Poco mancò che le trepide speranze di Rafaella non fossero tronche per sempre. Imperocchè Villigiso non dubitando che l'Imperatrice fosse ita a Bologna per impetrare clemenza da Federigo ai due accusati, divenne furibondo e mosse ogni pietra, acciocchè ambidue venissero tosto sentenziati come felloni ed autori della zuffa ingaggiata nel campo cesareo. E il reo intendimento gli sarebbe riuscito, se Guglielmo non avesse con preghiere e minaccie indotti i giudici a non eseguir nulla sopra i due imputati, senza darne prima contezza all'Imperatore.
Beatrice giungendo a Bologna, fu ricevuta dallo sposo colle usate dimostrazioni d'amore: ma quando ebbe aperto il motivo della venuta, e riferite le colpe di Villigiso verso Rafaella, l'Imperatore s'accigliò, quindi rispose:
— Se io dovessi punire tutte le pazzie de' miei guerrieri, non avrei più chi militasse con me. Quanto ai due giovani, di cui mi parlate m'informerò della loro condotta dai giudici, e dove sarà possibile userò loro clemenza.
Il giorno appresso come Beatrice tornò a parlargli d'Eriberto e d'Ottolino, egli le fece leggere il foglio che recava la sentenza capitale pronunziata contro di essi e la risposta, colla quale egli commutava loro la pena con quella del perpetuo carcere nel castello di Gramborgo in Isvevia. — Più di questo, soggiunse, non mi è sembrato di poter fare senza iattura della giustizia.
Questa fera notizia lacerò il cuore di Rafaella, se non che il sapere assicurata la vita de' suoi diletti, la confortò pure a nuove speranze. Quali furono pertanto le sue nuove angosce, allorchè dopo non molti giorni intese che i due prigioni, insieme con altri, prima di uscire d'Italia, aveano incontrato una squadra mandata da Turisendo, la quale tentò di liberarli, e ad alcuni era riuscito di profittare del tumulto della pugna, per fuggire! Più tardi le fu noto ch'Eriberto non era stato degli avventurati, bensì Ottolino. Questi afflittissimo che l'amico fosse rimasto fra i prigioni, appena potea gustare la dolcezza d'essere libero. Egli mosse i suoi liberatori a nuovi assalti, ma il drappello che conducea le vittime s'era rinforzato di numero, e rimase vincitore. Ottolino si ritirò finalmente alla rocca di Garda, e fu accolto dal capitano con amore.
La rocca veniva assediata ogni giorno più strettamente da Bergamaschi, Bresciani, Veronesi e Mantovani comandati dal Conte Marquardo. Ottolino, in parecchie sortite, ebbe opportunità di mostrare non minore prodezza che senno; talchè traeva talvolta sè ed i compagni da pericolose insidie, e rapiva vittorie che sembravano disperate. Natura avealo inclinato al mestiere dell'armi, ed ora aumentavano il suo desiderio di gloria due passioni divenute violente: l'ira contro Villigiso, e l'amore, che le sventure e la lontananza di Rafaella rendeano vieppiù vivo, fervido, immaginoso.
Ottolino, sebbene non immune da alcuni pregiudizii del suo tempo, rendeasi nondimeno notevole per una vita dignitosa, pia e cristiana. Per che tutti i suoi compagni lo amavano; e per quasi un anno, che durò ancora l'assedio, ebbero campo di ammirare in lui, come possono unirsi un animo altamente pio ed un esimio valore. Alcuni poi di loro, fatti prigioni, ricantavano a' cavalieri di Federigo, e citavano con orgoglio i suoi detti e i suoi fatti.
I versi del guerriero saluzzese pareano forse migliori che non erano a cagione della stima che spandeasi dalle sue virtù. I trovadori li imparavano e portavanli per diverse parti d'Italia; nè guari andò che le sue cantiche furono note alla corte dell'imperatore. E chi le cantava ridicea l'odio d'Ottolino alle male arti e a tutte le passioni volgari. E Rafaella inteneriasi: e le dame la guardavano quali con occhi di giubilo, quali con invidia: e Beatrice sorrideale, poi scrutava coll'occhio i pensieri di Federigo, e vedea che pur fingendo di applaudire, ne concepiva dispetto. Specialmente egli fremea, quando Guelfo sclamava: — Bravo il mio Ottolino! hai fatto egregiamente a spezzare le tue catene. In Gramburgo non avresti poetato così!
Federigo tralasciando per allora l'impresa di Puglia, era tornato nell'Italia settentrionale; e benchè vedesse quanto il terrore tenea mute le città vinte, non era senza sospetto per l'audacia stranissima de' guerrieri di Garda, e per quella ch'indi sembrava potersi destare in altre città. Nondimeno l'assedio progredì tant'oltre, che Turisendo trovossi ridotto alla fame. Ma prima d'arrendersi volle fare un'ultima prova, e mandò segretamente nuovi legati a Verona, a Brescia, a Piacenza ed a Tortona. A quest'ultima andò Ottolino; e se quelle genti fossero state pronte a sorgere insieme, Turisendo sperava di non essere obbligato a cedere. Ma la sua speranza fu delusa; giacchè i soggiogati prometteano di sorgere e niuno voleva essere il primo; sì che giunse il giorno in cui Turisendo consentì a capitolare.
Il suo nome era sì formidabile, ch'egli ottenne d'uscire della rocca a patti onorevoli. Egli ritirossi alle sue castella ne' monti del Veronese; e i suoi compagni trassero in diversi luoghi, come meglio loro venne concesso. Parecchi presero arme al servizio di Venezia, la quale era in guerra con Ulrico Patriarca d'Aquileia. E fu allora che, assalito il Patriarca per mare e per terra venne sconfitto e fatto prigione nell'ultimo mercoledì del carnevale. Onde seguì quel ridicolo accordo, che il Patriarca accettò per riacquistare la sua libertà: e fu di pagare ogni anno in tributo al Doge dodici porci grassi e dodici grandi pagnotte. E Venezia fe' statuto che a que' dodici porci e ad un toro, figurante questo il Patriarca e quelli i suoi consiglieri, si tagliasse ogni anno la testa nel giorno del giovedì grasso sulla pubblica piazza; il qual uso durò sino al cadere della repubblica.