Al Cortese Lettore
Poche letture son più gradevoli, a parer mio, delle narrazioni di viaggi; le quali, oltre al diletto che arrecano, tornerebbero eziandio utilissime per le notizie che ci porgono de' luoghi a noi sconosciuti, de' varii costumi delle genti e delle svariate e strane regioni del mondo, se non vi fossero a larga mano tante favole mescolate, da isgradarne talvolta i più fertili romanzi che ci abbiamo. Radi son coloro, che di simili materie trattarono, che ne vadano al tutto esenti; chè se cotesto difetto abbonda ne' primi nostri scrittori, è pur comunissimo eziandio ne' moderni, i quali fra alcune verità ci raccontano tante capricciose bugie, da penar molto a prestar fede infino a quello, che pur di prima giunta ci si appresenterebbe non inverisimile.
Passandomi affatto de' moderni, de' quali non è qui luogo tener ragione, toccherò brevemente de' principali fra gli antichi, che, o scrissero in origine nel volgar nostro, o in esso traslatarono viaggi altrui; i quali se pure largheggiarono di menzogne, se per bene non sono aggiustati in geografia, in istoria; se errarono di nomenclature, e così va dicendo, serbarono tuttavia quella eleganza e proprietà di linguaggio, e quella ingenuità e semplicità di narrare, che indarno o rado si cercherebbero negli scrittori da poi. Il primo libro di simil fatta che noi abbiamo in volgare e de' più famosi è senza dubbio il Milione di Marco Polo, il quale intraprese il suo viaggio nel 1272 o circa. Quell'opera, tradotta dal francese nel nostro idioma, come prova il ch. sig. prof. cav. Adolfo Bartoli nella sua dotta Prefazione anteposta alla ristampa che di quell'aureo volume fece il Le Monnier nel 1863, riguardasi la più antica e la più importante tra le descrizioni di viaggi nell'età di mezzo, che ci abbiamo in volgare. A cotesta, per cronologia procedendo, tien dietro il breve Itinerario ai paesi Orientali di fra Riccoldo da Monte di Croce, religioso domenicano, che lo scrisse verso la fine del sec. XIII in lingua latina, volgarizzato poscia nel 1350, o in quel torno da Anonimo. Il beato Odorico da Pordenone nel Friuli vien terzo per ordine di tempi, il quale ci descrisse un suo Pellegrinaggio nel 1318. Vogliono alcuni che egli il dettasse in lingua volgare, e ne adducono buone ragioni, ma prove più sufficienti assai contraddicono alla prima asserzione, e inducono a credere che l'originale suo fosse propriamente dettato in lingua latina, e da questa tradotto da Anonimo non molto dopo. La qual versione fu poi resa di pubblico diritto in Pesaro per Girolamo Soncino nel 1513 col titolo di: Odorichus de rebus incognitis; libretto oggi irreperibile: una parte fu da me posta fuori, secondo codd. Riccardiani, Magliabec. e Palatini, nel 1866. Il quarto finalmente si è Giovanni da Mandavilla, uno de' più copiosi fra gli antichi, che imprese i suoi viaggi nel 1322. Onde, quantunque ei non sia da riporre tra gli scrittori nazionali, tuttavia avendosi del suo libro una buona traslazione volgare, anzi un rifacimento e una larga parafrasi dell'originale, fatta, per mio avviso, sul finire del sec. XIV o al più sul cominciare del susseguente XV, parmi in certo modo debbasi considerare quasi lavoro italiano; avvenendo per poco in tali casi come d'una pianta esotica trapiantata sul nostro suolo, la quale, quantunque di provenienza straniera, pur col tempo, educata e allevata nel nostro clima, diventa indigena e di natura nostrale; onde io intendo collocarlo tra le descrizioni presso che originali che abbiamo nella nostra letteratura; sicchè mi confido, che niuno vorrà imputarmelo a colpa.
