— Tu inorridisci, figliuolo, veggendo in me chi si dice amico suo. Odi. Ei non volgeva in mente eresie, quand'io dapprima lo conobbi. Egli era divorato da ardente bisogno di operare ed agitarsi; e questo lo disgustò ben presto dei silenzii e della quiete della contemplazione. Ei disse di voler viaggiare in traccia della sapienza; ed io che gli aveva posto molto amore e prevedeva i rischi, a cui il bollente suo spirito andava incontro, nol volli abbandonare. Passammo in varii cenobii: ma nessuno contentava il mio amico; tant'egli presumeva di sè medesimo. Visitammo il santo abbate Bernardo di Chiaravalle; e parve un istante ad Arnaldo d'essere chiamato ad imitarlo. Nondimeno il desiderio di maggior dottrina lo allontanò da lui e lo trasse a Parigi alla scuola dell'illustre Abailardo, ove pure splendeva l'ingegno di Pietro Lombardo di Novara, detto il maestro delle sentenze, ora vescovo di Parigi. Fra i discepoli d'Abailardo, il più studioso ed ardente era Arnaldo. Allettato dalle novità del maestro, concepì il disegno di predicare contro gli abusi che egli diceva di scorgere negli ecclesiastici, e tutta la sua vita divenne un iracondo apostolato contro la ricchezza del clero. Io mi adoperava indarno a frenare gl'impeti di quello spirito irrequieto; la smania che lo invadeva era più potente de' miei consigli.
— Francia, Svizzera ed Italia lo udirono attonite bandir guerra a' prelati, ed intimare come debito degli uomini di Chiesa l'intero spogliamento d'ogni possesso. Sì gagliarda tonava la sua facondia, sì affascinante era l'esempio ch'ei dava di rigida penitenza, sì strascinante l'autorità ch'egli su molti altri monaci aveva acquistato, che non poneano in dubbio essere lui mosso da Dio; e quasichè lo scopo del Vangelo fosse più la povertà che la carità, calpestavano questa per imporre inesorabilmente quella. Il loro delirio era della natura di quelli, che tanto più sono perigliosi, in quanto che racchiudono qualche apparenza di vero. Senza dubbio gli abusi della ricchezza degradano il sacerdozio, e povertà che muova da carità è santa. Ma Arnaldo affogava questa parte di verità in una moltitudine di proposizioni, altre esagerate, altre erronee, altre apertamente ereticali. Io me n'avvidi e gliel dissi. Ei mi respinse dal suo seno trattandomi d'adulatore de' potenti e d'apostata. Malgrado di ciò io l'amava teneramente. E trovandomi a Roma, allorchè agli altri assunti, egli unì quello di suscitare il popolo a governo libero e ribellione dal Papa, lo scongiurai ancora con lagrime d'aprir gli occhi sul precipizio, al quale correva. Anche allora mi respinse e non volle quinci appresso nè più ascoltarmi, nè più vedermi. Fui certo allora della prossima sua ruina, nè i miei presentimenti fallirono. Dopo varii conflitti delle fazioni che eransi suscitate in Roma, Arnaldo fu sbandito e costretto a fuggire in Campania presso un Visconte. Ma Federigo Barbarossa che in quel tempo veniva in Roma per cingersi la corona imperiale, lo fece prendere e consegnare al prefetto della città. Il misero fu strangolato e bruciato, sparse le ceneri al vento. Ecco la miseranda fine dell'improvvido Arnaldo. Io lo piansi e lo piango ancora; e tengo per fermo essersi quell'uomo così perduto, perchè nato con forte inclinazione ad agitarsi, commise l'errore d'abbracciare, senza divina vocazione, lo stato monastico, nel quale l'irrequieta anima sua non seppe trovare altra palestra, se non quella in cui s'avventò.
— Vedi dunque, figliuolo, che un tale stato non è da tutti: e l'errore nell'abbracciarlo, senza chiamata dal cielo, potrebbe essere irreparabile. Tu pertanto ascolta il mio consiglio: smetti per ora un tal pensiero ed aspetta da Dio più chiari indizii del suo volere sopra di te, rimanendo nondimeno presso noi in qualità di semplice ospite. La santità del luogo e la sua lontananza dai rumori del mondo ti assicureranno dalle ricerche e dalle offese de' tuoi nemici; ed io mi studierò di calmare con una santa parola le perturbazioni del travagliato tuo animo.
Ottolino, convinto dalle ragioni del solitario, lo abbracciò intenerito, e rimettendosi in tutto alla sua direzione, fermò quivi il suo soggiorno.
CAPO IX.
La Lega Lombarda.
Ma già la stella di Federigo ecclissavasi, ed ei correva un'assai perigliosa fortuna. Cagion precipua de' suoi rovesci si fu la sacrilega e dissennata lotta in cui egli erasi cacciato contro il Vicario di Cristo; il che come avvenisse è qui da narrare brevemente.
Federigo, come fu detto, risoltosi di elevare l'impero alla monarchia universale, senza alcun potere su la terra che gli dettasse legge o ponesse alcun rattento ai suoi voleri; ben avea compreso non potergli ciò venir fatto, se non si assoggettasse la Chiesa, rendendosi ligio e quasi servo il supremo Capo di lei. A tal fine egli erasi adoperato d'introdurre nel seggio apostolico l'antipapa Vittore, scacciandone il vero Papa Alessandro. Soggiogata la Chiesa, parevagli che niuno avria più osato di resistere alla sua potenza. Ma l'alta Provvidenza di Dio vegliava a confondere i disegni dell'empio.
