Nelle feste de' contadini quegl'impeti d'allegria poco eleganti ma benefici, si destano facilmente. Ottolino aveali conosciuti tra i contadini del suo paese, ed or gli parve d'essere trasportato ne' felici anni della puerizia. Egli e la vecchia ridendo si dondolavano l'uno più stranamente dell'altro, si stiracchiavano per le mani, battevano or con questo or con quel piede la terra, e così, senza accorgersene postisi in moto di danza, finirono per seguire il vortice de ballerini. E così si sarebbe continuato chi sa fino a quando, se alcuni non si fossero accorti che gli sposi non erano più nella stalla; sgombrò così la lieta brigata; ed Ottolino, contento d'un'altra fetta di polenta e d'un bicchier d'acqua, andò a dormire sopra il fenile.

La mattina congedossi da' buoni ospiti, e durò fatica a far loro accettare qualche moneta. Quel tugurio spirava povertà; e nondimeno tutti v'erano sì gioviali, sì discreti ne' loro desiderii, sì poco solleciti dell'avvenire! Non è questa la vera saviezza? Piangere un momento sotto i più aspri colpi della sventura indi riconfortarsi con innocenti risa, e benedire sempre Iddio nel dolore come nella gioia, finchè gli piaccia di coronare la nostra pazienza e il nostro amore cogli eterni guiderdoni che egli promise a tutti i buoni, e più particolarmente a coloro che molto patirono? Questa sì è vera saviezza; ed Ottolino, venerandola, sentiasi sollevato.

Egli cavalcava fischiando e cantarellando, e comandava a sè stesso di voler essere d'indi innanzi come costoro. Ma è più agevole dire — Voglio esser savio — che essere. Un fermo perenne volere, non s'acquista ad un tratto; è opera di lunghi sforzi, e vacilla ad ogn'ora, finchè non è mutato in abitudine. Tornava Ottolino a sospirare e dicea: Que' poveri contadini almeno fanno in pace i loro matrimonii; rari contro ciò sono gli ostacoli. Allora tanto e tanto si possono soffrire in pace le sventure. Ma amare Rafaella e non poterla ottenere! ed essere profugo e ribelle, mentre essa è alla corte del Principe, contro cui strinsi le armi! oh questa sì che è sventura importabile. E saperle vicino il perfido barone di Mozzatorre, che già una volta ardia di rapirla, che non cesserà d'insidiarla! Eppure vo' rivederla e udire da lei ciò che mi debba fare di quest'inutile vita che or sì mi pesa, ma che ridiverrebbemi cara se ella mi dicesse: Ecco una meta; volgila a quella! — Ma tosto gli si affacciava il certo pericolo, a cui si esponeva coll'andare dove assai era conosciuto, e dove non altro poteasi aspettare che il carcere e la morte come fuggitivo e ribelle.

Tra questi contrarii pensieri egli camminava lunghe ore, indeciso del luogo, a cui dovesse trarre, e stanco della vita. Giunto in una foresta udì il suono d'una campana, e ricordò la foresta di Staffarda e la campana del monistero, ov'era stato educato col suo diletto Eriberto, e tutte le dolcezza d'un'età di speranze carissime, niuna delle quali s'era verificata. Oh avess'egli potuto cancellare alcuni anni della sua vita e ritornare a quell'età! Come le soavi reminiscenze attristano ed incantano l'infelice! Com'egli sente che l'esperienza del mondo non è altro, se non esperienza di molti mali e di pochi beni!

Seguì il suono della campana e giunse ad un monistero. — Qui mentre le città cadono, è vera pace! gridò. Benedetto chi seppe apprezzarla fin dalla gioventù! Benedetto chi non pose, come io, la sua gioia nelle pugne, ma nel rendere lode a Dio, e pregare per gli sventurati, e dividere santamente il proprio pane con essi!

Gli parea che il rinunciare quivi, nonchè a tutte le umane fortune, ma perfino all'amor suo per Rafaella, e finire il resto della vita ignorato da' popoli e da' principi fosse un sacrifizio che il Cielo domandasse da lui. Entrò nella foresteria, e postosi a favellare col padre Cellerario, gli aperse i suoi dolori, e i nuovi suoi desiderii. — Qual frutto coglie l'uomo quaggiù dai suoi lunghi aneliti? Massimamente quando le città sono divise, i popoli in guerra tra loro, l'iniquità e la perfidia trionfano, non è egli prudente consiglio ritrarre il piede da un secolo si corrotto affine di non restarne insozzato? Me illuso! il quale credetti essere mia vocazione il combattere per la giustizia, mentre giustizia nel mondo non può trovarsi, se non fuggendolo e ricovrando nelle solitudini, e lasciandoti sgozzare appo gli altari da chi ti assalga, anzichè aumentare il numero delle vittime assumendone vana difesa. Dove la società umana è tutta disordine e violenza, e gli sforzi de' migliori non bastano a guarirla, il ritirarsi nella solitudine non può essere chiamato codardia, ma pietà e saviezza. Chi cammina fra giacenti feriti che non vogliono rimedio, e si squarciano con furore a vicenda le piaghe, non è egli pio se si ritrae per almeno non calpestarli co' suoi piedi? Ovvero colui che per ogni via trova bande invincibili di masnadieri, è egli vigliacco se retrocede?

