Miseramente ricca è d'infinite
Fallaci industrie coscïenza, i cari
Proponimenti ad abbellir, pur quando
Luce severa di ragion li danna.
Ma chi d'iniquità volonteroso
Per l'infame sentier non move il piede,
Sente per quel sentier, sebben cosparso
Da inferne mani di stupendi fiori,
Un ribrezzo frequente, un indistinto
Fetor che si frammesce a que' profumi,
Ed il ferma e il sospinge ad arretrarsi;
Simile a que' timori innominati
Che invadon ne' deserti il buon destriero,
S'ivi non lungi s'accovaccia il tigre;
E simile a que' taciti spaventi
Che fanno impallidir la verginella,
Quando in sembiante d'uom che di bellezza
Adorno splende, ella ravvisa ignoto
Lineamento, o non so qual favilla
Nel sorridente sguardo, o non so quale
Moto di labbro che le dice:«Trema!»
In que' presaghi palpiti d'un core
Ch'è vicino al periglio, e per potenza
Misterïosa se n'accorge e guata,
V'è la voce di qualche angiolo amante
Che tutti sforzi a pro dell'uomo adopra:
V'è la possa d'Iddio che lume sempre
Bastevol dona a illuminar suoi figli.
Vane di coscïenza in Eleardo
Son le fallaci industrie: ei sulla fronte
Porta il corruccio di talun che vive
Fra scoperti ribaldi, e più li mira,
Più inorridisce; e nondimen vorrebbe
Insensato scusarli e amarli ancora.
Oh come trista di quel dì esecrando
Giunse la sera, e qual più trista notte
Agitò ognun che, pari ad Eleardo,
Alti e pietosi sensi ivi serbasse!
Ma la dimane di quel dì pur troppo
Sorse peggior! Repente una perfidia
Entro le mura di Saluzzo avvenne,
Che affrettò la caduta. In vari alberghi
Scoppiano incendi orribili, ed il volgo
De' cittadini si sgomenta, accoglie
Di calunnia le voci. Un grido s'alza
Esser Tommaso degl'incendi autore,
Affinchè al buon Manfredo omai vincente
Nulla Saluzzo fuorchè cener resti.
Da poche mani congiurate i fochi
Erano stati per le soglie accesi,
E poche fur le labbra che dapprima
Spargere osaro il grido abbominoso.
Ma frenesìa nel popolo s'appiglia,
E ratto si moltiplica il pensiero,
Esser Tommaso un barbaro oppressore
Abborrito dal ciel. Lui benedetto
Asseriscon invan con generosa
Gara i ministri delle chiese e i sempre
Pacificanti Francescani e il colto
Stuol di color, che stretti avea la legge
Di Domenico santo all'esercizio
De' forti studi e della pia parola.
Benefiche potenze eran que' frati
Sullo spirto de' popoli, e sovente,
In tai secoli d'impeti e di sangue,
Ma di gagliarda fè, coi gonfaloni
Di Francesco e Domenico a feroci
Animi imponean calma e pentimento.
Ma spuntano ai viventi ore talvolta
Di contagiosa irrefrenabil rabbia,
E sotto ore sì infauste debaccava
Del Saluzzese popolo assai parte.
Dal di fuori frattanto a que' momenti
Ecco irromper l'assalto! ecco le mura
Scalate, superate! ecco Tommaso
Astretto a ceder le abitate vie,
A salir frettoloso all'alta rocca
A lui ricovro ed a' suoi cari estremo!
Non eccelsa metropoli prostrata
Da infinite falangi era Saluzzo,
Nè i suoi dolori fur soggetto a carmi
Di stupefatte illustri nazïoni,
Ma fur sommi dolori! E li divise
Quel Iacopo da Fia, che vergò in forti
Carte la istoria del tremendo eccidio.
Ah, inorridisco in leggerle, e m'ispiro
Io tardo trovadore al mesto canto!
La fella di Manfredo anima irosa
Crucciavan nuovi aneliti a vendetta,
Perocchè a' piedi suoi sotto le mura
Fracassati da travi e da macigni
Dianzi veduto alcuni cari avea,
E fra loro un fratello, il più diletto
De' prodi e truci due degni fratelli.