Giovanni Mandavilla o da Mandavilla dunque, da s. Albano in Inghilterra, cavaliere dello sperone d'oro, intraprese i suoi viaggi nel 1322, insieme con altri amici, e visitò tante regioni d'Oriente, quante forse e più non si facesse altri. Godè la protezione del Soldano di Babillonia, che è a dire dell'imperatore del Cairo (perchè a que' tempi il Cairo chiamavasi Bambillonia), secondo che egli stesso ci narra alla pag. 101 di questo primo volume, ove apprendiamo che gli era conceduto di potere entrare a veder tutte le cose sante di Gerusalemme per la virtù delle lettere del Soldano, nelle quale era speziale comandamento a tutti e suoi sudditi, che lo lasciassero entrare dove egli voleva. Notevoli, fra l'altre cose, sono le parole che il Soldano gli disse, risguardanti i depravati costumi de' cristiani, che leggonsi alla pag. 168 pur di questo primo volume, che voglio qui interamente riportare: —
E però io vi voglio dire quello che mi disse una volta el Soldano al Cairo. Egli fecie votare la sua camera d'ogni maniera di gente, di signiori e d'altri baroni, perchè voleva parlare con meco di secreto. Domandommi: In che modo si governono e cristiani nel vostro paese? Io risposi: Bene, per la divina grazia. E lui mi disse, che veramente non fanno, perchè i vostri prelati non istimono il servire a Dio: egliono doverebono dare esemplo di ben fare a la comune gente, e doverebono andare a' templi a servire a Dio; e egli vanno tutto dì per le taverne giucando, beendo e mangiando, a modo di bestie. E così e cristiani si sforzono, in ogni maniera che possono, di barattarsi e ingannarsi l'un l'altro; e sono tanto superbi, che non si sanno vestire, nè contentarsi mai; perchè quando vestono corto, e quando lungo; or larghi, ora stretti; e quando ricamati, e quando intagliati, et in ogni modo si divisano con cinture e con livrere, e con truffe e con buffe; e egliono doverebono essere semplici e umili e mansueti e meritevoli e caritativi, sì come fu Iesù Cristo, nel quale loro credono. Ma e' fanno el contrario e a rovescio, e son tutti inclinati a malfare; e tanto sono cupidi e avari, che per poco argento e' vendono e figliuoli, le sorelle e le loro propie moglie per fare meritrice; e sì si tolgono le moglie l'uno a l'altro, e non si mantengono fede, anzi non osservono la lor legge, che Giesù Cristo à loro dato per la loro propia salute. Così per li loro propii pecati ànno perduta questa terra, che noi teniamo; e il vostro Dio sì ce l'à data e concessa nelle nostre mane, non tanto per la nostra fede, ma per li vostri peccati; perchè noi sapiamo di certo, che quando voi servirete bene il vostro Dio, lui vi vorrà aiutare, e noi non poteremo contro a voi. E ben sappiamo per profezia, che' cristiani regnieranno in questa terra, quando egli serviranno al suo Dio più divotamente che non fanno ora; ma mentre che eglino stanno in così brutta vita e con tanti peccati, come e' sono al presente, noi non abiamo punto dubbio di loro, perchè il loro Dio non gli aiuterà punto. E allora gli adimandai qualmente sapeva così bene gli stati d'intorno de' principi de' cristiani e il comune stato loro. E lui mi rispose, che ciò sapeva per la gente che mandava per ogni parte e in ogni paese, in guisa di mercatanti di pietre preziose, di moscado e di balsamo, e altre cose per sapere el governo d'ogni paese. Dipoi fece chiamare nella camera sua e signiori che prima aveva cacciati fuori, e mostrommi quatro di questi che erono gran signiori in quel paese, e quali sì mi divisarono così bene el paese de' cristiani, come se fussino nati in detti paesi, e parlavano franceschi nobilmente; e similmente il Soldano, di che molto mi maravigliai. Ahi lasso! quanta vergognia e quanto danno è a tutti e cristiani e alla nostra legge, che gente, che non ànno fede, nè legge, ci vanno biasimando e ispregiando e riprendendo! Quegli che per li nostri buoni esempli e nostra accettabile vita doverrebono convertirsi a la fede di Iesù Cristo, sono per le tristizie nostre e' nostri errori dilungati totalmente! Ma noi siamo per li errori nostri e per le nostre trestizie estratti e dilungati totalmente dalla vera o santa fede! Onde non è maraviglia, se loro ci chiamono cattivi, perchè e' dicono el vero. Ma dicono, che li saracini sono buoni e leali, però che egliono guardono interamente il comandamento del santo libro Alcorano, che Dio li mandò per lo santo messo e profeta Maometto; al quale dicono, che l'angiolo Gabriello spesse volte parlava, mostrandogli la volontà di Dio. —
