Federigo rimase attonito a quella lettura, e di subita ira avvampò. Ma l'accorta Beatrice fu presta a calmarne con bei modi lo sdegno, e ripigliò: — Questo franco parlare dei baroni, non dee offenderti, o Imperatore. Esso è segno di animo nobile e leale, che la tua sapienza dee anzi apprezzare. Guai a quel Principe i cui ministri e cortigiani a guisa di vili mancipii non sappiano fare altro che chinare il capo ai suoi voleri senza osar mai di contraddirgli liberamente, quando la giustizia o la verità lo richiede. Non vi è Principe più infelice e men sicuro di questo. Egli non avrà mai intorno a sè veri amici; ma sol piacentieri interessati ed egoisti, che, dove lor metta conto, lo tradiranno con la stessa facilità onde prima lo adulavano. Qui poi trattandosi di coscienza, saresti nonchè ingiusto ma sacrilego a pretendere di dominarla a tua posta. La stima che vedi fare da' tuoi Baroni della loro eterna salute, dee anzi esserti di stimolo a vincere te medesimo con una risoluzione comandata dalla legge divina, dal proprio onore, dagli stessi tuoi temporali interessi.

Finito un tal discorso, ambidue restarono alquanto in silenzio, finchè Federigo lo ruppe dicendo con la consueta sua energia ed impeto di voce: — Ebbene, Imperatrice, io fin d'ora rinunzio allo scisma, e mi riconcilio a Papa Alessandro; ma non intendo dar pace nè ai Lombardi nè al Siciliano, nè al Greco. — Son contenta, riprese Beatrice, per ora non chieggo di più; il resto sarà materia di più maturi consigli. Cerchiamo da prima il regno di Dio; ogni altra cosa gli terrà dietro. Soltanto pregoti, o Imperatore, ad attener fedelmente la promessa e presto. — Ciò detto, rizzaronsi; e Beatrice si ritirò nella proprie stanze a ringraziare il Dator d'ogni bene; Federico chiamò presso di sè l'Arcicancelliere dell'impero per ispedire di subito ambasciatori al Papa.

Questi furono lo stesso Arcicancelliere, Cristiano di Magonza, Wicmano Arcivescovo di Magdeburgo, Conrado designato Vescovo di Worms, e Weremondo Protonotario del regno. Partitisi senza dimora essi trovarono il Papa in Anagni; e con parole di somma devozione e rispetto gli esposero come l'Imperatore ardentemente desiderava di sottomettersi alla sua obbedienza e far la pace colla Chiesa e colla città di Roma, e ricevere l'assoluzione dell'incorsa censura. Gli presentarono poi una lettera di Beatrice, in cui ella, dopo aver dato sfogo agli affetti di sua devozione, narrava al S. Padre con filial confidenza l'operato da lei, e supplicavalo che ad imitazione di quel Dio, di cui sosteneva in terra le veci, volesse dimenticare ogni offesa ed accogliere con paterna pietà il prodigo ma convertito figliuolo. Se ad Alessandro riuscisse consolante una tale novella non è a dire. Egli rispose agli ambasciadori con termini di singolare benevolenza e scrisse con sommo affetto alla pia Imperatrice; ma risolutamente protestò che non avrebbe giammai accettata la sottomissione di Federigo, se questi non dava in pari tempo la pace a tutti gli alleati della Chiesa e segnatamente ai Lombardi, all'Imperatore di Costantinopoli, al Re di Sicilia. Gli ambasciadori, che sapevano la contraria disposizione di animo del Barbarossa fecero ogni opera per distornare il Pontefice dalla posta condizione; ma vedendo l'irremovibile volontà di lui sopra tal punto, chiesero d'essere accompagnati nel loro ritorno da alcuni Cardinali Legati, i quali si adoperassero in nome del Papa a farvi condiscendere Federigo. Alessandro assegnò loro i due Cardinali Umbaldo e Raniero; e questi insieme con gl'inviati si recarono dall'Imperatore, che fuor d'ogni espettazione trovarono dispostissimo a rappaciarsi eziandio con gli alleati della S. Sede. Cagione di tal mutazione era stata Beatrice, la quale bel bello lo avea persuaso a cessare da ogni guerra contra popoli e signori cristiani, e volgere piuttosto la sua indole bellicosa a combattere gl'infedeli in Oriente, dove Saladino, divenuto soldano di Egitto e di Siria, minacciava grandemente il regno di Gerusalemme.