In ogni vinto armato cittadino,
Ed anco negl'inermi e ne' vegliardi,
E nelle donne stesse il furibondo
Immaginava la nemica destra
Ch'orbo l'avea di quel fratello, e tutti
Ei sterminati indi li avrìa. Frenava
Il proprio acciar, ma non frenava quelli
Della brïaca moltitudin varia
Ivi con esso a imperversar prorotta.
Rifugge l'estro mio dalla pittura
Degl'inauditi singolari strazi
Che segnalàr quel giorno. Oh vane e stolte
Speranze dei domati! oh retrospinte
Preghiere fervidissime, innalzate
Da' miseri che proni eran nel sangne
De' figli loro o nel fraterno sangue!
Oh giustamente non curati applausi
Della stolida feccia scellerata
Che menar volea festa ai vincitori,
Liberator' chiamandoli, e mandati
A raddrizzar tutti i plebei diritti!
Oh inutil congregarsi trepidando
Di lagrimose vergini e di madri
E di fanciulli anzi ai predoni infami,
Ricordando a costoro i dolci nomi
Di pietà, di giustizia e d'innocenza!
Oh ingiurie non dicibili! Oh colpiti
Dalle scuri sacrileghe gl'ingressi
Di più case di Dio, dove sgozzati
Cadono antichi sacerdoti, e gioco
Reliquie vanno e sacri vasi ai ladri!
Tutto è dileggio e rubamento e morte
Intero un giorno e la seguente notte,
E già parte dell'armi e de' congegni
Ratta si volge ad investir la rocca.
Magnifico sorgea d'aprile un sole,
E delle pompe di sì splendid'astro
Raccapricciaron di Saluzzo i vinti,
Lor macerie e cadaveri mirando,
Quand'a lor s'apprestàr novelle ambasce.
Clangor repente innalzasi di tromba,
E nel nome abborrito di Manfredo
Gridan gli araldi questo atroce bando:
«Esser giusto castigo al contumace
Popol de' ribellanti soggiogati,
Ch'ivi su pietra più non resti pietra,
E irremovibilmente or quel castigo
Compiersi pria che il sol giunga all'occaso;
Ma perdonata andare ancor la vita
Ai puniti felloni, e per clemenza
Che maggiormente moderi il flagello,
Concedersi ad ognuno il portar seco
Qual ch'egli serbi di tesori avanzo».
Tal legge uscita, il raddoppiato pianto
Chi dirìa degli oppressi? A que' lamenti
Inesorata del tiranno è l'alma,
Inesorata al supplicar di molti
Infra suoi cavalieri e d'Eleardo:
Forz'è ch'ogni abitante i cari tetti
Sgombri innanzi la sera, e chi sa dove
Ramingo vada. Non v'è tempo a indugi,
E vedi con sollecito, confuso
Moto d'alme avvilite e disperate,
Fra i singhiozzi e fra gli urli incominciarsi
L'infelice spettacolo. Agl'infermi
Ed agli avi decrepiti sostegno
Fansi gli adulti d'ambo i sessi, e cinte
D'adolescenti e pargoli e lattanti
Collacrimar vedi le donne. Ognuno
Che già d'averi non sia privo, or seco
Gli ultimi tragge vestimenti e arredi.
Di sì misera vista i vincitori
Gioìron crudelmente insin che tutta
Fosse la turba delle case uscita.
Frodolento il decreto era a sol fine
Di scovrir se ricchezza aveavi ancora
Che al saccheggio primier fosse sfuggita.
Or poichè tutti di lor robe carchi
Furono i cittadini, il rio Manfredo
Misericorde spirito ostentando,
Disse che rasi non andrian gli ostelli,
Ma diè barbaro cenno alle coorti
Che assalisser la turba, e d'ogni spoglia
La derubasser. Così il vil tiranno
Suoi debiti solveva ai masnadieri,
Che a quel regno di sangue aveanlo alzato.
L'inverecondo estremo predamento
Desta a furor gli sventurati. Allora
Più non resiste agl'impeti possenti
Del suo sdegno Eleardo:—Io m'ingannai,
Alto grida fra il popolo; io sognava
Esser Manfredo della patria padre;
Usurpator mi s'appalesa infame!
Con lui rompo ogni vincolo, al cospetto
Di voi, di lui medesmo!
