— Bella tenerezza di cuore per verità, fratel mio, non voler vedere gli altrui patimenti per non sentire afflizione! Questa è tenerezza verso di sè, non verso degli altri. La vera tenerezza o meglio carità del prossimo dee muoverci a sollevare l'altrui miseria, e quindi a ricercarla e scoprirla. Quanto poi ai vizii che ti fanno afa ne' grandi, pensa che ogni classe ha i suoi difetti e peccati. Che se questi nei potenti del secolo son più frequenti per esser in loro più spesse e più pericolose le occasioni: vi si ammirarono nondimeno ben soventi delle grandi virtù. Dimmi: tra i vizii della corte di Federigo, non hai tu veduta una Imperatrice, specchio di modestia, di umiltà, di mansuetudine, di carità e d'ogni cristiana perfezione? E queste virtù nello splendore di un trono sì alto, e tra i pericoli d'una corte sì depravata, credi tu che abbiano piccolo pregio?
— Oh questo l'ho confessato e lo ripeto; la virtù di quella Signora mi ha più d'una volta commosso fino alle lagrime; e meravigliato dicevo tra me: Come è possibile che una moglie sì buona si trovi a fianco d'un marito sì tristo!
— Ammira anche in ciò, frate Uguccione, la sapienza della divina dispensazione. Spesso, come dice l'Apostolo, il marito infedele vien convertito dalla moglie fedele, e viceversa. Chi sa che Federigo non debba alla fin ravvedersi, pei conforti e per le preghiere della sua virtuosa consorte.
— Non c'è che dire; voi trovate sempre una ragione per dimostrare che ogni cosa così va bene come va. Questo significa esser uomo di lettere ed avere studiato teologia! Io che sono un povero laico...
— Non ci è bisogno di lettere e teologia per intendere le cose che qui diciamo, figliuol mio, basta il semplice buon senso e il catechismo. Non è Dio che dispone e governa il tutto in questo mondo? E Dio non è sapientissimo e benignissimo? E l'effetto della sapienza e della bontà può non essere ordinato per sè medesimo e tendere di per sè ad altro che al bene? Egli è vero che se prendi nell'universo a considerare ciascun evento spicciolatamente e separato dagli altri, può sembrarti brutto e disordinato, come appunto nella musica può sembrarti senz'armonia una nota presa da sè, e fuori di concerto delle altre. Ma non così, quando ciascuna cosa vien riguardata nella disposizione del tutto e nel finale intendimento del supremo ordinatore.
Rafaella prendea diletto a udire questi discorsi e ne traeva utili documenti pel suo stato presente. In tal modo coll'avvicendamento di sì diversi affetti ella consumò il tempo del lungo viaggio, finchè giunse alla casa paterna. Berardo e la consorte, che già per lettera avevano ricevuto annunzio del prossimo arrivo della figliuola, ne stavano in ansiosa aspettazione e ad ogni picchio alla porta, ad ogni rumor sulla strada trasalivano dalla speranza, che poi conosciuta vana li facea tornar mesti a contare le ore e i giorni e immaginare successivamente i luoghi per cui Rafaella dovea passare. Come se la videro innanzi sana e fiorente (benchè l'accorto Guglielmo avesse usata la precauzione di precedere d'alquanti passi per disporli a quell'incontro) poco mancò che non tramortissero; tanta fu la piena della gioia, che ad un tratto traboccò loro nell'anima. Stettero buona pezza come avviticchiati sul collo di lei, non saziandosi mai di baciarla e di stringerlasi al seno. Dato finalmente sfogo all'ardenza di quel primo affetto volsero con multe lagrime le loro parole di ringraziamento all'Abate e alla buona Alberta, professandosi obbligati ad ambedue della vita e salvezza di lei. Dimandarono poi ansiosamente del figliuolo, temperando il dolore del sentirlo prigione colle promesse fatte dall'Imperatrice di prenderne cura, ingrandite pietosamente da Rafaella colla giunta che presto sarebbe rimandato libero.
