Ma il danno maggiore che l'anatema pontificale recò a Federigo, si fu la così detta Lega lombarda. Una gran parte delle città italiane, soggette all'Impero erano rimase profondamente inasprite dalle crudeltà esercitate dal feroce Principe nell'ultima guerra di Milano. Quelle stesse che prima per gelosia o per vendetta avevano cooperato alla rovina dell'infelice metropoli; al vederne poscia l'eccidio e la miseria de' superstiti cittadini, aveano cangiato in sensi di commiserazione l'antico odio. Aggiungasi a tutto ciò il malcontento che destavano le continue espilazioni e soverchierie dei governatori posti da Federigo, a cui questo Principe per tenerli a sè devoti, lasciava ogni arbitrio. Tali e simiglianti cose producevano un fermento negli animi, che facilmente sarebbe scoppiato al di fuori, se il timore della potenza di Federigo e più la religione del vassallaggio non li avesse tenuti in rispetto. Ma quando i popoli si videro per decreto papale sciolti da ogni vincolo di sudditanza al Barbarossa, e la parte di Alessandro acquistar di giorno in giorno maggior consistenza, s'avvisarono di poter oggimai senza colpa e con isperanza di successo scuotere l'importabile giogo. Massimamente affidavali la fiducia nel soccorso divino, giacchè combattendo Federigo essi avrebbero combattuto il nimico dichiarato della Chiesa, e difendendo i proprii diritti avrebbero insieme difesi i diritti del Pontefice. Essi dunque cominciarono ad intendersi tra loro e concertare di comune accordo i mezzi di riuscire nell'impresa. Da prima quattro sole città, Verona, Vicenza, Padova e Treviso fermarono alleanza scambievole obbligandosi con giuramento a soccorrersi in caso di guerra. Ben presto aggiuntisi i Veneziani, la Lega si stimò abbastanza forte per operare; sicchè scacciati gran parte dei ministri imperiali si dichiararono apertamente non più soggetti a Federigo; e impossessatisi dei luoghi più forti pei quali si sarebbe potuto venire ad assalirli, apparecchiaronsi alla difesa. Più tardi si unirono loro altresì le città di Cremona, Bergamo, Brescia, Ferrara, e la Lega, divenuta assai potente, deliberò di rifabbricare Milano.

I Milanesi dopo la distruzione della patria si erano da prima dispersi nelle terre circonvicine: ma poscia la maggior parte del popolo era stato per ordine di Federigo riaccolta intorno all'antico suolo e divisa in quattro borgate, con case di legno sotto il governo d'alcuni suoi delegati. Questi tenevano quell'infelice moltitudine in una specie di vero servaggio, smungendola il più ed il meglio che sapessero e tartassandola per tutte guise. Quand'ecco un bel giorno si veggono arrivare numerose schiere delle città confederate, sventolando ciascuna la sua bandiera sotto il comando dei proprii magistrati. Questi, messi in fuga i ministri del Barbarossa, distribuirono armi e danari a que' cittadini confortandoli a tosto rialzare le mura della diroccata città. Ed acciocchè i Pavesi ed altri loro antichi nemici non potessero disturbarli, posero campo all'intorno, deliberati di restare in arme alla difesa, finchè l'opera della riedificazione di Milano non fosse interamente compiuta. È indescrivibile la gioia che ad un tratto invase quegli oggimai disperati cittadini, e i gridi di giubilo che si sollevarono d'ogni parte. Senza porre in mezzo dimora, tutti, uomini, donne, vecchi e fanciulli, si accinsero all'opera e compartitosi tra loro il lavoro, a chi lo scavare le fosse, a chi il trasportare i materiali, a chi l'impastare i cementi, a chi lo squadrare le pietre; in breve tempo dal mucchio delle sue rovine si vide come risorgere la nobile Milano quasi da morte a novella vita. Così la Lega lombarda andava acquistando ogni dì maggiore stabilità, quando Iddio stesso col suo intervento venne a darvi l'ultimo rassodamento.

