Amor di patria in vani sogni il core
No, non agita allor, ma di divina
Potenza il nutre e lo sublima, quando
Svolgesi in terra da stranieri oppressa:
Allor non dubbia è sua purezza; allora
Tutte s'intendon l'alme generose
Che fremono del giogo; allor divisi
In discordanti aneliti e dottrine
Non son nobili e volgo: unica han meta
L'espulsïon delle insultanti spade,
E della prisca dignità il ritorno.
Quanto in que' dì contrario al patrio bene
Fosse pe' Saluzzesi il guelfo spirto,
Meglio comprese ognuno all'improvvisa
Morte del vecchio provenzal monarca.
Orbo questi del figlio, al debil pugno
Della nepote abbandonò lo scettro;
E della incauta il leve cor s'avvolse
In infelici amori, e la sua fama
Fu dalla morte del trafitto sposo
Più orrendamente deturpata, e i novi
Mariti la tradìan, sin che il feroce
Vendicator carnefice a lei fessi.
Sceso Roberto nella tomba, crebbe
Per tutta Italia il ghibellin coraggio,
E si volser de' più le speranzose
Ciglia novellamente alle promesse
Della potente signorìa Lombarda.
Moltiplicati vidersi gli esempli
Di fraterna concordia e di valore
Ne' nostri lidi Saluzzesi. Al bello
De' popoli fervor corrispondea
La virtù di Tommaso: egli emulava
De' suoi più forti la prodezza. Il nome
Di Tommaso era sola indi una cosa
Col nome della patria al cor de' giusti;
E da lunga, sfortuna raffinato,
Il suo spirto gentil s'affratellava
Sinceramente co' minori, e segni
Dava di gratitudin commoventi
A cavalieri e ad infimi mortali
Che ponean fede in esso, ed olocausto
Con lui fean degli averi e della vita.
Godea l'animo a tutti i generosi
In vederlo onorar gli alti consigli
Del canuto Giovanni. Eran Tommaso
E di Dogliani il sir qual figlio e padre,
E il portentoso vecchio corregnando
Söavemente sulle suddit'alme
Più e più le affidava. Alcune volte
Lievi nascean principii di discordia
Nelle diverse ghibelline schiere,
Perocchè a' Saluzzesi andavan misti
Sotto il vessillo di Tommaso e Insùbri
E assoldati Germani. Alla parola
Dell'antico Giovanni i dissidenti
Animi s'acquetavano, e sebbene
Cagion di lagno non restasse agli altri,
Pur gioìa il Saluzzese, ognor veggendo
Che anteposto a lui mai nell'intelletto
De' sommi duci lo stranier non era.
L'opposto caso tuttodì avvenìa
Nella parte de' guelfi. Il rio Manfredo
Dell'odio de' nativi esacerbossi
Più feramente ciascun giorno; e volle
Col terror contenerli: indi suprema
Grazia spargea sugli esteri comprati,
E verso ogni nativo anco più fido
Scorger lasciava diffidenza ed ira.
Giunse a tal, ne' suoi dì più disperati,
La tirannide sua, che i prigionieri,
Se patria avean la saluzzese terra,
Considerava ribellanti degni
Dell'ultimo supplizio, e senza indugio
Strage ne fea. Tal rabida inclemenza
Costrinse i ghibellini a rappresaglia,
Sì che perdòn più non brillò sui vinti.
A quel tempo si vide in ambo i campi
Accorrer di Staffarda il santo abate,
Misericordia supplicando invano
Pe' guerrieri captivi. A lui Manfredo
Con vilipendio rispondea, sgozzando
Innanzi a lui le vittime, e nell'altro
Campo l'udìano con ossequio i prodi,
Ma rispondean che giusto uso di guerra
Stabilìa le vendette, unico modo
A frenar gli avversari in tal barbarie.