Si stabilì coll'Imperatore un generale convegno tra lui, il Papa, i rappresentanti della Lega e gli ambasciadori del Re di Sicilia per fermare i patti della pace e giurarla. Per tal convegno si prescelse la città di Bologna, a cui poscia per varie ragioni venne sostituita Venezia.

Grande fu il compiacimento dei Principi sì di Alemagna come d'Italia per un atto sì desiderato, ed ognuno si affrettava per assistervi di presenza. Tra questi non poteva mancare il marchese di Saluzzo, Manfredo, il quale tra i Principi dell'Impero grandeggiava non poco per autorità e per potenza. Egli volle che tra i minori feudatarii a sè soggetti, destinati a seguitarlo, venisse Berardo, già divenuto come dicemmo, signore di Mozzatorre. Ma, anche senza un tale invito, Berardo sarebbesi offerto da sè per abbracciare più presto il figliuolo Eriberto, che nella restituzione dei prigionieri d'ambe le partì, da farsi in Venezia, doveva essere rimesso in libertà. La medesima ragione invogliava fortemente anche la moglie e la figliuola; e tante furono le preghiere d'entrambe, che Berardo acconsentì finalmente a condurlesi seco. Così Rafaella ebbe il contento di andare ancor essa a quella solennità, a cui oltre l'amore del fratello la sospingeva il desiderio di rivedere la pia Imperatrice per rinnovarle più pienamente i rendimenti di grazie.

Frattanto Papa Alessandro partiva da Roma; e dopo essersi recato per pochi giorni a Benevento, imprendeva il viaggio di mare con sei Cardinali (giacchè gli altri si erano avviati per terra), accompagnato a segno di onore da undici grandi galere del Re di Napoli. Accostatosi a Venezia, vennergli incontro a riceverlo sopra elegantissime barche il Doge coi membri di quell'illustre Senato, il Patriarca co' suoi Vescovi suffraganei, i principali cittadini e una moltitudine sterminata di popolo. Giunti alla città, tutti si ordinarono in solenne processione e cantando le divine laudi si recarono al magnifico tempio di S. Marco. Quivi il S. Padre fatta orazione e benedetto il popolo si ritirò nel palazzo patriarcale. Siccome poi seppe non essere ancora giunti in Venezia i commissarii della Lega, l'amoroso Pontefice, per rimuovere ogni ostacolo che fosse sopravvenuto, ed anche per dare ai Lombardi un solenne attestato della sua benevolenza, invitolli a mandare i loro rappresentanti in Ferrara, dov'egli si recherebbe per deliberare con essi intorno alle condizioni della pace. Trasferitosi dunque colà, accompagnato da gran numero di Cardinali e di Vescovi, non può dirsi a parole l'entusiasmo, ond'egli venne accolto dal popolo ferrarese e da tutti i magistrati e baroni delle diverse città lombarde. Il Papa li convocò il dì appresso nella chiesa dedicata a S. Giorgio, e tenne loro questo sermone: «Voi sapete, o cari miei figli, la persecuzione che la Chiesa ha sofferto da parte dell'Imperatore, che dovea proteggerla. Voi sapete quanti danni l'autorità della Chiesa romana ne ha ritratto. Imperocchè i peccati restavano in gran parte impuniti e i sacri canoni senza esecuzione; per nulla dire della distruzion delle chiese e dei monasteri, dei saccheggi, degl'incendii, delle uccisioni e dei delitti d'ogni maniera. Dio ha permesso questi mali; ma infine Egli ha rabbonacciata la tempesta, e volto il cuore dell'Imperatore a chieder la pace. È questo un miracolo della divina potenza. Imperocchè chi avrebbe pensato che un Vecchio Sacerdote ed inerme potesse resistere al furore teutonico e vincere senza combattere un Imperador sì possente? Ma ognuno intende che è impossibile guerreggiar contra Dio. Ora avendoci Federigo chiesta la pace, escludendone voi, noi considerando la devozione e il coraggio, onde voi avete combattuto per la Chiesa e per l'Italia, non abbiamo voluto accettarla senza di voi; affinchè come voi avete partecipato con noi della tribolazione, così partecipiate ancora con noi della gioia. È questa la ragione, per la quale noi, senza aver riguardo nè alla nostra dignità nè alla nostra vecchiezza, ci siamo esposti al mare e ai pericoli d'un lungo viaggio per venire a deliberare con voi se dobbiamo o no accettare la pace che ci viene offerta.»

