Nella Compagnia della morte trovavasi altresì Ottolino; cui, se ben vi ricorda, lasciammo nel chiostro sotto la cura del solitario che incontrò nella selva. Egli fino a questi ultimi tempi era durato colà costante menando vita quasi in tutto conforme a quella dei monaci presso cui dimorava. Quivi aveva avuto novella del ritorno di Rafaella tra' suoi e dell'esaltazione di Berardo alla signoria di Mozzatorre. Ma dove la prima di tali notizie l'avrebbe forse indotto a lasciare la solitudine; la seconda ne lo distolse: giacchè egli, semplice arimanno, si vedeva in condizione troppo inferiore alla donzella, e però impossibilitato ad impalmarla. D'altra parte la pace, che provava nell'eremo e nelle sante occupazioni de' monaci, lo teneva abbastanza contento. Così la durò per sì lungo spazio di tempo con grande soddisfazione di quei religiosi; i quali credendolo sufficientemente provato, erano quasi sul punto di condiscendere alle sue istanze di essere ascritto tra loro. Quando ecco in un tratto al primo sentirsi la nuova della venuta del Barbarossa, i fervidi spiriti del giovine che sembravano spenti, nonchè sopiti, si destarono in tutta la primitiva vivezza; ed egli presentatosi all'Abate del monistero gli manifestò la risoluzione d'andare a combattere in difesa di Milano, per espiare la colpa d'aver altra volta pugnato contro di lei sotto il vessillo d'uno scismatico. L'Abate dopo varie interrogazioni, conosciuta l'irremovibile volontà del giovine, gli fe' allora osservare quanto prudente era stata la condotta sua e de' monaci nel resistere alle sue inchieste di vestir l'abito, giacchè ora mostrava a chiare note di avere tutt'altra vocazione. Indi rifornitolo del bisognevole pel viaggio, lo accomiatò benedicendolo nel santo nome di Dio.
Ottolino giunto a Milano e riconosciuto dagli antichi compagni, coi quali avea militato sotto Turisendo, fu accolto con grande gioia, atteso il suo noto valore, e venne arrolato, secondo il suo desiderio, nella schiera obbligatasi con giuramento a morire piuttosto che dietreggiare.
Sorgeva l'alba del dì terzo di giugno e i due eserciti movevano baldanzosi a bandiere spiegate l'uno contro dell'altro. Federigo, secondo il suo solito, marciava a capo di tutti i suoi per animare più coll'esempio che con la voce i soldati. Seguivalo folto stuolo di quei Principi alemanni e di quei Signori italiani, che tuttavia erangli rimasti fedeli; codiati da scelta mano di fanteria alemanna, che formava l'avanguardo. Nel centro stava il grosso della cavalleria, comandata dal perfido Villigiso, a cui pel noto valore era stato affidato da Federigo il suo imperiale stendardo. Il resto di quell'immensa moltitudine veniva da ultimo diviso in varie colonne sotto la guida di esperti capitani. I Milanesi dalla parte opposta avanzavano in assai minor numero sotto capi poco dotti di guerra, ma pieni di coraggio e di confidenza nella causa che difendevano. Appena giunti a vista del nemico, tutti piegarono a terra le ginocchia e ad alta voce porsero a Dio questa fervente preghiera: — Signor degli eserciti ed arbitro delle battaglie, tu che dicesti di resistere ai superbi, e dare grazia agli umili, guarda contro di chi oggi usciamo a combattere nel tuo santo nome. Ricordati che noi pugniamo non tanto per nostra difesa, quanto per quella del tuo Vicario. — Quindi levatisi e gridato: Viva S. Pietro e S. Ambrogio, animosi procedettero all'attacco. Quel primo impeto fu quanto mai si potesse aspettare gagliardo, ma soprafatte dal numero le prime file furono in breve costrette a piegare; e il piccolo drappello, giuratosi alla difesa del Carroccio, sottentrò a ristorare il conflitto. Senonchè mentre esso faceva prodigi di valore, la numerosa cavalleria del Barbarossa si gittò nella mischia a gran galoppo e caricando d'ogni parte quel piccolo stuolo, fu quasi sul punto di sbaragliarlo. Allora la compagnia della morte, ripetuto ad alta voce il suo giuramento, investì impetuosamente di fianco la cavalleria nemica e la pose in disordine. Ottolino che trovavasi in prima riga, adocchiato il vessillifero, lo riconobbe all'insegna del cimiero per Villigiso. Gli ricorse alla mente in quel punto ciò che l'iniquo avea fatto contro di Rafaella e dell'amico Eriberto, e un subitaneo impeto d'ira gl'infiammò ogni fibra del cuore. Senza porre alcun tempo a deliberare, quasi sospinto da istintivo furore, scagliossi contra di lui e con un fiero colpo di lancia il rovesciò dall'arcione. Indi precipitandosi da cavallo gli fu sopra per istrappargli di mano l'imperiale stendardo. Villigiso, a cui mai non era incontrato di venir balzato