Per tutti gl'immolati Ugo gemea,
E notte e giorno l'atterrìa il timore
Che prigion di Manfredo in qualche pugna
Eleardo restasse. Ah! insiem con esso
Un altro cuor da quel pensier tremendo
Era a que' tempi strazïato: il cuore
Della figlia d'Arrigo. Avea creduto
L'infelice Maria poter nemica
Vivere ad Eleardo, allor che intese
Ch'ei dipartito dalle guelfe insegne
Alla destra di lei più non ambiva.
L'avea davvero alcuni dì abborrito
Com'uom che lei tradìa, com' uom che l'armi
Tradìa de' generosi. Ah! nel sincero
Animo della vergin quello sdegno
Fu breve fiamma, e sfavillò al suo ciglio
De' ghibellini la giustizia, e pianse
Riconoscendo in qual funesto errore
Il padre s'avvolgesse. Ella in Envìe
Nel paterno castel traea la vita
Colle dilette ancelle, trepidando
Pel genitore e per l'amante. Ascesa
I passegger vedeanla da lontano
Su questo ovver su quel dei sette grigi
Torrïoni d'Envìe. La sventurata
Scorgea nella pianura o sovra i colli
Gl'incontri delle avverse aste feroci,
E talor le parea per que' remoti
Lochi discerner dal fulgor degli elmi
Arrigo od Eleardo, od ambidue
Cozzanti insiem. Prostravasi la pia
Lagrimando e pregando il Re del Cielo
E la Donna degli Angioli; e sovente
Restava lunghi giorni il dilicato
Corpo affliggendo con digiuni, e intere
Vigilava le notti in calde preci,
I proprii patimenti a Dio offerendo
Per la salvezza de' suoi cari. E seco
Viveano in lutto e assidua penitenza
Le fide ancelle e antichi servi. L'alme
Angosciate si schiudono a paure
Di superstizïone. Or dalla torre
Nelle nubi scorgean croci di sangue,
E sembianze di scheletri, e l'immensa
Falce e dell'Angiol della morte il pugno;
Or di sciagure sovrastanti indizio
Lo strido era dell'ùpupa ed il mesto
Urlo notturno dell'errante cagna;
Or dagli armati servi a mezzanotte
L'estinta madre di Maria s'udiva
Singhiozzar nel sepolcro, o lentamente
Scoperchiarlo ed uscirne, e per le brune
Scale salire, ed appellar con fioca
Voce il marito o la diletta figlia.

A calmar quelle ambasce e que' terrori
E a consolarsi fra i soavi amplessi
Dell'innocente vergine, il cruccioso
Padre venìa talor. Con duri modi
L'aspreggiava e garriala del suo pianto,
Poi commoveasi e l'abbracciava, e preci
La supplicava d'innalzar pe' guelfi.
E nelle rughe della smorta fronte
Ella più e più leggea del genitore
I sinistri presagi. Insinüante
Sonava un non so che nella pietosa
Voce di lei che costringea il canuto
A poco a poco a palesarle occulti
Sempre novi dolori.
Un dì le disse:
—Più non pregar pe' guelfi! abbandonati
Siamo da Dio! Deluse ha mie speranze
Il superbo Manfredo: i miei consigli,
I preghi miei non cura. Adulatrici
Parole ei vuol; darle non so. Un drappello
D'infami lusinghieri applaude a tutte
Sue tirannie, le suscita, il fa cieco
Stromento a loro insazïabil sete
Di tesori e vendette. Apportar senno
Volevamo e giustizia; abbiam delitti
E stoltezza apportato. Ad uno ad uno
Da noi si dipartìano i prodi amici:
Pochi omai siamo ed esecrati, e all'orlo
Dell'estrema ignominia!
—Oh sciagurate
Voci! oh misero padre! I vaticinii
Ecco d'Ugo avverati! Il reo vessillo
Lascia tu dunque di Manfredo: accetta
Di Tommaso la grazia!
—È tardi, o figlia!
Errò Manfredo, ma infelice il veggo:
Mai da prence infelice non si scosta
Fuorchè il vigliacco!
