Dolse ad Ottolino, quando giunsegli a Tortona la notizia della resa di Garda; ma ben avea veduto essere evento inevitabile, dacchè niuno osava d'alzare gl'invocati stendardi. Frattanto ch'egli esitava a qual partito s'appiglierebbe, e meditava se alcuna via se gli aprisse per rivedere Rafaella; i Pavesi comprarono dall'Imperatore il diritto di smantellare Tortona. Essi gli rappresentavano ch'era stata riedificata in obbrobrio di lui; tuttavia egli non consentì che diroccassero altro che le mura.

Era un mattino, ed ecco venire precipitosamente a cavallo un profugo Milanese il quale gridava: — Apprestatevi alla difesa, o alla fuga. Tutta Pavia corre a questa volta, a sterminarvi! — Il tristo nuncio fu condotto innanzi ai magistrati, e riferì loro d'essere uscito di Pavia nel medesimo tempo che usciva la turba de' devastatori, e di precederla quindi di poco. Sperarono i Tortonesi un istante ch'egli delirasse; ma la sua favella e le sue lagrime erano tali, che spiravano fede; sì che la città s'empiè di spavento e di grida miserande.

Non molto dopo una scolta, dalla cima d'una torre vide brulicare la turba nemica, e gridò all'armi. Uomini, donne e fanciulli corsero allora, gli uni a svellere le pietre dalle strade e portarle sulle mura, gli altri ad assestarvi i mangani. Già una volta questo infelice popolo avea veduta rasa al suolo la sua città, nè volgevano più che sette anni dacchè i Milanesi l'avevano rifatta più bella di prima. E que' dolci focolari, quelle superbe torri, quelle venerande chiese sparirebbero di nuovo dalla faccia della terra? Questo crudele presentimento toglieva il coraggio dal cuore di tutti, e fra le urla di disperazione udiansi sclamare: — Sottomettiamoci a condizione che non si dirocchi l'intera città!

I più bellicosi deploravano di non avere ascoltato gl'inviti che a nome di Turisendo era venuto a fare Ottolino. Se Tortona si fosse mossa pochi dì avanti, altre città l'avrebbero forse imitata; ed allora i nemici assaliti da più punti, non avrebbero avute forze per distruggerla. Ottolino fu consultato, e rispose: — Poniamoci in sulle difese, e se l'intento de' nemici è di sterminare la città, moriamo prima che cedere. — Le parole corsero per tutto il popolo, e questi gridò: — Sì! sì! — Ma come prima giunsero i Pavesi, un orrendo prorompere d'imprecazioni e di minaccie fu il massimo sforzo che fece il popolo. Passato quell'impeto d'ostentazione, appena ebbe udito annunciarsi da un araldo che l'Imperatore permetteva solo lo smantellamento delle mura e l'abbassamento delle torri, i più avvisarono doversi cedere, piuttosto che attrarsi maggiore danno. Fu dimandato giuramento a' Pavesi che non saccheggerebbero, nè diroccherebbero alcuna abitazione, e questi lo prestarono. Allora i cittadini abbandonarono le mura, e si raccolsero ne' loro tetti e ne' loro templi a pregare Dio che la fede fosse tenuta. Senonchè i capitani pavesi voleano tenerla, ma la turba non obbedì. Antico odio ed avidità li spinse immantinente al saccheggio. Indi il fuoco venne appiccato in varie parti della città; e gli oppressi pensarono, ma troppo tardi a difendersi. Una feroce battaglia empì di strage le rovine, nè una casa fu salvata. I vinti errando desolati per le campagne, e volgendo il capo a mirare il luogo ove ieri stava la loro patria, diceano: — Oh misera Tortona! Milano il cui possente braccio ti rialzava dalla polvere, ora non è più.

Ottolino fremeva: il suo cuore era straziato dallo spettacolo di tanta miseria. Non sapendo che farsi e pur desiderando di rivedere Rafaella, prese le mosse verso Pavia, meditando tristamente sopra i mali onde ingombra è la terra, e chiedendosi se brillerebbe mai lampo di felicità per lui.