Servì quindi al soldo il Gran Cane Thonth o Thioulth per ispazio di XV mesi contro il re di Mauthi col quale avea guerra. E, dopo molti anni, ritornato allo stanco riposo per cagione delle gotti antiche, compilò e mise in iscritto le sue avventure nell'anno di grazia 1357, nell'anno tregesimo quinto ch'egli si partì di suo paese.[1]
Quest'opera, secondo che da lui medesimo sappiamo, fu scritta totalmente in volgare, perchè molti intendono meglio in vulgare che in latino (v. pag. 8). Or che cosa s'intenda proprio qui per vulgare è chiaro, da che vulgare chiamavasi comunemente la lingua romanza. Descrisse dunque il Mandavilla cotesti suoi viaggi in lingua romanza, ciò è a dire in provenzale o francese. In essi, tra le verità esagerate, mescolò tante di quelle fiabe, quante uomo può imaginare; tal che fa maraviglia come potesse crederle egli stesso e presumesse che altri avesse a dar loro fede. Ma tra le strane, per dinotarne alcune, stranissima sopra tutte parmi la storia della figliuola d'Ipocras trasmutata in un dragone lungo dugento torse; ogni torsa equivale a dieci piedi, quindi il dragone sarebbe stato lungo duemila piedi! La novella della donna dello sparviere è pur singolare, e la descrizione dell'Arca di Noè; le Chiocciole dell'Isola di Talanoch; la valle de' Giudei; la Caverna dei Diavoli; le virtù degli alberi del Sole e della Luna; la descrizione del Paradiso terrestre; l'origine del Presto Giovanni e altre insomma sono tanto marchiane, che ripugnano, non dirò già alla critica, ma al senno comune. Ed è sì vero, che lo stesso Mandavilla teme non altri possa mettere in dubbio le sue asserzioni, ed il palesa apertamente là ove dice: Chi mi vuol credere, mi creda, se gli piace; e chi non vuol credere, sì lasci stare. Anzi vieppiù incalzando per guadagnar fede, altrove soggiugne: Sappiate che quello che io ò scritto si è la propria verità come se fussi il santo Evangelio, benchè saranno molti, che non lo crederanno. Si giudichi da queste parole la buona fede e la persuasione intima di costui sulle cose narrate.
Qui e qua ci andiam pure abbattendo eziandio in brevi lezioni di fisica, di astronomia, di botanica, di geografia, di storia ecclesiastica, del vecchio e del nuovo Testamento, e così va dicendo, le quali ci dànno a conoscere per poco in che umil grado erano le discipline scientifiche di que' tempi anche in Inghilterra. Con tutto ciò è pur uopo confessare, che la lettura di questo libro eccita molta curiosità e diletto, effetti che produr doveansi altresì nell'animo de' nostri antichi, come il comprovano le non poche stampe che se ne fecero e le isvariate traduzioni in tutte le lingue d'Europa.
Quest'opera può dividersi in due parti. Nella prima tratta l'autore de' Luoghi Santi e ci racconta quelle maraviglie stesse che ci narrarono altri viaggiatori suoi contemporanei, cioè Simone Sigoli, Lionardo di Niccolò Frescobaldi, Giorgio Gucci, Niccolò da Poggibonsi; e, più innanzi, Mariano da Siena, Iacopo da Sanseverino, Niccolò da Este e diversi altri. Nella seconda parte, che è dieci tanti più dilettevole, introducendosi vie maggiormente nelle provincie e ne' regni orientali, passa al Catajo, all'Indie, in Persia, e così via come dice il libro: e ci narra assai di quelle stesse maraviglie che troviamo celebrate nel Milione di Marco Polo, e più brevemente anche nel Pellegrinaggio del beato Odorico. Qui pur ragionasi a lungo del Gran Cane con tanta copia e magnificenza ed entusiasmo, che il Mandavilla non la cede punto a Marco Polo; sicchè se il libro di Marco fu chiamato Milione per le inaudite ricchezze raccontate di quello imperatore, a buon dritto anche Milione cognominar si potrebbe questo del Mandavilla. La quale magnificenza del Gran Cane non era certo maggiore all'altra del Presto Giovanni, di cui afferma il nostro scrittore che alla sua corte ogni dì mangiano più di trentamila persone sanza quelli che vanno e vengono!
Essendo pertanto questo libro così variato e pieno di meraviglie, compilato e messo fuori in tempi ne' quali assai più leggiermente che poscia si amava udirle e si credevano, bene non istupiremo se con avidità era cerco e letto e se in più lingue fu traslatato e reiterate volte in ognuna messo a stampa. Del secolo XV se ne annoverano fino a 27 edizioni, e cioè: otto in francese, quattro in latino, sei in tedesco, e le altre in volgare. Il Milione di Marco Polo non n'ebbe allora che sole cinque; avvegnachè, procedendo ne' tempi, se ne conoscano a' nostri dì ben 58. In inglese pure assai ne furon prodotte nei secoli XVI, XVII e XVIII, e fra le altre molto stimata si è quella di Londra del 1725, e l'altra eseguita a' tempi nostri del 1839. Ciò nondimeno quest'opera nel testo volgare è divenuta rara per modo, che indarno oggi potrebbesi dai curiosi possedere.