—Oh padre amato, pensa…
—Che vigliacco non son, che con Manfredo
Debbo cader.
—Mai di vigliacco taccia
Ad Eleardo non darassi.
—Ei corse
Quando da noi si svincolò, a bandiera
D'un prence espulso: audace era il partito,
Ma generoso. Non così oggi fora,
Correndo a sir cui la fortuna arride.
Cessa il tuo supplicar, cessa il tuo pianto:
Dimane si combatte, e se non opra
Per noi prodìgi Iddio… dimane, o figlia,
Più non hai padre!
—Oh feri detti!
—Io vengo
L'ultima volta a benedirti forse:
Con vigor di te degno, odimi: stirpe
Di codardi non siam. Tergi le ciglia,
Frena i singhiozzi; te l'intìmo. Ascolta:
Un patto pongo al benedirti.
—Quale?
—Bada che guelfo io moro, e maledetta
Sarà tua man se a ghibellin la porgi!
—T'affida, o padre: intendo. Amo Eleardo,
Ma te guelfo perdendo, a ghibellino
Moglie mai non sarei!
—Tutti il Signore
Dunque sul capo tuo spanda i suoi doni!
Me sol, me sol de' falli miei punendo,
Sparmii l'anima tua!
Disse. Ad un servo
L'accomandò; da lor si svelse e sparve.

VIII.

Infelici ambidue!—Ma più infelice
Forse d'ogni innocente addolorato
È quel mortal che temerario corse
A illusïoni infauste, onde tormento
Ineluttabil ridondò a' suoi cari!
Oh come allor, nella pietà ch'ei sente
Di questa o quella vittima diletta,
Tardi vede primier debito d'uomo
Esser religïon, carità, pace,
Provvedimento a dolce sicurezza
Di domestiche gioie, e non desìo
Imprudente di gloria e di perigli.
Tal verità gli splende, or che non puote
Più sollievo ritrarne il vecchio Arrigo;
E forte è assai per sè medesmo in tutte
Avversità, ma non è forte, al duolo
Della figlia pensando, e sebben mostri
In mezzo a' suoi guerrieri animo invitto,
Spesso ei nel manto si rinchiude e piange.
Tre dì Maria si stette in disperati
Non cessanti delirii:
—Empio Eleardo!
Perchè movevi alle felici insegne
Destinate al trionfo, e il padre mio
Per dolci preghi e dolce vïolenza
Teco a salvezza non traevi? Oh fossi
Tu restato co' guelfi! il valoroso
Tuo braccio avriali sostenuti. Un prode
Fatal perdemmo in te: spesso deciso
A pro de' ghibellini hai la vittoria.
Possente impulso hai dato alla fortuna
Del profugo Tommaso: alta, primiera
Cagion tu sei delle sconfitte nostre.
Ah, non m'amavi, ingrato! E insino ad ora
Io figlia iniqua, immemor de' perigli
Del caro padre mio, secretamente
Alzato sempre voti ho pe' tuoi giorni!
Que' voti abborro! quell'amor disdico!
Il padre mio si serbi! il padre vinca!
Il padre atterri i suoi nemici, i miei!
Guelfa, guelfa son io! Mendace è il grido
Che di virtù civile ai ghibellini
Or dona palma. I nostri petti infiamma
Vero di patria amor: calunnïato
È Manfredo da voi; calunnïato
È il padre mio, di giuste opre seguace;
Ma vinti siamo, e il mondo vil ne impreca!
Così l'immenso affanno isconsolata
Iva Maria sfogando; e avvicendava
Accenti d'ira e di pietà, e d'umìle
Fervida prece. E promettea al Signore,
Se dagli eccidii salvo andasse il padre,
Essa tutrice farsi ad orfanelli,
A vedove, ad infermi, a pellegrini,
E tutti gli anni un dono offrire eletto
Sì di Riffredo al monister famoso,
Sì ad altri santi d'innocenza asìli.