Intorno al prode
Cento gagliardi giovani un celato
Ferro traggon dal seno, od ai nemici
Tolgon con forza l'arme, e questo pronto
Saluzzese drappello osa brev'ora
Sperar prodìgi. Orribile, ostinato
Combattimento per le piazze ferve,
E più fïate incontrasi Eleardo
Coll'iniquo Manfredo, e mescolati
Sono i lor brandi valorosi indarno.
S'incontrano Eleardo e Arrigo pure,
E quei più volte può svenare il vecchio
Ma con affetto filïal lo sparmia,
Benchè Arrigo lo imprechi. Alfin dal troppo
Numero sopraffatta è l'animosa
Schiera de' cento, e arretra, e quasi intera
Esce fuor delle mura, ed inseguìta
Viene per la campagna infin che l'ombre
Delle selve la involano ai crudeli.
Intanto agli occhi di Saluzzo un nuovo
Si compiva infortunio. In man degli empi
Cade la rocca stessa, e prigioniero
Indi co' dolci figli esce Tommaso,
E tratti van gli sciagurati illustri
In carceri diverse. Alta ventura
Ancor si fu che in piena sua balìa
Non li avesse Manfredo: ei li avrìa spenti.
Il fero siniscalco uman s'è fatto,
Sì perchè non abbietto era il suo core,
Sì perchè astutamente al rio Manfredo
Volea serbar temuto un avversario,
E sì perch'egli al generoso senno
Ed alle scaltre previdenze unìa
Non leve sete d'oro: immenso chiede
Pel vinto sir riscatto ai ghibellini.
Ma che diss'io, nel provenzal barone
Immaginando non abbietto il core?
Qual fu pietà la sua, mentre di scherni
Osò abbevrar fuor di Saluzzo, a' piedi
De' trionfati muri, innanzi a tutte
Le invereconde vincitrici squadre,
L'illustre prigionier, lui dichiarando
Spoglio di signorìa? lui dividendo
Da' lagrimosi tenerelli infanti,
Che al sir d'Acaia fur commessi e tratti
Di Pinerol nella superba rocca?
L'infelice Tommaso a sorso a sorso
D'amara prigionìa sorbì la tazza,
Prima in Cardato brevi dì, poi chiuso
Di Savigliano entro il castel, poi tolto
Maggiormente alla vista de' mortali,
E seppellito in solitaria torre,
Di Pocapaglia sovra l'erta cima,
Indi levato da quel forse troppo
Mal securo deserto, e fra le mura
Di Cuneo inespugnabili nascoso.
Non sì tosto compita, ahi! di Tommaso
Fu la caduta dall' avito seggio,
Volò del tristo avvenimento il grido
Pe' saluzzesi piani e per le balze,
E l'intese Eleardo entro a' suoi boschi.
Disconfortati allora esso e i compagni,
Depongon le arditissime speranze
Accarezzate nella prima ebbrezza,
O se tutti non vonno appien deporle,
In avvenir remoto, indefinito
Le vagheggiano omai. Son ripetuti
D'amicizia fra loro e di costante
Cor ghibellino i dolci giuramenti,
E con dolor s'abbracciano bagnando
Di lagrime fraterne i forti petti,
E chi per questa sponda e chi per quella,
A diverso destin ciascun si trae.
V.
Oh fra i più strazïanti umani affanni
Quello di non perversa alma che rea
Ad un tratto si tiene, ove sciagure
Piovon non tanto sulla sua cervice,
Quanto sulle cervici de' suoi cari
E dell'intera patria sua, ch'ei vede
Agonizzar, nè può recarle aïta!
E più quando quell'alma, in suoi terrori
Disamata s'estima, e disamata
Da tal cuor ch'era suo! da tal diletto
Cuor, che per sempre ei scorge ora perduto!
Così da lunge qua e là mirando
E pensando a Maria, come colui
Che vedovato delle sue pupille
Pensa a quel sol ch'ei non vedrà più mai,—
Giunge di nottetempo alla badìa
D'Ugo il nepote, e chiede ivi l'ingresso.
—Dov'è lo zio?
—Signor, finiti dianzi
Erano i salmi, ed ei restò nel tempio.
—Colà n'andrò.
—Perturberesti forse
Le più calde sue preci. Odi, ti ferma.
A tai voci non bada il cavaliero,
Ed il portico varca, e l'infrapposto
Varca esteso cortile, e al tempio move.