Tali erano gli sfoghi, onde Ottolino apriva al monaco il suo animo esacerbato. Egli narravagli confidentemente la sua storia e godea di parlare del santo Guglielmo, e degli altri religiosi di Staffarda, e del suo dolce compagno di studii giovanili, Eriberto, e di Rafaella, da cui oggimai dividealo intervallo non valicabile. — Oh avess'io prestato fede, dicea, quando mi si pingeano i mali del mondo e mi si consigliava di non volerli provare! Sfrenata voglia d'applausi mi faceva anelare alle battaglie: ed ahi! io son colui che versai nell'anima d'Eriberto la mia frenesia. Egli più mite, più religioso di me, si sarebbe certamente consacrato agli altari; ed oggi i suoi parenti lo vedrebbero venire dal chiostro vicino a confortarli nelle pene della loro vecchiaia, e benedirebbero lieti Iddio con esso lui. Struggonsi invece nel dolore, orbi del caro figlio! ed egli langue in carcere lontano! e forse non mirerà più mai il sole; e se un dì pur riede tra i viventi e muove al paese nativo, egli piangerà inconsolabile sulla tomba de' genitori, morti d'affanno per cagion sua! Ah, la mia mente non era, no, di essere cagione di tali calamità. Ma se ne fui cagione per baldanza e per sete di vanagloria, adulandomi e chiamando puri i miei voleri, son io perciò meno reo? Quante volte mio padre, uso ai perigli della guerra ed invaghito di essi pur confessavami tristamente di non essere senza rimorsi e di non aver mai conosciuto a che fossero giovate al mondo le stragi, a cui avea dovuto por mano. Egli esultava talora del guerriero spirito che in me sorgea; eppure ad un tempo sospirava e diceami: — Tu sarai felice! — Egli m'avea fatto dirozzare l'intelletto più che non era dirozzato il suo; non era quindi io in obbligo di giudicare più rettamente di lui e d'abborrire quel mestiere di fratricida? Oh mio Dio! illuminami e non imputare a mio padre gli errori miei, ed insegnami a ripararli, affinchè il suo intento, ch'era di farmi servo a te fedele, sia coronato, ed ei n'abbia eterno premio da te! —

Il solitario, che prudente uomo era quanto benigno, e a cui non era quella la prima volta che gl'incontrassero simili cose, ascoltava il giovine con paterno affetto e si studiava di penetrare colla mente nei misteri di quell'anima tumultuante. Come Ottolino ebbe compito il suo racconto, il monaco così prese a parlargli: — Figliuolo, la tua cordiale confidenza mi commuove, più che non pensi. La parte che avesti alle guerre ond'Italia è devastata, non è grande, stante i verdi tuoi anni; ma basta a turbare una coscienza dignitosa ed onesta. Ti compiango e t'auguro pace. Nondimeno bada che pace è malagevole a rinvenirsi sulla terra. I monisteri possono darla e la danno di fatti; ma solo a quelli che vi vengono chiamati da superna ispirazione divina. Or io non retribuirei la tua schiettezza, se non ti dicessi apertamente che il tuo repentino mutamento di brame e pensieri, più che da invito del cielo, muove in te da scoramento per le incorse sciagure e da fallita speranza d'appagare un amore. Ciò non basta, o figliuolo, all'alto passo, a cui tu vorresti affidarti. La tua inesperienza non ti fa pensare all'immenso pericolo che si ha ad obbligarsi a vita angelica cogli affetti e colle forze di uomo, senza vera vocazione dall'alto. Un tal pericolo cresce poi oltremisura per chi abbia sortito dalla natura spiriti vivi ed impazienti, come in te mi rivelano il tuo sguardo e le tue parole. Le anime ardenti, avvezze ad operare, invano per melanconia o stanchezza innamoransi del riposo. Dopo alcun tempo tornano ad abborrirlo. Un bisogno più potente della ragione li concita ad agitare sè e gli altri; e allora niuna regola monastica è scudo che le francheggi. L'interna inquietudine proromperà finalmente al di fuori, e potrà traboccarle ad eccessi più indegni della misericordia di Dio, che non siano gli errori stessi de' mondani.

— A tempi in cui questa barba, ora canuta, nereggiava come la tua, e questi occhi semispenti dardeggiavano come i tuoi, io prima d'invaghirmi degli altari cinsi la spada e la rotai parte ad utile, parte a danno della giustizia; ma se il danno accadeva, non era voluto da me. Nondimeno fui trascinato a colpe, o mi parvero tali; e per vergogna e rimorso mi ritrassi dal mondo. O beate le gioie dell'eremo, pure, esultanti, divine; ch'io gustai per alcun tempo! Un amico ne partecipava anche egli con me, ed egli era della mia tempra. E pareaci che il fervore della nostra mente avesse nello studio della perfezione un campo sicuro ove esercitarsi tutta la vita, senza possibilità d'errare. Questo amico — oso appena nominartelo, tant'è ora imprecato da tutti! — è il famoso Arnaldo da Brescia.

— L'eresiarca! sclamò Ottolino.