Ella avrebbe voluto alle promesse
Che le dettava il core, aggiunger quella
Di cingere in Riffredo il santo velo,
Ma la meschina non potea, pensando
Al solitario padre orbo di figli!
Ed, ahi, forse non conscia ella a sè stessa,
Anco pensava mal suo grado ognora
A colui, che ne' scorsi anni felici
Erale stato così caro!
Oh come
La infelice Maria sta dalla torre
Investigando ogni lontano moto
D'armi o di passeggieri, ed in lei cresce
Indicibil timor ch'ella securo
Presentimento d'alto lutto estima!
Chi son que' duo che sull'arcion veloci
Movon per la pianura? Ad essi lunghe
Soverchiamente son le usate strade,
E là passano un rio, là per gli sterpi
D'una macchia s'inoltrano, agognando
Il più diretto corso. Alla borgata
Pareano volti di Revello, e pure
Quivi non si soffermano, e alla terra
Certo d'Envìe sospingono i cavalli.
Oh di Maria nell'anima dubbiante
Ansïetà novella? Or si protende
A guardare in silenzio, or si dispera,
E grida e trema di saper chi sièno
Que' frettolosi. Omai discerne alfine
Che non guerriera è la lor veste; e poscia
Sospetta, avvisa che l'un d'essi il giusto
Presule sia col fido laico. Un dubbio
No, più non è; son dessi!
A quella vista
Le ginocchia le mancano, ma i sensi
Non perde ancor. La reggono le ancelle,
E la misera esclama:—Ugo! tu vieni
A me del padre ad annunciar la morte!
Ma quando intese appo il castel d'Envìe
Scalpitare i corsieri, allor sì grande
Fu la tema e il dolor, che appieno svenne.
Ahimè! spenta la credon qualche tempo
Le ancelle e i servi. Alfine in sè ritorna,
Ed entrar vede pallido, turbato,
Lagrimoso il canuto.
—Il padre mio…
Parla… dov'è sua spoglia?
—Ei vive ancora;
Ma prigionier, ma dalla cruda legge
Che a morte danna i prigionieri, oppresso!
—Oh sventurato! oh più felici quelli
Che in battaglia cadeano! E tu a supplizi
Lasci lui trarre? Intercessor non debbe
Uom di Dio farsi a disarmar le atroci
Ire de'vincitori?
—Ah! da te sono,
O vergine, ignorati i vani sforzi
Che tentai da Tommaso! I suoi nemici,
Or volgon pochi dì, sacrificaro
Barbaramente dieci illustri teste
Di ghibellin captivi. Universale
Nell'oste ghibellina è quindi il grido,
Che gl'immolati abbian vendetta. Arrigo
Morrà domane con nov'altri: il cenno
Tommaso niega rivocar; respinto
Venni da lui. Prova sol una or resta:
Seguimi al campo: sforzerem l'ingresso
Della tenda del sir; forse il tuo pianto
Ammollirà il suo nobil cor, dai truci
Fatti d'alterna rabbia incrudelito.
—Il ciel t'ispira: andiam.
Rapidamente
La vergin s'allestì; rapidamente
Ella e pochi fedeli in sui corsieri
Volser con Ugo al saluzzese campo.
Ad un tronco giaceva incatenato
Tra i furenti nemici Arrigo, a breve
Di Saluzzo distanza. Ei siccom'uomo
Che avea la gloria di Saluzzo amata
Vagheggiando per essa e per Manfredo
Fortune alte, impossibili, or mirava
Con istupor, qual visïon non vera,
Quell'ultima sconfitta, e quell'orrendo
Svanir d'ogni speranza, e quel ritorno
De' ghibellini e di Tommaso, e quella
Guerra in veloci tratti or consumata
Con nessun frutto, fuorchè stragi e scherni
E povertà ed obbrobrio e sacrilegii!
E tutto ciò per vicendevol, grande,
Creduto zelo di virtù e di patria!