Federigo non era uomo da sbigottirsi o da cedere sì facilmente. Egli meditava terribile vendetta; ed accorto, com'era, ben comprese che vano saria stato espugnare la Lega mentre l'anima della medesima, vale a dire Papa Alessandro, rimanesse illeso. Egli si avvisò che a troncare d'un sol colpo i nervi di tutti, fosse uopo abbattere il capo. Avviossi dunque alla volta di Roma con poderoso esercito con intenzione d'impadronirsi della città, se non gli venisse fatto d'aver nelle mani il Pontefice, intronizzarvi almeno Guido da Crema, che col nome di Pasquale III egli avea fatto eleggere in luogo dell'antipapa Ottaviano, morto poco innanzi nella sua contumacia. I Romani incoraggiati dall'animoso Pontefice s'apparecchiarono alla difesa: e benchè molto inferiori di forze, osarono nondimeno di venire a giornata coll'esercito di Federigo. Ma come Dio volle essi furono pienamente battuti: e il Barbarossa entrò trionfante in Roma, dove in breve, impadronitosi eziandio del castello S. Angelo e della chiesa di S. Pietro violentò colle minacce il popolo a giurargli obbedienza. Papa Alessandro costretto a ritirarsi co' suoi in una fortezza dei Frangipani, vedendo che quivi non avrebbe potuto a lungo resistere, s'indusse a fuggirne in abito da pellegrino, andando prima a Terracina e poscia a Gaeta nel regno di Napoli, d'onde passò a Benevento. Federigo fattosi coronare per le mani dell'antipapa, si credeva oggimai di avere assicurato l'esito dell'impresa; quando il flagello di Dio gli fu sopra a sconcertare i disegni del peccatore. Il giorno appresso alla sua incoronazione, un cocentissimo sole, seguito da una piccola pioggerella, gittò una mortalità sì spaventosa nell'esercito, che appena vi era agio a seppellire i cadaveri di quei che giornalmente perivano. I duci più ragguardevoli furono i primi a restar vittima del morbo. Più di duemila gentiluomini vi perdettero la vita; e tra questi il Duca di Baviera, i Conti di Nassau, d'Altemont, di Lippe, di Tubinga e Rainaldo arcicancelliere dell'Impero. Federigo vedendo assottigliate ogni dì le sue truppe in modo sì orribile e i pochi superstiti reggere a stento la vita; temette a ragione che, se più a lungo si dimorava, il Re di Sicilia dall'una parte e i confederati lombardi dall'altra lo avrebbero colto in mezzo. Onde, levato il campo, si diè precipitosamente ad una piuttosto fuga che ritirata; abbattendosi in mille pericoli, che gli si paravano innanzi ad ogni passo, pien di dispetto e di vergogna e accompagnato da piccolo drappello ripassò a stento le Alpi, d'onde era poco innanzi disceso pieno di baldanza alla testa d'immenso esercito. La nuova di questo disastro diffusasi in breve per l'Italia, non è a dire quanto giovasse a rialzare l'animo degli alleati. Se ne parlava per ogni dove e tutti vi riconoscevano il dito di Dio, che avea rinnovato in quella contingenza il prodigio già operato contro l'empio Sennacheribbo. Tutte le altre città lombarde finirono di dichiararsi dalla parte del Papa; sicchè a Federigo non rimase fedele se non la sola Pavia, in cui si chiusero le poche milizie che egli lasciava tuttavia in Italia. Allora i confederati per assicurarsi contro una nuova discesa del Barbarossa, pensarono di fabbricare una piazza forte sui confini del paese al confluente del Tanaro e della Bormida. Messisi adunque all'opera, in poco tempo l'ebbero condotta a buon termine; denominando la nuova città Alessandria in onore e devozione del Pontefice Alessandro IV, a cui i consoli di essa si recarono per fare atto di dedizione e di vassallaggio. Così quando Federigo pensava d'aver oggimai domata la Chiesa e il suo capo; la Chiesa e il suo capo gli si levava contro più glorioso e più forte.

