L'abate narrò quindi a Manfredo il ratto di Rafaella, e la scoperta fatta del rapitore, e mostrò in testimonianza la lettera di lei, portata da Melchisedecco.

Il Marchese arse di sdegno contro Villigiso, e raccontò a Guglielmo, come quello scellerato, essendo tanto felice quanto valoroso nelle battaglie, e congiungendo alla sua iniquità una finissima scaltrezza nell'adulazione, s'era amicato singolarmente l'arcicancelliere Rinaldo, ed insinuato nella grazia di Federigo.

— Posta la presente sua fortuna, soggiunse Manfredo, m'è forza reprimere l'ira che mi destano gli oltraggi da lui fatti a Berardo, e fingere d'ignorarli. Ma penserò a Rafaella, e vedrò, qualora Milano s'arrenda di salvare questa fanciulla dalla rovina universale.

Notò il luogo dell'abitazione di Berengario, quale era indicato da lei stessa, coll'intenzione d'andare egli medesimo ad esserle scudo, tosto che il paese fosse libero.

Dopo questo colloquio, l'abate per alcuni giorni non potè rivedere Manfredo; tante furono le cure in tutti i petti per le cose che poco dopo avvennero, tante le agitazioni de' principi, chi per aizzare, chi per pacificare l'Imperatore, chi per promuovere l'intero eccidio di Milano, chi per impedirlo.

CAPO V.
La Resa.

I Milanesi dimandavano pace, e per ottenerla proponeano di spianare in sei luoghi le mura e le fosse della città. Ma Federigo volle che s'arrendessero a discrezione: di che gl'infelici, per evitar peggio, consentirono.

Era il primo giorno di Marzo, quando si videro quei consoli di Milano, che poco prima aveano giurato d'anteporre la morte alla resa, Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Anselmo dall'Orto ed altri gagliardi, illustrati da numerose prodezze, sostenere le urla ed i fischi di mille caterve nemiche, insolenti pel buon successo, e così traversare un immenso campo sino alle diroccate mura della vecchia Lodi, ove l'Imperatore seduto sopr'alto trono accennava loro d'inginocchiarsi sulle macerie della città da essi distrutta. E si videro obbedire al cenno, ed abbassare la punta delle spade, e spargere lagrime, non di pentimento ma d'ira impossente.

Dopo d'avere udito poi da Federigo il comando di rassegnargli il giorno dopo le bandiere e rimettergli le chiavi della città, i consoli ripartirono tra le stesse urla e gli stessi fischi con che erano stati accompagnati nel venire. Sarebbero stati messi in pezzi dalle turbe, se non li avessero scortati e difesi alcuni dei sommi, come Arrigo il Leone Duca di Sassonia e di Baviera, Federico Duca di Svevia, il marchese di Monferrato e quello di Saluzzo. La mattina seguente, vennero trecento nobili Milanesi a cavallo colle bandiere e colle chiavi della città. L'imperatore ricevette il loro omaggio, quasi senza badarvi, e lasciolli l'intero giorno in aspettazione de' suoi voleri. A sera, rivedendoli, chiese loro con ira, perchè non fossero venuti col carroccio. Tornarono dunque la mattina seguente con mille fanti e col carroccio, e tutti giurarono obbedienza.

Federico tenne ostaggi i trecento nobili, ma si lagnò che fossero pochi, e ne volle altri cento. Allora mandò sei suoi ragguardevoli personaggi, e sei Lombardi nella città a chiedere il giuramento di obbedienza all'intero popolo. Tra i primi notavasi lo storico Ottone Vescovo di Frisinga, zio dell'Imperatore; fra i secondi un altro storico Acerbo Morena, Lodigiano, allora podestà della sua patria. V'era pur quell'Albernando Alamano, e quel maestro Omobuono ambedue Lodigiani, i quali erano stati i funesti sommovitori di questa orribile guerra, e la cagione dello sterminio di tante città. Perocchè trovandosi essi, nove anni addietro, in Costanza, presero la determinazione, senza averne alcuno incarico dalle loro città, di gettarsi a piè del trono con due grosse croci di legno in mano, secondo l'uso de' supplici di quel tempo, e con eloquente dolore chiedere vendetta a nome di Lodi e di tutti i vicini popoli tiranneggiati dai Milanesi.