Apre la porta, inoltrasi tremando;
E della sacra lampada al pallore
Scorge prostrato il solitario antico
Appo l'altar. Questi repente s'alza
Al rimbombo de' passi.
—Olà chi sei?
Assaliti siam noi dalle masnade
De' traditori? Oh che ravviso? Oh iniquo!
Tu nella casa del Signor? T'arretra:
Tinto di sangue cittadin tu vieni.
Sino all'ingresso s'arretrò Eleardo,
Confuso, esterrefatto, e dalle fauci
Mettea supplici grida. Alfine a' piedi
Dello zio inginocchiossi, e in abbondanti
Lagrime ruppe; indi a' singulti amari
Impose freno, alzò la fronte e disse:
—Uomo di Dio, non maledirmi ancora,
Porgi a mia strazïata anima ascolto!
—Che di Saluzzo avvenne?
—Ell'è caduta!
Saccheggiata! arsa!
—Che del sire avvenne?
—Strascinato è prigion.
—Quali i pensieri,
Quai sono i fatti di Manfredo?
—Orrendi!
—E il proteggente provenzal vessillo?
—Esulta negli oltraggi e ne' delitti!
—E l'empio figlio di mia suora il brando
Rotò per lor!
—L'infame brando io ruppi,
E qui vengo ad ascondere a' viventi
La mia vergogna. E per quell'ara santa
Giuro che illuso fui! Giuro che guerra
Credei seguir magnanima, e salute
Alla patria recar! Mi si è svelata
L'ipocrit'alma di Manfredo alfine:
Al par di te sue perfid'opre abborro,
E disdico mie stolte ire nutrite
Contro alla signorìa ch'oggi è crollata,
E per Tommaso prego Iddio! e lo prego
Che gli susciti vindici possenti,
Sì che il traggan di carcere, e le insegne
Espulsino straniere, ed ei risalga
Al seggio avito, e il patrio suol conforti!
—Oh Eleardo! mio figlio! àlzati; al cielo
Chi delle colpe si ricrede, è caro.
Piangi fra le mie braccia il breve fallo,
E nobile fidanza indi ripiglia.
—Unica posso una fidanza accorre
Dopo tanto error mio; posso divina
Misericordia chiedere e sperarla,
Ma lontano dagli uomini, ma scevro
D'ogni gloria del mondo. Io tutto perdo
Ciò che più sorrideami, e affronto l'odio
Del padre stesso dell'amata donna!
L'odio di lei medesma! Alle terrene
Cose son morto; seppellir qui voglio
Tra penitenti angosce il nome mio!
—Monaco tu? Vera sarebbe questa
Vocazïon del Re del Cielo?… Ascolta.
—Ugo, non contrastar; non mover dubbio
Sulla chiamata che a me volge Iddio.
Onor, dover m'astringono a deporre
L'armi impugnate pel tiranno, e questa
Ritratta mia decreto è che per sempre
A me toglie la vergin ch'io adorava!
Dopo tal sacrifìcio, il mondo spregio;
Più non resta per me che o disperata
Morte, o d'un chiostro il confortato pianto.
—Figlio, se così scritto è dall'Eterno,
Così sarà. Ma intanto a me l'Eterno
Pon nell'alma un consiglio: odi e obbedisci.
—Fede ti presto; obbedirò.
—Disdici
Con voci ed opre apertamente il rio
Vincol che ti stringeva agl'invasori.
Gloria rendi al diritto; offri il tuo sangue
Pel patrio suolo. Ingegno e braccia al sire
Che oppresso giace e salvatori chiede,
Generoso consacra. Eccita i forti,
I deboli rincora, e lor rammenta.
Che speranza e virtù prodigii ponno.
Arrossiva Eleardo, impallidiva
A questi detti, ed arrossìa di novo,
E balbettava:—Obbedirò, ma…
—Tronca,
Gli disse il vecchio, ogni esitanza, e parti.
Servi al tuo prence ed a Saluzzo.
—Come?
—Volgiti a Dio; t'ispirerà. T'adopra
Sì che, per gara de' baroni, l'oro
Di Tommaso al riscatto or si fornisca:
Scuoti la possa de' Visconti, scuoti
I nostri prodi. Combattete: egregio
Acquista un loco tra' vincenti, o muori!
