La grandezza di questi avvenimenti, qui piuttosto accennati che narrati, ci avevano quasi fatto dimenticar Rafaella. Ma essi non erano estranei per lei; anzi meravigliosamente s'intrecciavano con le sue avventure. Riavuto il fratello, cui fuor d'ogni credere trovò florido e lieto, ella pensava d'aver tocco il limite d'ogni sua contentezza. Ma Iddio le serbava un altro benefizio, tanto più giocondo quanto meno da lei immaginato. Il dì che il Papa tornava da Ferrara, accompagnato dai magistrati e rappresentanti delle città lombarde, Rafaella insieme colla madre stavasi a una finestra del Doge mirando quel non più veduto spettacolo, e un ufficiale di corte le veniva indicando e spiegando i singoli personaggi. — Osservate, madamigella; quelli che immediatamente seguono il corteggio papale, sono i Messi di Federigo Imperatore. Son tutti alemanni ed appartengono alle prime dignità dell'Impero. I due che vengono dopo, l'uno ecclesiastico, l'altro secolare, sono gli Ambasciadori del Re di Sicilia, Romualdo Arcivescovo di Salerno, e Ruggiero conte di Andria. Da ultimo vedete i Commissarii della Lega scelti tra i consoli e i magistrati delle diverse città. Hanno varie divise secondo la patria a cui appartengono. Questi sono Milanesi, questi di Cremona, questi altri di Treviso, quelli di Bergamo. — Rafaella osservava attentamente tutto e tutti, quando tra i consoli di Milano le parve vederne uno che al volto e agli atti si rassomigliava pienamente ad Ottolino. Trasalì a quella vista, e un gelido tremore le corse per le ossa. La madre che s'accorse di quella veemente ed improvvisa turbazione: — Che hai, figliuola, le disse, tu se' fatta pallida e quasi convulsa! — Vedi, mamma, rispose Rafaella, guarda quel terzo da parte destra, che ha la piuma nera al berretto e la cintura turchina ai fianchi, non sembra egli proprio Ottolino? — La buona vecchia aguzzando gli sguardi restava anch'ella meravigliata della totale rassomiglianza; ma non sospettando a pezza dell'identità di persona: — Veh, esclamava, coincidenza di fattezze e di movimenti! lo diresti gemello; se nonchè questi ha il volto più abbronzato. — Mamma, ripigliava Rafaella, a cui il cuore batteva in petto oltre l'usato, chi sa che non sia desso. — Che di' tu mai, figliuola mia, Ottolino! di cui non si è saputo più nulla, e che certo sarà a quest'ora in paradiso, giacchè era pio giovine, e Dio certamente gli avrà usata misericordia. E poi che avrebbe a far egli coi Milanesi e molto più coi Consoli! Egli era un semplice arimanno di Saluzzo. — E che possiamo noi sapere, o mamma, delle vicende di questo mondo! Chi avrebbe mai predetto che io prigione in Mozzatorre vi sarei stata poi in qualità di signora! Non potrebbe ad Ottolino essere accaduto qualche cosa di somigliante? — E non ne sarebbe trapelato qualche sentore infine a noi? disse la madre: Rafaella, non fare che l'antico affetto t'illuda.

Ma l'antico affetto non la illudeva; imperocchè veramente quegli era Ottolino, decorato dai Milanesi della loro cittadinanza ed ascritto tra' consoli in guiderdone del fatto egregio nella battaglia di Legnano. Egli veniva con gran desiderio in Venezia sì perchè sapeva d'avervi a rivedere Eriberto, e sì perchè sperava d'incontrarvi inoltre Berardo alla corte del Marchese Manfredo. Qual fu la sua sorpresa, quando udì che oltre a Berardo, eravi eziandio la figliuola! Esultò di gioia; e come prima gli fu concesso, corse subito all'albergo, dove gli fu detto che dimorava Berardo. Ognuno può immaginare le allegrezze che tutti i membri di quella famiglia fecero al vederlo, quasi redivivo e tornato dall'altro mondo. Egli altresì non capiva in sè medesimo dalla letizia, nè sapeva saziarsi di stare con essi; e ogni dì era a visitarli e intrattenerli piacevolmente col racconto delle sue avventure, ed a vicenda facevasi narrare da Eriberto e da Rafaella le loro. Così passarono tutti quei giorni, che precedettero la ratificazion della pace; ed Ottolino sembrava quasi divenuto un secondo figliuolo di Berardo; tant'era la confidenza e l'affetto, con che egli veniva trattato.