E innanzi a lui mirando egli quel loco
Dove a prosperi dì sorgea Saluzzo,
E dove diroccato oggi è il recinto,
E dentro quel, fra orribili macerie,
Non v'ha che rari antichi alberghi e templi
Con negri campanili, e qualche novo
Incominciato cittadino ostello,
Sente Arrigo la dura alma infiacchirsi
Da pietà inusitata. Ei nella foga
Delle gioie guerresche avea con occhi
Di ferocia le fiamme un dì veduto
Ed il saccheggio devastar Saluzzo.
Or cessata l'ebbrezza, il cavaliero
Delle avvenute iniquità s'affligge,
E dice mal suo grado:—Ecco onde il CieIo
Manfredo e i guelfi e me con lor condanna!
Poi caccia quel pensiero, e, benchè rieda,
Celarlo vuole, e alta la fronte ei tiene,
Con dispregio guardando i vincitori.
Cacciar vorrebbe altro pensier più dolce,
Ma in un più divorante. Ei nelle meste
Sale d'Envìe scorge la figlia, ed ode
Il miserando suo lamento, e sola,
Orfana, senza prossimi congiunti,
Senza soccorsi d'amistà la mira;
E le canute palpebre di pianto
Amarissimo grondano e i singhiozzi
Frenar non puote, e colle scarne mani
Si copre il volto per vergogna e rugge.
Un de' custodi come un tempo i falsi
Di Giobbe amici, lo compiange e incuora.
—Non avvilirti, o prode; in cielo è scritto
Il destin de' mortali; adorar sempre
Dobbiam di Dio gl'imperscrutati cenni:
Non accettarli è codardia e bestemmia.
—Taci, impudente ghibellin; m'è noto
Che giusto è Iddio, che i falli miei punisce,
Che l'are sue mal onorai, che vissi
D'ira e d'orgoglio più d'ogn'uom, che merto
Cader per mani inesorate e inique.
Non mi ribello contro a lui; non biasmo
Il suo rigor, non tremiti codardi
Me presso a morte invadono: un'angoscia
Non ignobil mi preme. Ho una figliuola
Ch'orfana resta, e sua sventura io piango!
—Padre ai pupilli derelitti è Iddio.
—Vero favelli, ma la terra è piena
Di pupilli derisi, insidïati,
Spogli di tutto; ed ahi! su lor punite
Forse da Dio son le paterne colpe!
Indi io pavento, io peccator, sul fato
Che all'innocente figlia mia sovrasta.
—Ben paventate, o sciagurati guelfi,
Che tanti alberghi incendïaste, e tanti
Olocausti sacrileghi immolaste:
Men empio è il ghibellino.
—Empi siam tutti,
Amor vantando di giustizia a gara,
E ognor con nostre stolte ambizïoni
Opprimendo la patria e calpestando
Natura e dritti ed innocenza e onore!
Così dal labbro del feroce vecchio
Usciva un misto d'indomata audacia
E di sincero pentimento. Il capo
Piegava sotto ai fulmini divini,
Ma i consigli degli uomini esecrava,
E negli sguardi suoi sì presso a morte
Indistinti fulgean Cielo ed Inferno.

IX.

Bella fra tutte umane imprese è quella
Dell'uom che avvampa di desìo di pace
E di perdon, non per suo proprio bene,
Ma per altrui! ma per servire a Dio,
Ed alla dolce patria e ad infelici
Cuori ch'egli ama e consolare anela!
Tal nell'ire civili è il vostro uficio,
O vegliardi autorevoli che all'ara
Del Dio di pace consecraste i giorni!
Ecco arrivare al campo Ugo e Maria:
E mentre del marchese al padiglione
Van rivolgendo accelerati i passi,
Veggono appunto da catena stretto
A fisso legno fra custodi Arrigo.
Con qual pianto e quali impeti di grida
Prorompe la fanciulla infra le care
Braccia paterne! e qual celeste han suono
Sue filïali tenere parole
A genitor così infelice? Ei serra
Al sen quella innocente; e sclama:
—Oh gioia!