di sella, benchè si sentisse gravemente ferito nel lato destro, nondimeno ardente di furore e di vergogna erasi già ritto in piedi e tratta la scimitarra stava per iscaricare un terribile fendente sul capo dell'avversario. Ma un gagliardo colpo di stocco, che questi seppe scagliargli a tempo, il passò da parte a parte. Tal fa la miseranda fine dello spietato; ed Ottolino, dato allora di piglio alla bandiera capitana, la scosse all'aria e trionfante recolla tra' suoi. Questo fatto ardimentoso decise della giornata. Imperocchè la cavalleria teutonica, come vide a terra il proprio duce e in mano de' nemici il vessillo imperiale, cadde interamente d'animo, e datasi a fuga precipitosa, recò col proprio disordine lo scompiglio e la paura in tutto l'esercito. Da quel punto nel campo non fu più battaglia, ma eccidio. I soldati del Barbarossa, sembravano invasi da prodigioso terrore. Niuno d'essi più pensava a difendere sè stesso, non che ad offendere l'inimico. Quindi nel generale tumulto altri venivano calpestati dai cavalli correnti all'impazzata; altri erano trucidati dalle armi de' loro stessi compagni; ed altri fuggendo in calca precipitavano nel prossimo Ticino. Federigo, sforzatosi indarno di calmar lo spavento e riordinare il campo, fu come involto e trasportato da un'onda di fuggitivi, nè più si vide. Il perchè i suoi baroni, dopo averlo indarno cercato, lo tennero morto od annegato nel ripassare il fiume; e questa nuova andò talmente crescendo e corroborandosi di bocca in bocca, che la stessa Imperatrice, la quale dimorava in Pavia, credendola vera, ordinò in Corte il corrotto ed ella vestissi a bruno.
CAPO X.
La pace di Venezia.
Mentre col passare dei giorni più si andava raffermando l'opinione della morte di Federigo, Federigo comparve ad un tratto in Pavia; ma sotto divise non sue, senza alcun seguito, sbaldanzito, altamente accorato. Egli nel totale sbandamento e soqquadro del campo dopo la sconfitta de' suoi, erasi sforzato invano arrestare i fuggenti e di raggranellarne intorno a sè una parte almeno, che gli valesse di scorta ad onesta ritirata. Niuno dava orecchio alle sue parole; ma tutti, imprecando la guerra e chi si ostinava a volerla, badavano ad assicurare la propria salvezza. Venuta meno ogni prova, Federigo fu costretto anch'egli a fuggire, e trovandosi d'ogni parte circondato da nemici, gli fu duopo, per non cader prigioniero, spogliarsi degli abiti imperiali e camuffatosi alla meglio, andar errando più giorni per luoghi fuori di mano, chiedendo per carità un ricovero ed un pane ai pastori e contadini della campagna. Una tanta umiliazione in quell'animo sì altero e così sitibondo di gloria avea fatta una impressione profondissima; la quale crebbe anche più nel trovar, che poi fece, tutta la corte e la imperatrice stessa in gramaglia. Gli parve a quella vista di ravvisare un manifesto segnale dell'ira divina; sicchè gli ricorrevano del continuo alla mente quelle parole del Salmo: Humiliasti tamquam vulneratum superbum. Era sì insistente quella voce, e tanto il terrore che gl'inspirava, che non potè celarne lo sgomento al vigile occhio della pia ed affettuosa consorte.
Beatrice, che quanto virtuosa, altrettanto prudente era ed accorta e niente altro più accesamente bramava che il ravvedimento dello sposo, intese quello essere il punto da tentare sopra l'animo di lui un colpo decisivo. Tenne dunque segretamente a consiglio i principali dell'Impero, che tuttavia si trovavano in corte; e rappresentata loro l'opportunità delle presenti disposizioni, in breve li ebbe convinti quel tempo essere acconcissimo per indurre Federigo a tornare all'ubbidienza della Chiesa. A procacciare poi più efficacemente lo scopo ottenne da que' Principi una scritta, nella quale dichiaravano che se l'Imperatore non si rappaciasse col Papa, essi non potevano più parteggiare per lui con danno sì manifesto della loro coscienza. Ciò fatto, l'illustre donna raccomandò fervidamente a Dio ed a S. Pietro l'esito di tanto affare e coltone il destro tenne un giorno a Federigo questo discorso:
— Imperatore, tu sei conscio di quante lagrime io ho versato, e assai più ne ho sparse nel mio segreto, dinanzi a Dio per impetrare che tu uscissi dalla falsa e perigliosa via, per la quale ti sei messo. Ma quest'oggi io chieggo da te che tu mi ascolti benignamente e non m'interrompa, finchè io non abbia tutti esposti i miei angosciosi pensieri. Ti prego inoltre a non isdegnarti se io ti parlerò con quella libertà, che alla sollecitudine ed all'affetto di sposa è concesso. Posso io promettermi tanto dal magnanimo ed amoroso Federigo?
