il cela, sì, non a sè stesso;
E ondeggia alquanto, indi neppur celarlo
Può al genitor della donzella amata,
Guerrier, cui lo stringea più che ad ogn'altro
Pia reverenza. E sì gli parla:
—Oh Arrigo!
Appartiamci, m'ascolta: allevïarmi
D'occulta angoscia non poss'io, se teco
Non ne ragiono come a padre.
Il fero
Barone attento il mira, e con presaga
Severità:—Vacilleresti?
—Lievi
Estimar bramerei del venerando
Ugo le voci, e non so dirti quale
In siffatte or benigne or fulminanti
Parole di tant'uom, che onoro ed amo,
Splender raggio tremendo oggi mi paia!
Aggrotta il ciglio Arrigo, e l'interrompe:
—Bada, Eleardo, che al rischioso passo
Dopo lungo pensar ci risolvemmo;
Or paventar nel cominciato calle
Obbrobrio fora.
Ma sebbene Arrigo
Al giovin cavalier biasmo gettasse,
Non men del giovin si sentìa colui
Perturbato nel cor, per l'ardimento
Del fatidico abate, e nel futuro
Nubi scorger pareagli atre e sinistre.
Dissimulava non pertanto, e saldo
Stava come mortal che da gran tempo
Il proprio senno e i proprii fatti adora.
Tal era il truce Arrigo: ei mille volte
Morto sarìa, pria che mostrarsi in gravi
Opre dapprima certo, indi esitante.
Il ferreo vecchio avea ne' precedenti
Anni, coll'inquïeta ed iraconda
Sua desïanza di giustizia e gloria,
E col non mai pieghevole intelletto,
Molti alla corte di Tommaso offesi.
L'esacerbaron quelli, ed egli volse
L'animo suo secretamente a' guelfi
Ed a Manfredo, ivi lor duce occulto.
Parve a Manfredo egregio essere acquisto
L'amistà di tal forte, incanutito
In severi costumi; e scaltramente
Il seppe avvincolar con dimostranze
Di sommo ossequio, affinchè il guelfo volgo,
Affidato d'Arrigo alla canizie,
Argomentasse tutti esser maturi,
Tutti esser giusti gli audacissimi atti
Cui Manfredo appigliavasi. Ahi! d'Arrigo
La canizie coprìa pochi pensieri,
Benchè gagliardi, e quell'ardito prence
Consigli non chiedea, ma obbedïenza.
Arrigo sè medesmo in alto pregio
Reputa nella mente di Manfredo:
A lui si crede necessario, e spesso
Immagina que' dì, quando in Saluzzo
Dominerà quel novo sire, ed ivi
Migliorate n'andran tutte le leggi.
Giubila e fra sè dice:—A tanto bene
Della mia patria io dato avrò l'impulso!
Io sono il genio di Manfredo! Io lui
Illuminato avrò! Tener lontana
Saprò da lui l'adulatrice turba,
E gli ottimi innalzar! Beneficate
L'adoreran le Saluzzesi terre,
Ma unito al nome suo splenderà il mio!
Sì grande speme ad Eleardo egli apre,
Voglioso d'infiammarlo. Il giovin ode,
Ma sta sospeso e mesto, indi ripiglia:
—Rimaner con Manfredo obbligo è nostro,
S'egli, mantenitor delle più sacre
Fra le promesse, non vendetta anela,
Ma podestà di padre, e di supremo
Difenditor de' nostri antichi dritti.
Chè s'egli, come d'Ugo oggi è temenza,
Sol esca avesse ambizione ed ira,
E gettasse la larva, e m'apparisse
Malefico signor, oh! apertamente
Gli disdirei servigio, e a cielo e terra
Confesserei ch'io per error lo amava!
Del magnanimo detto d'Eleardo
Stupisce Arrigo, e corrucciato esclama:
—Supposto indegno è il tuo! Pensa che solo
A impermutabil, vero animo guelfo
Sposa n'andrà dell'inconcusso Arrigo
L'obbedïente figlia!
Il disdegnoso
Vecchio si scosta, e resta ivi solingo
Col suo dolore, e colla sua turbata
Ma non corrotta coscïenza il prode
Amante cavalier.
—Volli del giusto
Seguir la insegna, e voglio: in me desìo
Altro capir non potrà mai! Sospetti
Sol mi ponno assalir che non qui sorga,
Non qui del giusto la bramata insegna.
E se ingannato mi foss'io? Se falsi
Scorgessi i dritti di Manfredo? Ligio
Ad armi inique ratterriami forse
Perfido orgoglio? O ad armi inique ligio
Mi ratterrìa questa laudevol fiamma
Che in petto chiudo per Maria, per tale,
Che tutte illustri damigelle avanza
In bellezza e virtù? Mi farei vile
Per ottener la mano sua? Non mai!
Amarti debbo degnamente, o donna
Di tutti i miei pensier; debbo onorarti
Ogni virtù seguendo e suscitando,
S'anco per onorarti, ah! il più crudele
Mi colpisse infortunio, e te perdessi!
Del maggior tempio di Saluzzo all'alto
Vertice non lontano erge le ciglia,
E curvando ei lo spirto anzi alla croce
Che colassù sfavilla, al Signor chiede
Lume a scernere il vero e a praticarlo.
Il divin lume balenogli e crebbe
Al guardo suo ne' dì seguenti, alcuna
Non vedendo in Manfredo esser pietosa,
Verace cura nel funesto assedio
Di tutelar gli oppressi e vendicarli,
Mentre la invaditrice oste pe' campi
S'andava ad ogni infamia iscatenando.