—Ch'io snudi il ferro, e di Maria nel padre
Forse mi scontri, e di svenarlo io rischi?
Troppo, troppo dimandi. A me bastante
Sforzo è perder Maria, qui seppellendo
I giorni miei fra lagrime e rimorsi.
—Più degna del Signor, dopo alti fatti,
Riporterai qui la tua fronte, io spero,
E non che il padre di Maria tu sveni,
Di salvare i suoi dì forse avrai campo!
Profetici parean gli atti, gli sguardi,
E la voce del vecchio. E ciò dicendo,
Forte afferrò la destra d'Eleardo,
E dalla porta appo l'altar lo trasse.
Ivi dalla parete una pesante
Antica spada sciolse, e a lui:—La spada
Quest'è che strinsi in gioventù, e di sangue
Saracin l'abbevrai; prendila e pugna
Com'io pugnava per fratelli oppressi.
Eleardo s'infiamma; il sacro ferro
Prende, snuda, lo bacia, il pon sull'ara;
Attesta Iddio che il roterà sugli empi;
Le preci implora del canuto, e parte.
E quand'ei fu partito, Ugo prostrossi
Novamente nel tempio, e pel nipote
Orò gran tempo, insin che all'altro ufficio
Mosser ver l'alba in coro i cenobiti.
Allora il santo abate al pio drappello
Disse:—Pregate per Saluzzo!
E pianse;
E diè contezza dell'orrenda guerra;
Ed i monaci in cor si rammentaro
Parenti e amici, e lagrimaro anch'essi.
Pregaron per Tommaso e pe' suoi fidi,
E pregare altresì per gli oppressori,
Solo Iddio supplicando a spodestarli
Della vittoria che li fea superbi.
VI.
In popol da' civili ire diviso
Speranza poca è di salute, allora
Che sol gagliarde fervono le incaute
Anime giovanili, intente a còrre
Bella, sognata, non possibil palma,
Mentre della canizie intorpidito
Vacilla il senno, sì che norma e freno
Agli audaci inesperti alcuna sacra
Fronte non sorge di guerriero antico.
Mancanza tal di celebrato prode
Che vero prode alla sua patria splenda,
Nel colmo avvien de' tralignati tempi,
E lunga indi stagion regna di pazzo,
Sanguinoso dominio e d'anarchìa,
Molteplice opra di fanciulli eroi,
Fintanto che spossati e fatti vili
Piegano il collo a tranquillante giogo.
Non a tal segno eran corrotti i giorni
Di Saluzzo ch'io canto, abbenchè tristi.
Gioventù inferocìa, ma valorosi
Vecchi brillavan sui crescenti ingegni
Per nobil fama di bontà e prodezza.
Fra tai canuti un prence grandeggiava,
E Giovanni era, l'invincibil sire
Dell'alte torri di Dogliani. Ei nato
All'avo di Tommaso era fratello,
E niun de' feudatarii dominanti
S'agguagliava a Giovanni in virtù schiette
D'amico e padre e leal servo a quelli
Che abbisognavan di consiglio o scampo.
In dì lontani ei superava i mille
Cavalieri compagni in patrie pugne,
Ed in pugne oltremar, sotto il vessillo
De' campioni di Cristo: or men robusto
È il braccio suo, ma pronta sempre e forte
La intelligenza e immacolato il core.
Grande è la fè del venerato prode
Pel suo nipote or prigionier, ch'egli ama
Siccome dolce padre ama il suo figlio,
E ad un tempo siccome un pio guerriero
Ama il signor cui vassallaggio debbe.
Giovanni con baroni altri devoti
A ghibellina parte ed a Tommaso
S'adopravan solleciti, sì ch'oro
Adunar si potesse e adunar gemme,
Al fine urgente di comporre il chiesto
Spaventoso tesoro, onde al marchese
E a sua progenie libertà riedesse.
Un dì alle sale di Dogliani aveva
A non lieto convito egli parecchi
Fervidi amici accolto, a consultarsi
Coi lor fidi intelletti e a stimolarli,
Prodigando con bello accorgimento
Lodi e parole di speranza e preghi.
Dopo la mensa i congregati forti,
Nel bollor de' pensieri e de' colloqui,
Facean di voci rintronar le auguste,
Adornate di ferri, alle pareti,
Allor ch'entrò il valletto d'armi, e nunzio
Fu dell'arrivo d'Eleardo.