L'Imperatore commosso dall'accento ond'ella accompagnava queste parole, le prese affettuosamente la mano e ponendosela sul cuore: Parla pure, o Beatrice, le disse; parla liberamente; che io ti ascolterò volentieri, quand'anche tu non dovessi dirigermi che riprensioni e rampogne.
— Io non dirò nulla, ripigliò l'Imperatrice, che non sia rispettoso, e che non tenda anzi al restauro e incremento della tua grandezza. Indi soffermatasi alquanto, quasi per concentrare le proprie idee, così riprese: — Iddio nel sollevarti, o sposo, all'altezza del trono imperiale, ebbe tra gli altri suoi disegni quello certamente di costituire in te il sostenitore dell'ordine civile, e il difenditore armato della sua Chiesa. Questa ultima dote massimamente costituisce il distintivo carattere dell'imperatore cristiano. Qual fu l'idea che presedette alla formazione dell'impero nel Cristianesimo? Tu il sai. Essa venne espressa da quel Grande, che fu il primo ad essere investito di tale dignità. L'immortal Carlomagno scriveva in fronte alle sue leggi: Carlo Re, per la grazia di Dio, difensor della Chiesa ed umile aiutatore della Sede apostolica in tutte le cose. Or mira te e il tuo regno a fronte di sì sublime concetto. I tuoi popoli vessati da lunga e crudelissima guerra. Ogni ordine di persone travolto negli errori, che delle guerre sono inevitabili conseguenze. Da per tutto angherie di ministri, che da te, occupato nelle armi, poco o nulla vengono vigilati. L'impero diviso in parti e lacerato da lacrimevole scisma. Le chiese smunte, oppresse, vedovate dei proprii Pastori. Il capo civile della repubblica cristiana in aperta ribellione al capo spirituale della medesima, sotto il peso della degradazione e dell'anatema, costretto a rivendicar colla spada un'obbedienza, a cui la coscienza de' sudditi non può prestarsi. Finchè la verace elezione di Alessandro al supremo pontificato potea sembrarti dubbiosa (se a ragione o a torto io qui non cerco), tu potevi aver qualche scusa, non fosse altro, al cospetto degli uomini. Ma ora che la cosa è chiarita e tutto l'orbe cattolico, ad eccezione di pochi, obbedisce e venera il vero Papa, qual difesa puoi tu recare in faccia a Dio ed al mondo? Alessandro è riconosciuto dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Spagna, da molti Principi ancora della Germania. Guglielmo poi di Sicilia e Manuele di Costantinopoli, non contenti di prestargli obbedienza, hanno impugnate le armi per sostenerlo contro di te; e alle armi altresì è ricorsa l'intiera Italia per la stessa cagione. Tu fidi nel tuo valor militare e nella tua esperienza nella guerra. Ma non vedi che il cielo con aperti prodigi ti contrasta? Per ben due volte due potentissimi eserciti, agguerriti, vittoriosi, invincibili, sono spariti, non si sa come, qual fumo al vento. Di tre antipapi, opposti al vero Papa, due sono già estinti miseramente, ed il terzo appena prolunga nell'oscurità e nel disprezzo universale la sua fellonesca usurpazione. Non sono questi perspicui e palpabili segni che Dio è contro di te? E ci sarà potenza o consiglio che possa prevalere in onta di Dio? Che aspetti di più? Guarda; perfino quei pochi Principi ecclesiastici o secolari, che pur ti erano restati ligi, apertamente protestano di non potere più innanzi seguirti nell'apostasia. — E qui gli diè a leggere la scritta, menzionata più sopra, la quale era del tenore seguente: «Noi, qui sottosegnati, saremo sempre pronti, secondo le leggi dell'Impero ad obbedirvi, o Sire, in tutte le cose temporali, e a prestarvi i servigi e l'ossequio che il sovrano vostro diritto da noi richiede. Ma voi, benchè Sovrano de' corpi, non siete tuttavia Sovrano altresì delle nostre anime. Noi non intendiamo di perderle per farvi piacere nè vogliamo più oltre preferire le cose della terra a quelle del cielo. Dichiariamo dunque alla Maestà vostra, che noi d'ora innanzi riconosciamo Alessandro per vero Papa cattolico; e non curveremo più la fronte al vano idolo che avete innalzato nella persona di Giovanni di Strum. Stante ciò, voi ben vedete, o Sire, non esserci possibile di rimanere più oltre presso di voi; finchè voi durate in contumacia di santa Chiesa.» Seguivano le firme.