— La vostra presenza non è soverchia alla mia corte. So che il santo fondatore di Chiaravalle vi fu maestro, e niuno de' suoi discepoli s'è mai mostrato partigiano de' ribelli. Inoltre il vostro aspetto mi ricorda il buon Ubaldo Vescovo d'Agobbio. — L'abate di Staffarda s'inchinò e gli disse:

— Felice me, se avessi come Ubaldo la sorte di trattenere le folgori de' potenti adirati.

Ma non erano più i tempi del Vescovo d'Agobbio. Dalla guerra di Spoleto in poi, il cuore del superbo s'era molto indurato. Corrucciato questi dalla significante allusione di Guglielmo, guardollo torvo da capo a piedi, e forse era tentato di rampognarlo d'arroganza, ma il contegno dell'abate era sì modesto e nobile, che Federigo mirandolo tornò a compiacersene, e gli disse benignamente di non pensare ad altro che all'infermo.

Guglielmo e frate Uguccione si fecero dunque presso il letto dell'infermo mentre l'Imperatore, trattosi altrove col Conte palatino, Corrado suo fratello, col Re di Boemia, con Manfredo di Saluzzo, Obizzo da Este e altri, si diede con esso loro a favellare de' tumulti di quel giorno e della sorte di Milano.

Venne allora annunziato l'antipapa Vittore IV, e l'imperatore mosse a riceverlo nella vicina sala.

— Io vi credevo in cammino per Roma, gli disse questi.

— Nè la Maestà Vostra mal s'apponeva, rispose l'antipapa; ma le vie sono impraticabili, a cagione dei masnadieri.

— O piuttosto avrebbevi fatto retrocedere la voglia di godere anche voi dello spettacolo terribile che appresto?

— Quale spettacolo?

— Quello che voi desiderate: la distruzione di Milano.