Ma insana gioia! Oh nuovi affanni orrendi!
Deh, perchè a me non li sparmiava Iddio?
Non misero abbastanza era il mio fato,
Ugo crudel? Tu qui la figlia traggi
A vedermi morir!
—Padre, ei mi tragge
A salvare i tuoi dì.
—Che? supplicando
Codardamente il vincitor maligno
Di largirmi il perdon? Non sarà mai!
La stirpe mia non annovrò guerrieri
Che morir non sapessero da forti.
D'espor ti vieto il virginal sembiante
Al barbaro sorriso de' felici!
Io so morir, io morir voglio prima
Che la mia figlia a'piedi altrui si prostri!
—Padre, lasciami: il so, ti disdirebbe
Di coraggio scarsezza ai più tremendi
Giorni della sconfitta, e se il nemico
Te immolar vuol, da prode cavaliero
E da cristiano perirai pregando
Non gli uomini, ma Dio. Lasciami: un altro
Dovere è quel di figlia. A me ignominia
Fora il non chieder la tua vita al sire.
—Vilipesa sarai.
—Pur vilipesa,
Degna sarò d'ossequio e di compianto:
Avrò adempiuto quanto amor di figlia,
Quanto la voce del Signor m'impone.
Contendeano in tal foggia, e l'ostinato
Arrigo persistea nel suo divieto;
Ma di Staffarda l'infulato duce
Strappò Maria dalle paterne braccia,
Ed attraverso a numerose tende
Corrono di Tommaso al padiglione.
Udivan essi da lontano gli urli
Del corrucciato Arrigo:
—A tutte dunque
Serbato io son le più esecrabili onte!
Di me la figlia indegnamente stesa
Ad implorar la vita mia, la vita
Che mi si fa spregevol, che non posso,
Che non voglio accettar! Riedi, ten prego,
Tel comando! paventa il furor mio,
Il maledir d'un genitor morente!
Ghibellino fu sempre Ugo, e nol move
Pietà di noi. L'ipocrita vegliardo
Del nostro duolo infamemente esulta,
E per farlo maggior vuol che d'Arrigo
L'ultima figlia esempio doni abbietto.
Del minacciar, paterno e delle ingiuste
Voci contr'Ugo questa inorridiva;
Ma il venerando abate alla fanciulla
Reggeva il cor, dicendole:—Salvarlo
Dobbiam malgrado l'ira sua superba.
Ma qual d'entrambi è l'animo allorquando
Dalle guardie interdetto al padiglione
Vien lor l'ingresso! Non bastàr nè preghi,
Nè lagrime, nè strida. Un assoluto
Cenno del sir faceva inesorati
Tutti i guerrieri che cingean la tenda.
Stavano dentro a quella in assemblea
Col supremo signor parecchi duci;
E questi duci tutti eran da lunghi
Danni e da amare perdite innaspriti,
Sì che spinto da lor venìa il marchese
A costante fierezza, insin che, espulsi
Pienamente i nemici, astro securo
Di comun gioia sfavillar potesse.
Entro la rocca di Saluzzo chiuso
Erasi il rio Manfredo, e colà ancora
Ei da stranieri iva sperando aïta,
Benchè spersi fuggissero, inseguiti
Dall'antico Giovanni e da Eleardo.
Di questi duo suoi fidi cavalieri
Or più Tommaso non avea contezza
Già da due dì. Certo parea il trionfo;
Ma se fallito avesse? e se impensate
Novelle squadre di possenti guelfi
Nel paese irrompessero? Que' dubbii
Nutron lo sdegno di Tommaso. Impone
Che congedati sien Ugo e Maria,
E quai si fosser supplicanti.