Alessandro, di patria senese, era un Pontefice di carattere del tutto acconcio a quella terribile contingenza. Egli, quanto mite con gli umili, altrettanto alto ed inesorabile coi superbi, accoppiava alla fortezza dell'animo una singolare dottrina e una lunga esperienza nel maneggio degli affari. Stato già cancelliere della Chiesa romana in condizione di Cardinale, e Legato in negozi delicatissimi sotto il suo predecessore Adriano IV, conosceva da vicino Federigo ed aveva profondamente scandagliata tutta l'ambizione ed ostinatezza di quel magnanimo, ma traviato principe. Benchè poi, stante la sua umiltà, avesse resistito con ogni sforzo alla sua promozione; nondimeno come prima costretto a cedere alla volontà del sacro Collegio sobbarcò gli omeri al grave incarico, intese subito l'obbligo che gli correa gravissimo di conservare intatta l'indipendenza della Chiesa dalle invasioni della potenza laicale, e respingere il lupo che assaltava l'ovile di Gesù Cristo. Egli spiegò senza ambagi fin da principio il suo pensiero, allorchè avendo Federigo avuta la baldanza di mandargli ad intimare per mezzo di due suoi ambasciatori che si recasse al Concilio da lui convocato in Pavia per farvi giudicare la sua elezione; non solo respinse vigorosamente l'iniqua pretensione; ma fece loro tale risposta, che ben mostrava come egli sentisse tutta la forza dell'autorità, di cui era investito. «Noi, disse l'invitto Pontefice, riconosciamo l'Imperatore, secondo il dovere della sua dignità, come avvocato e difensore della santa Chiesa romana; e se egli non vi mette ostacolo, noi lo onoreremo al di sopra degli altri Principi terreni, salvo sempre l'onore che noi dobbiamo al Re dei cieli e al Signore de' signori, che può perdere il corpo e l'anima dell'uomo precipitando l'uno e l'altra nella geenna del fuoco eterno. Perciò amando noi e desiderando d'onorar Federigo, come facciamo, noi siamo altamente meravigliati che egli ricusi a noi, o piuttosto a S. Pietro nella nostra persona, l'onore che ci è dovuto. Imperocchè, egli allontanandosi dall'esempio de' suoi predecessori e sorpassando i limiti della sua dignità, ha convocato il Concilio senza nostra intesa, e ci ha chiamati alla sua presenza, quasichè egli avesse alcuna giurisdizione sopra di noi. Gesù Cristo ha dato a S. Pietro e per lui alla Chiesa romana questo privilegio, trasmesso ai SS. Padri e conservato fino al presente a traverso della prosperità e dell'avversità ed anche dell'effusione del sangue, quando è convenuto: che cioè essa Chiesa romana giudichi le cause di tutte le Chiese, senza che essa sia sottoposta giammai al giudizio di niuno. Noi non finiamo dunque di stupirci che un tal privilegio sia ora aggredito da colui, che dovrebbe esserne il difensore. La tradizione canonica e l'autorità non ci permettono di andare alla sua Corte per udire il giudizio di lui. I voti delle minori Chiese e i loro particolari prelati non possono attribuirsi la decisione di queste sorta di cause, ma bensì essi debbono sottostare al giudizio de' loro metropolitani e della Sede apostolica. Imperò noi saremmo sommamente colpevoli dinnanzi a Dio, se per nostra o ignoranza o debolezza lasciassimo ridurre in servitù la Chiesa, che Cristo nel suo sangue ha riscattata. I nostri Padri hanno versato il loro per difendere una tal libertà; e noi seguendone l'esempio, siamo pronti, se bisogna, a fare altrettanto»[5].
Federigo avrebbe dovuto comprendere da tal linguaggio che egli dava di cozzo in una pietra assai dura; se non che acciecato dalla superbia, tenne a Pavia il preteso Concilio, e fattavi dichiarare legittima l'elezione dell'antipapa, scrisse a tutti i Principi della Cristianità incitandoli a sollevarsi contro Alessandro e ponendo al bando dell'Impero chiunque continuasse a riconoscerlo per Papa. Pervenute queste cose a notizia del Pontefice, egli non istette inoperoso; ma inviò presso tutte le Corti cattoliche Cardinali e Legati, i quali come testimonii di veduta nel fatto della sua elezione potessero sbugiardare le menzogne degli avversarii. Poscia si rivolse a curar Federigo ammonendolo più volte paternamente e procurando or colle dolci or colle aspre di rimetterlo in senno. Finalmente veduta ogni opera tornare in vano, acciocchè la contumacia di lui non infettasse gli altri, lanciò contro l'ostinato Principe sentenza di scomunicazione, dichiarandolo decaduto dal trono imperiale ed assolvendo tutti i suoi sudditi dal giuramento prestatogli di fedeltà, ed estese tale condanna a tutti i suoi partigiani. Frutto di queste energiche disposizioni si fu che quasi tutti i Re cristiani, benchè da prima incerti e titubanti, alla fine disingannati, abbracciarono le parti del verace Pontefice, e moltissimi degli aderenti di Federigo si distaccarono da lui, come da scismatico e persecutore della Chiesa.