Nè qui finirono le consolazioni della buona famiglia. Imperocchè Manfredo, tornato indi a poco dal campo credette d'aver buono in mano per rimeritare la virtù di Berardo e punire la perfidia di Villigiso. Questi, finita l'impresa di Milano, consapevole che la rettitudine del severo Marchese non lo avrebbe lasciato senza castigo proporzionato alla colpa; e d'altra parte vedendosi molto addentro nelle grazie dell'Imperatore, pensò di rimanersi per ora ai servigi di lui, niente curandosi della solenne scomunica fulminata da Papa Alessandro. Onde Manfredo, che da prima dubbioso, a poco a poco per le dimostrazioni di Guglielmo, era venuto in chiaro del diritto del vero Pontefice, dichiarò Villigiso decaduto, come scismatico, della signoria di Mozzatorre, ed investì della medesima il fedele Berardo a premio dei tanti suoi meriti. Così Rafaella si trovò padrona di quel medesimo castello, dove era stata condotta captiva, e signora di quei medesimi sgherri che l'avevano sì iniquamente tradita. Non è da dire se ella benigna e pia qual era, perdonasse con cristiana generosità a quei tristi; solamente li volle rimossi dall'ufficio, di cui avevano usato sì male. Ma dalle domestiche cose di Rafaella convien che torniamo alle pubbliche di Federigo.
L'indomabile animo di costui non si franse pel passato disastro; crebbe anzi vie peggio nella perfidia. Essendo morto il secondo suo antipapa, ne fe' creare un terzo nella persona dell'abate di Strum, col nome di Callisto III, e prese a fare gli apparecchi per una nuova discesa in Italia. Ma non potè eseguirla prima che passassero alcuni anni; tanto era profondo il danno ricevuto dal disfacimento del suo esercito in Roma, e dalla diffalta di moltissimi Principi, che pel decreto papale si erano separati da lui. Nondimeno, fatti i supremi sforzi, giunse a raccogliere uno sterminato esercito e nell'autunno del 1174 s'avviò alla volta d'Italia. Nel primo porvi il piede, vinse e dannò alle fiamme la città di Susa. Poscia pose l'assedio ad Alessandria, fabbricata, come si disse, in onore del Pontefice e qual baluardo contra gli assalti di Germania. Senonchè un forte stuolo di Lombardi essendo venuto in soccorso della città, che pur da sè sola si difendeva bravamente; Federigo fu costretto a levare l'assedio, bruciando da se stesso il proprio campo. Allora egli volse le armi contra Milano.
Le condizioni dei Milanesi erano mutate d'assai. Nella precedente guerra, quasi soli a difendersi, essi ora si vedevano confortati da potentissima Lega. Dipoi la fresca rimembranza dell'ostinazione e crudeltà di Federigo a voler distrutta la loro città, li avea disposti siffattamente, che tra il vincere e il morire non riconoscevano mezzo di sorte. Finalmente la persuasione di combattere contro il persecutore della Chiesa, maledetto dal Vicario di Cristo, e che per sentenza papale era decaduto da ogni ragione sopra di loro, ispirava ad essi un coraggio straordinario ed una confidenza nell'aiuto divino, che ne raddoppiava a mille tanti l'ardire. Un esercito, intimamente persuaso di combattere per Dio, è invincibile. Ciò si avverò appuntino nel caso presente; e Federigo lo sperimentò a proprio danno.
Era tale e tanta la confidenza in Dio dei Milanesi che, quantunque non fossero per anco giunti gli aiuti de' confederati, e l'oste alemanna fosse infinita; essi non cercarono di differir la battaglia, ma uscirono incontro al nemico con sicurezza della vittoria. Essi avevano divisi tutti i cittadini abili a portare le armi in sei schiere, ciascuna sotto il comando dei capi del proprio quartiere. Oltre a queste avevano formate due compagnie di scelti guerrieri, l'una detta della morte, l'altra del carroccio, ossia del carro, sopra cui era inalberata la bandiera della città. La prima di queste compagnie era composta di novecento soldati a cavallo, strettisi con giuramento a morire piuttosto che retrocedere in faccia al nemico. La seconda era composta di trecento giovani delle più nobili famiglie, strettisi del pari con giuramento a morire piuttosto che lasciar prendere dal nemico l'insegna che custodivano.