Allora
Pria di ritrarsi il presul generoso
Resistendo alle guardie, alzò la voce:
—Nobil marchese di Saluzzo, ascolta
I moti del cor tuo: non meritato
Da' tuoi nemici è di tua grazia il raggio,
Ma so ch'aneli d'emanarlo, e Iddio
L'adempimento di tua brama aspetta
Per benedirti più e più…
Troncato,
Fu duramente da' guerrieri il pio
Grido del vecchio, e fu troncato il grido
Dell'angosciata vergine, e repente
Lunge dal padiglion venner sospinti.
Videli Arrigo a sè tornare, e disse
Con amaro sogghigno:—Il pianto vostro
Non terse dunque il vincitor? Lucraste,
E ben vi sta, gli ultimi oltraggi: io puro
Son di codesto obbrobrio vostro almeno!
A Dio mi curvo; a nessun uomo in terra!
Ma dopo quel sogghigno e quell'acerba
Favella, intenerissi alle dirotte
Lagrime di Maria. Con lui rimase
La sconsolata, e ritornò alla tenda
Il santo amico lor, novellamente
Tentar volendo di Tommaso il core;
Ed intanto la vergine abbracciando
Del padre le ginocchia, or lo pregava
Di placar Dio con miti sensi, ed ora
A Dio medesmo rivolgea sue preci.
Ugo, ahimè, ricompar! nulla otteneva,
Nulla ottener più spera! Alta mestizia
Al degno sacerdote in volto siede,
Ma mestizia di forte alma che viene
Un moribondo a regger nel tremendo
Agonizzar dell'ore sue supreme.
Maria l'intende, e misera prorompe
In impeti di duolo inenarrati;
Smarrisce i sensi, e inconsapevol tratta
Viene appartatamente infra pietose
Donne che a lei soccorrono. Prostrossi
Arrigo allor del sacerdote a' piedi,
E confessò sue colpe. E dacchè sciolto
Gli fu in nome di Dio di queste il laccio,
Si rïalzò con pacatezza altera,
Ma non di quella indomita alterigia
Che in lui dianzi apparia, qual di nociva
Fosca meteora formidabil luce.
Or quell'ardito e dignitoso sguardo
Porta di pace e d'umiltà un'impronta
Che vien dal Ciel, dal Cielo, autor sublime
Di stupende armonie!
—Dov'è mia figlia?
Ugo, traggila a me: l'estrema volta,
Benedirla degg'io. Meco brev'ora
Star si potrà.
Fu ricondotta al padre
La sventurata, ed ancorchè d'affanno
Le sanguinasse il cor, pur di lui vide
Con maraviglia la quiete, e grazie
Alla Donna degli Angioli ne rese,
Ed impose a se stessa umiltà, pace,
Eroica forza. Ella piangea, ma freno
Ponea a' lamenti, e con devote ciglia
Mirava il padre, e sue parole tutte
Accoglieva nell'anima, siccome
Parole d'uom che santamente muoia.
Festivo era quel giorno, e perciò l'altro
Pei supplizi aspettavasi. Omai tarda
Era la sera, ed Ugo apparecchiati
A pio morire aveva altri prigioni.
Ritorna ei quindi presso Arrigo, e i proprii
Palpitamenti di pietà vorrìa
Celare in parte:—O cavaliere! o donna!…
Tutto puossi con Dio!…
—Dal padre amato
Deh, ch'io non venga separata ancora!
Lontana è l'alba.
—Più crudel sarìa
Vicino all'alba separarvi.
Arrigo
Stringeva al sen la figlia, e lei disporre
Desïava a partir. Ma la infelice
Alla prova tremenda obblïò i miti
Sentimenti di pace, e la ragione
Le si turbò miseramente.—Oh guerre
Scellerate di popoli! oh stendardi
Di virtù menzognere! oh glorie infami
D'emuli cavalieri, onde son frutto
Crudeltà e morte! Ah! perchè Dio fecondi
Alla feroce umana stirpe ognora
Fa gl'imenei, se la catena intera
De' secoli spruzzata è d'uman sangue?