Anche le cose di Rafaella avevano grandemente mutato aspetto. La pia Imperatrice, benchè amasse di ritenerla presso di sè, nondimeno non osò di fargliene neppur la proposta, bene intendendo quanto fosse nell'amorosa fanciulla il desiderio di rivedere i parenti. Onde, venuto il tempo del suo ritorno in Germania, chiamò la giovinetta, e dopo averla colmata di regali e di carezze consegnolla all'Abate Guglielmo unitamente ad Alberta; la quale, rimasa sola e desolata, come dicemmo, cedè alle vive istanze di Rafaella, che avendola in conto di sua seconda madre, non finiva di supplicarla a contentarsi di menare il rimanente di sua vita con lei. Ognuno comprende da sè medesimo quanto fosse grato e consolante questo viaggio per la buona donzella. Si vedeva ella come uscita da un naufragio e salva oggimai e sicura in su la riva. Quando riandava colla mente i passati pericoli, le strette e le angoscie mortali da cui era stata straziata, l'orlo dei precipizii che avea valicati, si sentiva compresa da un subitaneo raccapriccio; che a poco a poco dileguandosi le lasciava l'anima come cospersa da un'ineffabile dolcezza, ed accesa di amore e di gratitudine verso Dio, che per vie sì inaspettate e mirabili l'avea campata. La certezza poi d'aver presto a rivedere la madre e il babbo le era di estrema letizia, e la fervida brama le faceva ad ogni tratto interrogare l'Abate quanto altro tempo ci volesse per arrivare, e guardar le campagne e le colline se mai vi scorgesse qualche somiglianza con quelle che ricordavano il luogo natìo. Un solo pensiero intorbidavale la pace a quando a quando e le trafiggeva l'anima di acuto dolore. Esso era quello del fratello, la cui liberazione non erasi potuta conseguire dall'ostinato e feroce Barbarossa, e di Ottolino, di cui non erasi più udita novella. Chi sa come vive, e se vive l'infelice Eriberto! Oh fratel mio! Prigioniero in lontano paese, privo della vista e del conforto de' tuoi cari; senza neppur contezza di loro, in mano a feroci sgherri; oh i grami giorni che tu meni, e forse l'angoscia t'avrà ucciso a quest'ora! Tali erano i queruli lai che singhiozzando metteva di tratto in tratto la povera Rafaella. Vero è, poi pensava, che l'Imperatrice mi assicurò che appena tornata in Germania ne avrebbe preso conto, e gli farebbe coll'autorità sua alleggerire ogni pena. Ma chi sa se le cure della pia Signora giungeranno in tempo! E di Ottolino che ne sarà? Il non essersene saputo più nulla mostra pur troppo che egli è perito in qualche scontro. E qui la fantasia le dipingeva con vivi colori l'amato giovinetto giacente in terra ferito e boccheggiante protendere il languido sguardo, quasi ad invocare chi gli porgesse alcun soccorso; e finalmente spirare derelitto e sconfortato. In mezzo a sì crudeli pensieri che quasi pungentissime spine straziavano il cuore dell'affettuosa fanciulla, il santo Abate Guglielmo gittava in quell'anima colle sue parole soave balsamo, ricordandole l'uniformità ai divini voleri e come ogni cosa torna in bene a chi con tutta confidenza si getta nelle amorose braccia di Dio tenendo per ottimo quanto Egli dispone sopra di noi.

Anche l'umor faceto di frate Uguccione conferiva non poco a distrarre sovente l'afflitta Rafaella coi colloquii che tratto tratto intrecciava.

— Che vi pare, padre Abate, di questa nostra curiosa villeggiatura, che certo non mi stava in calendario?

— Mi pare, rispondeva Guglielmo, una delle più dilettose; giacchè Iddio benedetto ci ha porta occasione e dato grazia di patir qualche cosa e adoperarci alquanto a sollievo degl'infelici.

— Tolto va bene; ma a me tarda mille anni di tornare alla mia cella, donde, salvo l'ubbidienza, non mi lascerò trarre più fuora se non quando mi dovranno portare in sepoltura.

— L'amore della solitudine, figliuolo mio, è cosa ottima, ed inculcata co' precetti e coll'esempio da' Santi. Ma esso non dee trasmodare in eccesso, nè ritrarci dal soccorrere il nostro prossimo quando il bisogno lo richiede. Ricordati del grande Antonio, quel primo luminare della vita eremitica. Egli non dubitò di abbandonare a tempo il deserto; quando l'infierire della persecuzione contro i cristiani richiedeva l'opera di chi confortasse i fedeli alla costanza. E a coloro che si scandolezzavano della sua uscita dall'eremo rispondeva: Che direste voi d'una donzella, la quale vedendo andare in fiamme la casa di suo padre, in vece di accorrere, si scusasse con dire non affarsi alla sua riservatezza l'abbandonare la propria stanza?

— Sì, ma il mirare tante sciagure e di tanti a me, che son tenero di cuore, non soffre l'animo. E poi quel vedere nei grandi del mondo tanta alterigia, tanta simulazione, ed anche tanta fierezza, è cosa proprio che mi fa stomaco.