Ignoriamo fino a qual segno questi ed altri motivi operassero sopra la mente di Berardo. Ma il fatto si è che poco egli amava i governi plebei. Nè per questo odiava coloro che per essi parteggiavano; nè rigettava dalle sue braccia il Cuneese statogli amico altre volte; nè ricusava aiuto a chi fuggiva la persecuzione d'un Barone e s'avviava a Cuneo. Egli nascondea i feroci sventurati sotto il suo tetto, e se potea recarli a sentimenti di perdono verso il nemico potente, s'adoperava volentieri, e talvolta la mediazione di Berardo era efficace.
Concorde alla condotta di Berardo era quella di Guglielmo, Abate di Staffarda, consolatore unico degli infelici genitori d'Eriberto e di Rafaella. Questo venerando vecchio era seguace e discepolo di san Bernardo; e come il suo maestro, avea l'animo intimamente penetrato da questa massima, che la somma della virtù evangelica si riduce a un santo e vero amore di Dio e del prossimo. Severo contro sè solo, non lusingava la malvagità d'alcuno, ma compativa le miserie di tutti. Egli invitava tutti all'indulgenza ed alla compassione, Baroni verso sudditi, sudditi verso Baroni, seguaci d'una bandiera verso seguaci di un'altra, e diceva la società umana essere per necessità divisa in condizioni diverse, e a vicenda contrarie, e poter tuttavia in tutte le condizioni e sotto tutte le bandiere avervi intento, se non retto, almeno perdonabile per involontaria ignoranza.
Studiosissimo dei libri di S. Bernardo, ne' quali si ammira sì soave dolcezza, egli vi scorgeva un grado di carità ancor maggiore di quella che pare dalle sole parole scritte. Perocch'egli leggendoli, riproduceva nella memoria e l'inflessione di voce del Santo ed i gesti, e gli sguardi, e conoscea per intero ciò che questi, usando tali espressioni, sentiva. Con eguale consenso coll'amantissima anima del defunto maestro, egli studiava le divine Scritture, e ne insegnava il diritto senso, non solo a' suoi monaci, ma a parecchi giovani che erano educati nel monastero, benchè non destinati alla vita monastica.
Da lui erano stati educati Eriberto ed Ottolino; nei quali egli avea posto un affetto singolare, per le esimie doti d'ingegno e di cuore che in loro avea scorte. Da lui si potrebbe dire essere stata educata pure Rafaella, poichè egli aveva assai cooperato al modo con cui era stata da' genitori allevata. Aveale poi insegnato egli medesimo a leggere; il che non soleasi imparare allora da veruna figlia d'arimanno, e nemmeno dalla più parte delle figlie dei cavalieri.
L'Abate era il benefico consolatore di Berardo e di Giovanna; ed ogni volta che, per qualsivoglia motivo, dovea stare lungo tempo lontano, le sventure si sentiano da que' poveretti a mille doppi. Forse, s'egli non fosse ito a Genova per abboccarsi con Papa Alessandro, o se fosse ritornato prima della partenza d'Eriberto, egli avrebbe consigliato al Marchese ciò che non avea osato Berardo. «Lasciate Eriberto a' suoi parenti, avrebbe detto il savio monaco, egli è il bastone della loro vecchiaia». Forse ancora il suo consiglio avrebbe giovato a promuovere in tempo la ricerca di Rafaella. Ma ora Guglielmo non può che ricordare il dovuto ad altri, e alleggerire il peso delle tribolazioni di Berardo e di Giovanna, compiangendoli e visitandoli sovente. Ogni volta che il cane sdraiato attraverso la porta manda un dimesso latrato di gioia, poi si leva e dimena la coda, Giovanna, a cui tosto batte il cuore, «S'avvicina persona che il vecchio Moro conosce» e s'affretta alla finestra, non osando soggiungere «Chi sa che non sia Rafaella?»
— Sarà l'Abate, dice tosto Berardo cercando d'impedire in lei quella subita speranza, che delusa vieppiù l'amareggia.
E allora Giovanna angosciata del disinganno, ma procacciando di non lasciarsi scorgere, dice: «È il nostro consolatore; Dio lo benedica!»
E gli vanno incontro, e lo introducono in casa, e prendono il bastone ed il cappello. E dopo averlo fatto sedere nella seggiola grande, e aver parlato della salute e di altrettante cose, con cui si cominciavano anche allora le conversazioni, aspettano se nomini Rafaella: ed egli avvedendosi del loro desiderio nè potendoli altramente consolare, la nomina; ma non dice cosa alcuna della sua sorte presente.
— Niuno sa dunque dove sia la poveretta! sclama allora Giovanna, prorompendo in lagrime. Io non la vedrò più? io non udrò più mai quella voce, ch'erami una benedizione ogni mattina, e che ora aspetto invano ogni sera? Ahimè! che senza averla udita, il letto non mi porge riposo, ed i rari sonni al paro delle veglie sono piene d'ambascia. Oh Abate! Voi che siete caro a Dio, non vi stancate di pregarlo che ci renda la figliuola.
— Povera madre! dicea Guglielmo, asciugate il vostro pianto; Dio ci ama tutti, e non ci abbandona, anche quando non ci esaudisce. Egli, che volle vivere su questa terra di dolore e nascere di donna, conosce le ambasce di tutte le madri, le addolcisce col dono della pazienza, e s'apparecchia a rimunerarle con alte consolazioni. Non è possibile che miri le vostre con noncuranza. Egli ch'è così buono non ci lascia patire se non quando vede che i patimenti possono valere a migliorarci. Preghiamolo ancora; e un dì gioiremo d'aver patito, perocchè vedremo che il tempo della tribolazione fu quello in cui lo invocammo con più fervore.