Al nome
D'Eleardo s'aggrottano le ciglia
De' ghibellini.
—Ingresso entro tue mura
Darai, Giovanni, all'arrogante guelfo?
—Venga il fellon. Certo, Manfredo il manda:
Udirlo giova.
Non sapeano alcuni
Infra quei generosi fremebondi
Ch'Eleardo si fosse un di coloro,
I quai, vedute l'ultime rapine,
Disperata battaglia avean con gloria,
Benchè indarno, arrischiato entro Saluzzo.
Ei nella sala addotto vien. Severo
Salutevole cenno appena a lui
Movon gl'irati ghibellini.
—Donde
Tu, guelfo, a me?
—Sir di Dogliani, al cielo
Piacque arricchir le avite mie castella
Di non lieve tesor. Vedi tal borsa
E orïentali perle ed adamanti,
Che saranno alcun che, perchè s'affretti
Dell'infelice signor mio il riscatto.
—-Che veggo? Agli occhi miei creder poss'io?
Tu che a Manfredo!…
—A lui sacrato ho l'armi
Credendol pio liberator: lo vidi
Menzognero e tiranno, e gli ho disdetto
Il non dovuto mio servigio.
Ai torvi
Cavalieri asserenansi le fronti:
Esultan, cingon l'arrivato prode,
Gli stringono la destra, e per quegli ori
Da lui recati, soverchiare omai
Veggion quanto al riscatto era mestieri,
E benedicon Dio.
Quel dì medesmo
Andò il sir di Dogliani al regio campo;
La libertà ricomperò del prence
E de' figli di lui; volaron messi
A Cuneo, a Pinerolo: e nel seguente
Giorno redenti uscirono il felice
Padre dai torrïon che il Gesso bagna,
E dall'altra fortezza i giovinetti,
E si rïabbracciar con dolce pianto;
E dal suolo, natìo trasser raminghi
Con Riccarda all'Insùbre ospitai reggia.
Gli esuli amati accompagnò Giovanni
Con altri pochi; e fra costor v'avea
Un cavalier cui nascondea il sembiante
Ferrea visiera. Di Dogliani il sire
Narra per via a Tommaso, onde l'estrema
Voluta somma gli venisse. Il prence
Chiede ove sia il benefico Eleardo;
E il pro' Giovanni sottovoce:—Vedi
Quel cavalier che le sembianze cela,
E accostarsi non osa: egli è Eleardo.
Sino a' confini ei t'accompagna, e poscia
Rieder vuole a sue torri, e mantenervi
L'insegna tua ed apparecchiarti aiuti
Pel dì che il ciel te chiamerà a vittoria.
Serbar silenzio non potè il commosso
Esul marchese, e, volto il palafreno,
Ad Eleardo s'accostò, e per nome
Chiamandol con affetto,—A te perenni
Sien grazie, disse; or mi si svela quanto
Debitor ti son io.
Balzar di sella
Volle e prostrarsi il giovin, ricordando
La frenesìa che inimicollo al sire.
Ma smontò questi insieme, e lo rattenne
Con vivo amplesso, e intorno al cavaliero
Venner anco Riccarda e i dolci figli,
Mercè rendendo, chè senz'esso lunga
Durar potea la prigionìa tuttora.
Più da temersi non parea Tommaso
A' nemici frattanto, e sovra lui
Liete canzoni alzavano beffarde.
Ma tacquer le canzoni indi a non molto
Al grido inaspettato, esser Tommaso,
Non nella reggia de' Visconti, in vana
Mestizia ed in abbietti ozi sepolto;
Bensì già di colà rapidamente
Tornato a' gioghi saluzzesi, in mezzo
A falange d'armati, inalberando
Il vessillo di guerra.
Allor Manfredo
Sovra il suo seggio impallidisce, e copre
Il timor collo sdegno, alto sclamando:
—La prima volta i dì sparmiammo al tristo;
In nostre mani or riede, e, qual lo merta,
Guiderdon di sua audacia avrà la scure.
Solleciti provveggono Manfredo
E il sir del Balzo al moversi di lance
Che di Tommaso sperdano i fautori,
E s'odon rinnovar le invereconde
Del patrio ben promesse. Odonsi voci
D'increscimento onde si dice afflitto
Degli scempii Manfredo. Odonsi voci
Di futura clemenza irrevocata,
E di leggi paterne, e di novello
Tribunale integerrimo, e d'onori
A chi giovi col senno e colla spada
Al marchese, allo stato, ai sacri altari.