È facile indovinare se in quel bollente animo si ridestasse l'antica fiamma. Nondimeno egli non osava palesarsi, sì perchè non sapeva quali fossero le disposizioni di Berardo, e sì perchè avea concepito gran desiderio di seguitare l'Imperatore nell'impresa d'Oriente a difesa di Terra Santa. Senonchè la pia Imperatrice, che appena seppe di lui avea voluto vederlo e spesso lo chiamava in corte, un dì fe cadere il discorso sopra Rafaella e sopra la necessità di dover omai darle stato; e come dal mutamento di colore e dall'agitazione degli atti si accorse degli interni affetti del giovane, apertamente il dimandò se egli a riguardo della donzella era quel medesimo che fu un tempo, giacchè a lei tutto era noto. Ottolino, affidato da tanta benignità di quell'eccelsa Signora, interamente le confessò l'animo suo. Le espose come egli veramente per Rafaella non era in nulla diverso, ma che il desiderio di seguitar Federigo nella crociata contro gl'infedeli, e il timore non forse la mutata condizione di Berardo fosse ostacolo a contrarre con lui parentado lo facevano star titubante. Beatrice risposegli che, quanto all'andata in Palestina essa non potea eseguirsi se non dopo qualche anno, essendo indispensabile dar prima assettamento alle cose dell'Impero e far gli apparecchi di guerra; nè potea venirle ostacolo dalle nozze con Rafaella, la quale, pia come era, sarebbe stata anzi lieta di quella virtuosa risoluzione dello sposo. Quanto poi alla disparità di condizione, già egli, console milanese, non la cedea gran fatto al feudatario di picciol castello; ed oltre a ciò ella sarebbe stata presta a sollevarlo a grado più alto, se il Marchese Manfredo non l'avesse prevenuta. Conciossiachè questi ammirato del valore di Ottolino, avea già mosse pratiche presso la magistratura di Milano per riavere l'antico suo suddito, affine di proporlo al comando generale di tutte le schiere della sua signoria. Ottolino fu oltremodo lieto a udir tali cose; giacchè gli frugava l'anima eziandio la brama di tornare al luogo nativo e rivedere i parenti e gli amici. Il perchè rendute all'augusta Imperatrice le maggiori grazie che per lui si potessero, tutto si commise nelle sue mani. La magnanima donna, accertatasi prima dei sentimenti eziandio di Rafaella, chiamò a se Berardo e manifestogli ogni cosa, con estremo contento di lui. Il perchè, iniziate e conchiuse in poco tempo le trattative, l'Imperatrice ebbe la soddisfazione di potere prima del suo ritorno in Germania, assistere ella stessa agli sponsali, decorandoli di ricchi doni.

NOTE:

[1.] Arimanno vuol dire uomo libero.

[2.] Stoira dicesi ancora oggidì dai Piemontesi l'aratro.

[3.] Da più d'un secolo Robaldo conte di Nizza, Guglielmo conte di Provenza e Adriano III di Torino, aveano distrutto il nido dei Saracini in Frasinetto. Ma un piccolo resto di que' barbari, sfuggito allo sterminio, conservavasi qua e là sparpagliato. Alcuni campavano la vita coll'esercizio di qualche basso mestiere: e i più vagavano per le campagne, dando la buona ventura, medicando malati e rubacchiando, alla guisa dei zingari.

[4.] Siracusanam civitatem cum pertinentiis suis et ducentas quinquaginta caballarias terrae in valle Nothi, etc. in unaquaque civitate maritima, quae propitia Divinitate a nobis capta fuerit rugam unam, eorum negotiatoribus convenientem, cum ecclesia balneo, fundico et furno, etc. (V. Annali d'Italia del Muratori).

[5.] Baronio, Annali, an. 1150, Acta Alexandri III.

GIO. GNOCCHI — EDITORE