La rappresentazione mostrò poscia il giovane, uscito di carcere e ritornato fra' suoi cari, ove, dimenticate le offese de' maledici, cantò un inno di consolazione.
Tutta la favola piacque assaissimo, particolarmente alle donne, delle quali la più intenerita era Rafaella. Ma la sua commozione nasceva dalle tristi peripezie del finto Longobardo, o dal fascino che spargeasi dall'arpa, dalla voce e dal ciglio del trovadore, che vestia quella parte? Sua madre la mirò e impallidì. Anche il padre ed il fratello la mirarono, ma nulla scorsero: chè solo a pupille di madre non isfuggono i segreti delle dilette figliuole.
La brigata finalmente si sciolse. Tutte le balze e le valli saluzzesi si rallegrarono per due giorni della buona sorte di Berardo, per ricominciare al terzo ad eccheggiare di nuovo delle inevitabili mormorazioni dell'invidia, che non perdona ad alcun felice.
CAPO II.
Il Rapimento.
Non fu lunga la felicità di Berardo. I Milanesi erano in aspra guerra coll'Imperatore Federico I, detto Barbarossa, il quale avea deliberato di toglier loro le franchigie, che due anni prima egli stesso avea riconosciute per legittime. Alcune città lombarde parteggiarono per Milano; ma altre, per antica rivalità, e la maggior parte dei principi per debito di vassallaggio, tenevano per Federico: il quale, insofferente d'ogni opposizione e feroce per natura, dappertutto recava terrore ed esterminio. Già col ferro e col fuoco avea distrutto dalle fondamenta nobilissimi borghi ed intere città, come Chieri, Asti e Tortona: e vago di compiere in breve l'impresa, non cessava di chiedere forti schiere a tutti i suoi feudatarii di Germania e d'Italia. Di che il marchese Manfredo desideroso di dare all'Imperatore valorosi soldati, e vago di rimunerare il valore che Eriberto avea mostrato contro Cuneo, inviollo in quella circostanza, capitano d'una squadra, al campo cesareo. Ma la partenza d'Eriberto fu cagione d'assai lagrime a' genitori e alla sorella: la quale piangendo per la partenza del fratello tremava pur molto per la vita d'un altro.
Questo era Ottolino, quel trovadore che rappresentò sì bene la parte del Longobardo. Ottolino figlio d'un guerriero oscuro di nascita, ma prode e amico già di Berardo, era amicissimo di Eriberto: ed educato come lui, nel monastero di Staffarda dall'egregio Abate Guglielmo. Da lui egli aveva imparato non solo a leggere e scrivere, due scienze rare in quel secolo, ma ad intendere ancora il latino dei libri sacri, dalla lettura dei quali avea ricavata un'idea elevatissima de' doveri dell'uomo verso Dio e verso il prossimo; il che conciliavagli la stima degli uomini gravi. Avea inoltre imparato a sonare, cantare e poetare con grazia inimitabile, il che lo rendeva amabile a tutti e gratissimo nei ritrovi.
Nelle feste della Regina degli Angioli Ottolino componeva a suo onore inni divoti; a Natale poetava, per la cara scena del presepio, le cantiche pastorali: nella settimana santa cantava le lamentazioni, ed a Pasqua gli alleluia, di che i monaci di Staffarda attribuivano sì bell'ingegno ad un favore particolare di S. Cecilia, protettrice de' bei suoni e de' bei canti. Ai suoni gravi dell'organo Ottolino cominciò poi ad accoppiare le dolci armonie dell'arpa: e spesso nella selva cantava le sciagure de' cavalieri; il che alcuni dei monaci poco approvavano, dubitando forte che S. Cecilia si curasse molto di ispirare tali poesie. Ma non si scandalizzava già l'Abate che ben conosceva il suo discepolo. Severissimo verso se stesso, egli era indulgente ad altrui e specialmente ai giovinetti, purchè non ne scorgesse malvagia la volontà. Permetteva perciò ad Ottolino le canzoni cavalleresche: e sebbene i luoghi della selva, nei quali il giovane più amava d'arpeggiare, fossero i più cupi e quelli che aveano fama d'essere incantati, non gli vietava di frequentarli, e raccomandavagli di guardarsi dai ladri.
Uscito Ottolino, già da due anni, dal monastero, avea combattuto valorosamente contro Cuneo. Suo padre, spirando carico di ferite fra le sue braccia, gli avea consegnato il proprio ferro e dettegli questo parole: «Sii prode ma giusto; affinchè Dio faccia misericordia all'anima mia». Parole che egli ricevette nel profondo del cuore con viva credenza: sì che d'indi innanzi, anelando alle buone e prodi azioni, avea in mente il padre e offerivale in suffragio dell'anima sua.
Rafaella ammiravane in cuor suo la bontà e il valore ed affliggeasi di tutti i suoi pericoli; ma quando Ottolino mosse non più ai vicini campi di Cuneo, ma a guerra lontana e più tremenda, fu presa di sommo affanno. Se non che mentre ella piangea questa sciagura, un'altra maggiore le sovrastava. Giacchè il sire di Mozzatorre struggeasi di vendicarsi di Berardo, e pensando che più crudele pena non potea cagionargli che coll'offenderlo nella figliuola, pensò di rapirla; ma rapirla in guisa che si perdesse la sua traccia, e i sospetti non potessero cadere sopra di lui. Meditate parecchie guise, scelse alfine la più malvagia: per le selve e pei monti circostanti viveano sparse fiere bande di ladroni, contro le quali s'erano spesse volte collegati indarno i cavalieri più generosi del vicinato. Vendeano essi l'opera, ogni volta che ne veniano richiesti dai baroni che senza parere voleano eseguire qualche iniquo fatto. La banda poi era composta per lo più di servi fuggiti dai padroni e d'avanzi di Saracini[3]. Villigiso dunque ne assoldò alcuni a lui noti come più audaci e destri, e commise loro che, scesi sulle rive del Po, ai campi di Berardo, ne incendiassero di notte tempo la casa, e ne rapissero la figliuola in mezzo all'agitazione ed al tumulto.
La cosa era pur troppo facile. Giacchè le abitazioni, in quel secolo, ne' contadi e nelle piccole città non solevano essere se non tugurii di legno, consolidati al più da pilastri di mattoni ai quattro angoli dell'edifizio. Le foreste poi si stendevano sì ampiamente, che il legno non costava quasi altro che la fatica di tagliarlo. Non è adunque a maravigliare che si preferisse per le abitazioni il legno ai mattoni ed alle pietre.