A tutelare o vendicar gli oppressi
Bensì Eleardo qua e là accorreva,
Ma non di lui bastanti eran gli sforzi,
Nè bastanti gli sforzi erano d'altri
D'animo pari al suo cavalleresco,
Che insiem con esso or s'avvedean fremendo
Quanta in Manfredo, e ne' fratelli suoi
Ed in Bertrando e nelle rie caterve
Indol, non già d'amici eroi si fosse,
Ma d'impudenti ladri e di nemici.
Insin dal primo giorno i brandi iniqui
Della straniera turba entro innocenti
Tugurii sparser miserando affanno.
Qui sgozzarono vergini inseguìte,
Là genitori che alle amate figlie
Difensori si fean. Volge ma indarno
La sua voce imperterrita Eleardo
Or a questo or a quel de' condottieri.
Il siniscalco move il capo e ride,
E Manfredo le accuse ode in silenzio,
Guarda le torri di Saluzzo, e sembra
Dir:—Che mi cal d'iniquità e di pianto,
Purchè in breve là entro io signoreggi?
Vengono a tutta la contrada imposte
Inaudite gravezze, e ad ogni adulto
Legge s'intima, sì ch'ei giuri ossequio
Al marchese novel. L'abbominato
Giuro negavan molti; indi tremende
Carnificine a spegnerli, ed i tetti
Diroccati e consunti dalle fiamme,
E borghi interi in cenere ed in sangue!
Fama nel campo giunge aver Lunello,
Antico sir di Cervignasco, il giuro
Negato agl'intimanti, e colà sorta
Esser numerosissima una plebe
A difender quel sir.—Temono i duci
Che di Lunel la resistenza esempio
Ad altri arditi feudatari avvenga,
Ed invìan fero stuolo a Cervignasco,
Che tutto abbatta, e in ogni dove insegua
Il valoroso sire, e in brani il faccia.
Consanguineo Lunello è d'Eleardo,
Ed il giovin l'amava. Ahimè! non puote
Questi il cenno arrestar, ma prontamente
Scagliasi dietro all'orme de' ladroni,
E moderarli spera, o spera almeno
Sottrarre agli omicidi i cari giorni
Del congiunto barone e de' suoi figli,
O almen d'alcun di loro. Ah! dalle spade
Distruggitrici invaso, saccheggiato,
Pieno di strage è il borgo! Il prò Lunello
Ferito fugge, e a stento si ricovra
All'ombre sacre d'una chiesa, e seco
Tragge l'antica moglie e le sue nuore
E i lattanti nepoti. Ecco nel tempio
I sacrileghi brandi! Ecco all'altare
Abbracciate le vittime! Eleardo
Entra, s'inoltra, grida: i truci colpi
Eran vibrati! A' pie' di lui nel sangue
Stramazzando Lunel, queste supreme
Voci mettea:—Se tu Eleardo sei,
Non prestar fede al rio Manfredo; imìta
L'esempio mio: pria che avvilirti, muori!
Dato alla chiesa il guasto, escon gli armati
In cerca d'altre prede, e fra que' morti,
Appo quell'ara, in disperata angoscia
Resta Eleardo, e piange ed urla, e i crini
Dalla fronte si strappa. Oh! chi l'afferra
Gagliardamente per un braccio e parla?
Il presul di Staffarda. Il qual veniva
Di Lunel suo cugino ai dolci alberghi,
Ed impensata vi trovò battaglia
Ed orribile eccidio, e dalla fama
Venne sospinto ai sanguinosi altari.
Il braccio afferra del nipote, e dice
Con autorevol grido:
—O sciagurato,
Non di lagrime è d'uopo in queste colpe,
Ma di nobil rimorso! A me la cura
Lascia di queste miserande spoglie:
Di giusti da feroci arme sgozzati,
E volgi ad opre valorose. Espìa
Il breve tuo delirio: appella, aduna,
Suscita i forti delle valli. Insieme
V'avvincolate con possenti giuri:
Pio ghibellino ridivieni e pugna.
Abbracciò il giovin cavalier le piante
Del magnanimo zio. Questi con forza
Lo rïalzò, gli ripetè il comando,
Gli mostrò i consanguinei trucidati
E il rosso altare e le spezzate croci;
Raccapricciò Eleardo, il cor gl'invase
Lampo di speme, si riscosse e sparve.
Che avvien di lui, mentre lo zio infelice
Riman nel tempio e fra dolenti voci
D'alcuni inconsolati villanelli
E di pietose donne, a tanti uccisi
D'ultima carità rende gli ufizi?
Strazïato Eleardo dal conflitto
De' sinistri pensieri, asceso in sella,
Simile a forsennato errò per vie,
Per prati e per arene di torrenti,
Chiedendo a sè medesmo e al ciel chiedendo
Che fare omai dovesse. Un forte impulso
L'agitava, e diceagli ad ogni istante
D'obbedir senza indugio ai sacri detti
Del morente Lunello e ai detti d'Ugo,
Ridivenendo ghibellin. Ma in core
L'astuto angiol del mal gli rinnovava
Quel lusinglliero dubbio:—E se agli scempi
Inevitati di que' giorni atroci,
Che forse gettan falsa ombra maligna
Sul benefico intento di Manfredo,
Succedesser davvero inclite prove
D'alto senno in Manfredo e di giustizia,
Sì che alla patria giovamento e lustro
Per lunga età tornasse? Impresa egregia
Senza olocausti non compìasi mai,
Nè per questi dar loco a terror debbe
L'alma del forte, a giusta gloria inteso.
Così fra le incertezze e le speranze
E i rimbrotti del cor riede Eleardo
Delle masnade assedïanti al campo.