I rappresentanti della lega, vivamente commossi da tanta degnazione, risposero di comune accordo per bocca d'uno dei loro capi. «Venerando Padre e Signore, tutta l'Italia si getta ai vostri piedi per rendervi grazie e testimoniarvi la sua letizia per l'onore che voi fate ai vostri sudditi di venire a loro, affine di cercare e rimenare all'ovile le pecorelle smarrite. Noi conosciamo per propria esperienza la persecuzione che Federigo ha fatta alla Chiesa ed a Voi. Noi siamo stati i primi ad opporci al suo furore ed impedire che egli distruggesse l'Italia ed opprimesse la libertà della Chiesa; e per una causa sì santa noi non abbiamo perdonato nè a spese, nè a travagli, nè a perdite, nè a pericoli. Per ciò, venerando Padre, è conveniente che voi non accettiate pace senza di noi; siccome noi l'abbiamo più volte ricusata, perchè ci veniva offerta senza di Voi. Pel resto noi siamo ben contenti di far pace coll'Imperatore, al quale noi non ricuseremo nessuna delle sue antiche ragioni sopra l'Italia; purchè sieno salvi i diritti che noi abbiamo ereditato dai nostri maggiori. Quanto al Re di Sicilia, noi approviamo che sia anch'egli compreso in questo trattato, perciocchè egli è un Principe che ama la pace e la giustizia. I nostri viaggiatori lo sanno per esperienza, giacchè vi ha più sicurezza nei boschi di quel reame che non nelle città degli altri Stati.»

Romualdo Arcivescovo di Salerno e personalmente presente a quel consesso, ci ha nella sua cronaca conservato questi particolari.

Saputosi da Federigo come il Papa trovavasi a Ferrara in uno coi rappresentanti della Lega e cogli ambasciatori del Re di Sicilia, inviò colà suoi plenipotenziarii per conchiudere definitivamente le condizioni della pace, da giurarsi poi da lui e da tutti in Venezia. Terminate le conferenze, il Papa, con tutta quell'adunanza si restituì alla città reina dell'Adriatico; dove in breve recossi eziandio l'Imperatore, con gran seguito di Principi e Signori alemanni. Il giorno appresso del suo arrivo il Papa gl'inviò sei Cardinali, acciocchè ricevessero dalle sue mani per iscritto la rinunzia allo scisma, e la professione di obbedienza a lui ed a' suoi legittimi successori nella cattedra di S. Pietro, e in conseguenza di ciò lo assolvessero dalla scomunica. Lo stesso dovea farsi coi Prelati e Signori del suo seguito. Compiuto tutto ciò appuntino, il Doge di Venezia con gran moltitudine del Clero e del popolo andò a prendere l'Imperatore e processionalmente lo condusse alla chiesa di S. Marco, dove il Papa attendevalo. Federigo appena giunto alla presenza di Lui gittò via dalle spalle l'imperiale paludamento e prostesosi boccone a terra baciò reverentemente i piedi a sua Santità, implorando supplichevolmente perdono e benedizione. Il Papa, commosso fino alle lagrime, si piegò amorevolmente sopra di lui, lo benedisse con grande affetto, e sollevandolo da terra lo abbracciò e lo baciò in bocca. A tal vista un impeto di gioia invase tutti gli astanti, e Alemanni e Italiani, grandi e popolo, proruppero in alto grido di giubilo. Da ultimo il Papa, fattosi all'altare, intonò il solenne inno di grazie al Signore.

Per più giorni durarono le pubbliche feste nella città con addobbi e luminarie e giuochi e conviti; le quali feste si raddoppiarono il giorno del giuramento della conchiusa pace. Radunatisi pertanto nella gran sala del palazzo patriarcale, il Papa col Sacro Collegio, l'Imperatore, l'Imperatrice, i Principi, i Commissarii della Lega lombarda e gli Ambasciadori del Re di Sicilia; il Papa fece una breve allocuzione, relativa a quel fatto, ricordando i beneficii della pace e commendando altamente la virtù e la prudenza dell'Imperatrice, a cui dopo Dio, essa dovevasi. L'illustre donna, verso cui tosto si rivolsero gli occhi di tutti, si tinse il viso di modesto rossore ed avvallò dignitosamente gli sguardi. All'allocuzione papale seguì un discorso dell'Imperatore, dove egli confessando i suoi passati errori, rendeva grazie a Dio d'avernelo ritratto, e prometteva per ammenda d'andare a guerreggiare in Terra Santa, e protestava di rendere piena pace ai Lombardi e al Re di Sicilia. Tutti acclamarono con festevoli grida, e presentati poscia da' chierici i santi Evangelii e le reliquie della vera croce, l'Imperatore pel primo, e quindi i Principi e i Commissarii delle parti contraenti giurarono d'osservare fedelmente il trattato.