— Mi chiamo Melchisedecco e sono un povero ebreo, disse quegli. Alzatevi, o donna, e degnatevi solo di non mirarmi con odio, sebbene di razza sciagurata. Io vidi Rafaella; ed è sana, ed è in casa di amici; Dio la salvò da grandi pericoli.
— Ah, quantunque ebreo voi siete mandato da Dio, esclamò Giovanna alzandosi, e mirando per la prima volta senza ribrezzo un giudeo.
I tre uomini la ricondussero a casa mezzo svenuta per troppa letizia, e i servi accorsero per soccorrerla, e quando ebbe riacquistato i sensi rimasero ad udire ciò che Melchisedecco stava per narrare di Rafaella.
Egli andava un po' per le lunghe, e cominciò a dire chi egli fosse: un nativo del ghetto di Torino; un ramingo da lunghi anni per diversi paesi: un poveretto, stato spogliato e martirizzato dieci volte da masnadieri; un servitore fedele di tutti coloro che lo pagavano onestamente; un osservatore scrupoloso della legge, benchè sotto spoglie di cristiano, ch'egli fingeva affine d'andare più illeso da violenze.
Si sarebbe, certo, risparmiato quel travestimento, se avesse saputo che non potea aprir bocca senza farsi conoscere, dalla pronuncia, per quel ch'egli era.
Quando gli parve che gli animi fossero abbastanza preparati, trasse finalmente dalla bisaccia una grossa lettera, e dandola a Berardo disse:
— Io taccio: qui parla la vostra stessa figliuola.
Nuovo giubilo, nuova ansietà, nuove lagrime. Guglielmo che aveva voce più ferma, lesse. Narrava Rafaella il suo ratto e i giorni vissuti in Mozzatorre, ed il viaggio, e la fuga, poscia proseguiva:
«Il generoso che m'ha raccolta è un vecchio cittadino per nome Berengario da Sant'Ambrogio. Sua moglie Alberta mi ama con tenerezza di madre. I loro figliuoli sono sotto le bandiere di Milano. Tutta gente sì onesta, ch'io ne fui per molti giorni come rapita. Una esemplare pietà regna in questa casa. Io ascolto messa ogni mattina con Alberta. So che l'Arcivescovo di Milano e tutto il suo clero furono scomunicati da Vittore, ma qui tiensi con sincero animo che Vittore sia antipapa. Per certo la scomunica di Vittore non vale; chè assistendo io alla Messa provo sempre una grande consolazione, il che non credo che potrebb'essere se il sacerdote che la dice fosse uno scomunicato. In chiesa m'inginocchio ognora a sinistra di Alberta, come faceva allato della mamma, e pregando la guardo spesso come altre volte guardavo la mamma: e rammentando questa piango; ma il pianto che si versa in chiesa è pieno di dolcezza. Oh amati genitori! io anelo di tornare fra le braccia vostre. E tremo nondimeno immaginando il padre per via, in questi tempi di ladri e d'eserciti. Berengario ed Alberta dicono che dovete lasciarmi qui sino a giorni più tranquilli. Ma verranno tali giorni? E quando? Ed ahimè se Milano, come già si paventa, venisse assediata! E che diverrei, se i nemici entrassero, atteso il giuramento che dicono fatto dall'imperatore, già volgono due anni, di non riporre la corona sul capo, finchè Milano non sia distrutta, e spersi gli abitanti? Oh me infelice! Eppure sento che nel mio tremore, pavento meno per me che pel lutto che ne provereste. Poichè se l'ora della morte viene, Iddio dà la forza di sostenerla.»
Ad altri passi la commozione degli ascoltanti avea già interrotto più volte la lettura, ma Guglielmo si mantenea senza lagrime. A questo passo si coperse la faccia e pianse anch'egli, supplicando in silenzio che se la rovina di quella città dovesse accadere, qualche Santo prendesse pietà di quella derelitta, e la salvasse. Indi continuò la lettura: «Se il trarmi a casa non fosse possibile, non però v'addolorate. Ho patito molti affanni e l'esperienza m'ha insegnato che Dio non abbandona coloro che patiscono e pregano. Ho cercato notizie di Eriberto da alcuni prigioni. Non seppero darmene. Le schiere imperiali sono sì numerose, che nemmeno i capitani maggiori sono conosciuti da tutti. Se voi avete contezza del fratello, ed il padre non può venire, piacciavi di darmene notizie con vostre lettere o con quelle del venerando Abate. Melchisedecco promette d'essere qui di ritorno da Cuneo, fra poche settimane». La lettera finiva così: «Se non potete recarmi altro aiuto, ricordatevi almeno di me tutti, nelle vostre orazioni!» Dove gli astanti, compreso l'ebreo, concordemente gridarono: Sì tutti, tutti.