E qual di sì esecrande ire perenni
Colpa abbiam noi, dell'uom compagne e figlie,
Nate ad amar, nate a compianger, nate
A viver senza offesa, assorte in Dio!
Di qual delitto intrisa son perch'oggi
A me tolgano il padre i masnadieri,
Nè generoso pur vi sia terrestre
O celeste poter, che degli oppressi
Alla difesa accorra? Ed Eleardo
In ch'io tanto fidava, anco Eleardo
Ch'io tanto amava, abbandonommi!
Il campo
Suona improvviso di festanti grida.
Balza il core a Maria; porge ella ascolto:
Che sarà mai? Reduci sono il prode
Antico Doglianese ed Eleardo,
Apportatori di vittoria piena.
Brillan del presul le ispirate luci
Per novella speranza, e i passi affretta
Ver l'amato nepote; il giunge, il ferma,
E d'Arrigo gli parla.
Intanto usciva
Del padiglion Tommaso, e lieto amplesso
Porgeva a' trionfanti; e ratto a lui
Volgea tai detti di Dogliani il sire,
Indicando Eleardo;—Alla prodezza
Di questo forte molto devi, o prence;
Le più valenti squadre egli ha sconfitte.
Stende il marchese al giovin glorïoso
L'amica destra. Ei gliela bacia, e prono.
—Signor, grida, signor, me qui tu miri
Astretto a chieder dalla tua clemenza
A' pochi miei servigi alta mercede.
—Quai pur sieno tue brame, o campion mio,
Le manifesta, e saran paghe.
—I giorni
Chieggo salvi d'Arrigo. Il so, fu reo:
Non corrucciarti del mio ardito prego.
Arrigo a me qual padre ebbi molt'anni,
E padre è di colei che sul mio core
Sin dall'infanzia regna.
Ondeggia alquanto
Il magnanimo prence, indi prevale
Benignità sugli altri affetti, e sclama:
—Ho perdonato! ogni prigion si sciolga,
Ed a' suoi tetti rieda, apparecchiando
A più nobile oprar suoi dì futuri.
A quella augusta consolante voce
Mill'altre voci eccheggiano, e fra loro
Quella del vecchio di Dogliani, e quella
Del presul di Staffarda, e più robusta
Quella del giovin che all'amata donna
Rendere può del genitor la vita.
A tanti applausi si nasconde il prence
Rïentrando commosso entro sua tenda:
Ed ecco volan Ugo ed Eleardo
A scior d'Arrigo i lacci.
Il prigioniero
Uso ad ira e superbia, esitò prima,
Poi fu da conoscente animo vinto
E da dolcezza, ed Eleardo al seno
Colla figlia serrando, inginocchiossi,
E disse a Dio:—Sovra Tommaso schiudi
Tuo più giocondo riso, e prosperato
Sia nel dominio e nella prole, e cessi
A lui d'intorno ogni fraterna guerra!
Modestia e gratitudine e contento
E maraviglia e amor davano agli occhi
Della vergin bellissima un novello
Indicibile incanto, onde il fedele
Suo cavalier gioìva inebbrïato.
Scorge i lor voti il padre, e prende e unisce
Le destre loro. Un grido alza di gioia
Il felice Eleardo, e la tremante
Fanciulla irrompe in lagrime soavi,
Benedicendo la celeste aïta
Che i lunghi affanni in tanto gaudio volse.
Di Saluzzo la rocca indi a tre giorni
Spalancar si dovette. Uscì Manfredo
Con pochi suoi compagni ed esularo;
E in sua paterna sede il buon Tommaso,
Se non durevol pace, almen godette
Signorìa da virtudi alte illustrata,
E alle rovine di Saluzzo orrende
Nuovi successer tetti e nuovi prodi.

AROLDO E CLARA

CANTICA.

Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io, sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi dallo scrivere satire:—«La poesia arrabbiata non migliora nessuno; e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di carità e d'indulgenza.»

AROLDO E CLARA.