Uso antico, perenne è di potenze
Su rapina fondate, allor che spunta
Il giorno del periglio, il serrar l'ugne
Sovra l'oppresso volgo e accarezzarlo,
E sfoggiar mire eccelse a sgombrar tutti
Alfin gli avanzi de' passati danni.
Di nuovo suona piucchè mai d'astuti
Stranieri l'eloquenza: essi la mente
San di Roberto; un re sì pio, sì grande
Ne' benefici intenti, unqua non visse.
Ei vuol felice Italia, ei vuol felici
I prodi Saluzzesi. Attribüirsi
Non denno a lui nè a' capitani suoi
Nè all'ottimo Manfredo i brevi strazi
Recati dalla guerra al marchesato.
Si saneran le cicatrici, e in loco
Della prisca Saluzzo, è già decreta
Sulle rovine sue più vasta e bella
E forte una città che degna appaia
Di cotanto dominio, e faccia invidia
Alla rival Taurino. Al guelfo rege
Cosa non è che sì altamente prema,
Come il dispor che a' piè dell'Alpi sia
Il regio feudo Saluzzese un nido
Glorïoso di prodi, atto a far fronte
Ai vicini avversari. Indi i confini
Di questo feudo estendere or si vonno,
Sì che divenga ampia duchea gagliarda,
A' Visconti terrore ed a' Sabaudi.
Tal dipintura offerta è dagli scaltri
Alle volgari fantasìe. Nè il lustro
Della reggia di Napoli si tace,
Che l'egual non fu visto, e il portentoso
Incivilir de' popoli ove impulso
A piena civiltà dona sì forte
Il gran Roberto; il gran Roberto, amico
Di dottrine e bell'arti; il gran Roberto
Che pone il core in luminosi ingegni,
E più in Petrarca, uomo divino, a cui
Sulle chiome Roberto in Campidoglio
Metteva fregio d'immortal corona.
E si dice che tosto il re a Saluzzo
Con Petrarca verranne e coll'arguto
Narrator di Certaldo, il cui volume
Fra le più vaghe istorie annoverati
Ha d'una sposa Saluzzese i vanti,
Onde per tutti d'Occidente i regni
L'alme gentili, in onorar Griselda,
Onoran di Saluzzo il caro nome.
Ed in qual secol e in qual mai contrada
Mancaron voci splendide e robuste
Ad adular la moltitudin cieca,
Schernendo quasi barbara e compiuta
La vicenda de' scorsi anni infelici,
E asseverando ch'ora alfin comincia
L'età de' veggentissimi intelletti?
Ma tempi v'ha più di prestigio ricchi
Per quest'amabil fola; e simil tempo
Era quel di Roberto e delle tante
Suscitate degl'Itali speranze,
Ch'indi la morte di quel re disperse.
Tai brillanti menzogne avriano forse
Illuso ancor le Saluzzesi valli,
Se a governar l'esercito severa
D'un retto capitan sì fosse stesa
La destra allor, frenando de' guerrieri
L'esecranda licenza. Al siniscalco
Tanta giustizia non premea; invocata
Venìa talor, ma indarno da Manfredo.
Ambo imperar voleano, e il Provenzale
Non consentìa che un suo guerrier giammai,
Per quante iniquità sui vinti oprasse,
Colpevol fosse detto e avesse pena.
Del supremo stranier la tracotanza,
E quindi le ribalde opre di mille
Armati suoi sovra l'inulta plebe
Qui riprodusser quel furor, che visto
S'era in Sicilia poco innanzi, quando
Per l'isola scoppiar vespri di sangue.
Se non che men secreti i Saluzzesi
Scorger lasciaro improvvidi le trame,
E più avveduti e unanimi vegliaro
Gl'investiti oppressori alla difesa.
Tace il mio carme i varii assalti e i varii
Destini delle insegne ora fuggiasche
Or vincitrìci. Sempre a' ghibellini
Anima principale era il Dogliani,
Come già tempo il Procida a sue terre,
E fra i ministri al suo comando egregi
Splendea per senno e per virtù Eleardo.