Dopo lungo cammino annottò, e sopravvenne pioggia dirotta: ond'egli consigliossi di ricovrare ad un tugurio, ov'anco invitavalo la strana cosa che era, per quei tempi, l'udir uscir di colà lieti viva e suoni di strumenti nuncii di festa nuziale. Venne accolto ospitalmente e condotto in cucina, perchè s'asciugasse e scaldasse al focolare. Ivi la madre dello sposo gl'imbandì una fetta di polenta di miglio ed un bicchier d'acqua, giacchè il vino era stato bevuto al povero banchetto di nozze. Poi la buona donna invitollo a passare nella stalla, ove si ballava ed ove il cavallo di lui era già allogato in un angolo, accanto alla vacca ed all'asino. Ottolino ito nella stalla stupì vedendo la pienissima gioia, cui s'abbandonava quell'innocente brigata; e poich'ebbe salutato cortesemente la festeggiata coppia, s'assise sopra una panca, fra la madre dello sposo, ed un vecchietto, nonno della sposa: — E' pare, disse Ottolino, che le sciagure, onde ogni terra intorno è desolata, siano state più miti che altrove sul vostro tetto, lo spettacolo della vostra allegrezza allevia il mio cuore oppresso da lunga mestizia.

— Oh Santissima Vergine! disse la donna. Abbiamo patito la nostra parte anche noi; e Dio sa come andrà in avvenire! ma finchè ci è dei giovani sulla terra, che volete ne facciamo? Bisogna pur maritarli.

— Se abbiamo patito! disse il vecchio. Ecco là quella poveraccia di Maria (accennando la sposa): è tutto ciò che avanza della mia casa. Suo padre era il mio primogenito. Egli e sei altri figliuoli mi furono rapiti dalle guerre, e voi vedete come venni trattato io, per aver tentato di portare vettovaglie a' Milanesi durante l'assedio (e ciò dicendo traeva di sotto il giubbone un braccio monco). Il mio casolare fu bruciato, una volta da' ribelli ed un'altra dagl'imperiali. La moglie, di buona memoria, perì nelle fiamme; e non la ricordo senza lagrime! ch'era una moglie amorevole e laboriosa e piena di timor di Dio. La mia comare lo sa. Ed oh! anche la mia comare ha la litania di dolori. Se sapeste come quegli omicidi, ott'anni sono, le strapparono dalle braccia il marito e tre figliuoli, e.... Basta. Preghiamo misericordia a tutti, uccisori ed uccisi. Il Signore diede, il Signore tolse e fu fatto come volle il Signore. Sia benedetto il nome suo!

— Sia benedetto! sclamò Ottolino. Il Signore è mirabile in ogni cosa e più nell'animosa pazienza che dà ai buoni infelici. Ma forse perchè io sono meno buono di voi, i mali che incontrai finora m'hanno scorato e quella pazienza che mi resta è senza gioia!

— Non la mia! non la mia! gridò il vecchio, asciugandosi gli occhi. — Ed alzatosi dalla panca, corse zoppicando alla nipote, e coll'unica mano che a lui restava, l'impalmò e disse. — Tu dimentichi il nonno, figliuola. Tocca a me a far teco il ballonchio. Animo, sonatori! soffiate in quelle pive, che se non c'è vino, beveremo acqua; e coraggio! — Tutta la brigata rispose con viva e grida di gioia, e lunghi schiamazzi di risa seguirono, sicchè Ottolino per simpatia diessi a ridere anch'egli. La madre dello sposo ridea più forte di Ottolino, e stringendogli famigliarmente la mano lo guardava, gli mostrava i lazzi del nonno e raddoppiava lo sghignazzo, e balbettava parole ch'ella non potea terminare. Ottolino non capiva perchè costei ridesse così cordialmente, nè che dicesse, e scoppiava anch'egli in risa ognora più sgangherate. Un tal ridere quando avviene fra molti e si prolunga qualche tempo, diventa infrenabile, quand'anche niuno sappia donde sia mosso, ed in appresso tutti sieno stupiti d'aver goduto tanto spasso.