La rarità sua pertanto mi fece venir vaghezza di profferirla nuovamente in luce, e a tale uopo consultai diverse edizioni, che tutte vidi, qual più qual meno, sconciamente guaste e corrotte e piuttosto in dialetto che in illustre volgare italico, all'infuori della fiorentina edita nel 1492, nella quale un po' più che nell'altre è rispettata la desinenza delle parole, quantunque essa pure non vada scevra da molti difetti e lacune. Entratomi dunque allora nell'animo desiderio più vivo di nuovamente pubblicarla, secondo investigazioni fatte, seppi dall'egregio sig. Emilio Calvi, ufficiale nella Magliabec., da me a tale uopo incaricato, che due codici di questo volgarizzamento serbavansi nelle biblioteche fiorentine; uno nella Magliabechiana suddetta (oggi Nazionale), cartaceo, di piccola lettera, senza veruna data, ma, da quanto si può argomentare, di poco oltre la metà del sec. XV, segn. Cl. XXXV, N. 221; l'altro nella Riccardiana, segn. N. 1917, pur cartaceo, a due colonne, trascritto nel 1492, come il copista medesimo dichiara in fine con queste parole: Io Bartolomeo di Benci da Dicomano al presente provigionato nella Rocca vecchia del borgo Sansipolcro ho scritto questo libro, cioè finito di scrivere questo dì XX di giugno 1492 a stanza di Raffaello di Michele di Corso cittadino fiorentino. In quest'ultimo mancano le rubriche che sono nel Magliabechiano e nelle stampe, ed in varii luoghi diversi Capitoli. Oltre a ciò sembrami di dicitura più moderna, ed apparisce chiaramente che il trascrittore vi fece delle aggiunte, allargò la sintassi e i concetti, e abbondò assai di glossemi. Onde per tutto questo giudicai bene di attenermi al Magliabechiano (che feci diligentemente trascrivere dal prefato sig. Calvi, quantunque nella ortografia men buono) come più antico e consentaneo all'età in cui vuolsi riputare appartenga il volgarizzamento, giovandomi tuttavia in pari tempo del Riccardiano, di cui feci trar fuori le principali varianti, allor che fui costretto dalla guasta lezione del testo che presi ad esemplare. E perchè il mio lavoro riuscisse meno imperfetto che possibil fosse, non trascurai eziandio di tener sott'occhi un'ediz. che io posseggo del 1488 (e fu sopra la lettura di questa che mi nacque talento della presente pubblicazione) fatta qui in Bologna per Ugo de Rugerii a dì IIII di luglio; nè la su mentovata di Firenze per ser Lorenzo de Morgiani et Giov. da Maganza, 1492; colle quali potei correggere qualche parola, che pur coll'aiuto de' soli due codd. mss. non avrei potuto. Or, conforme al mio costume, sapendo che cotesti son libri che corrono soltanto per le mani degli eruditi e di coloro che fanno speciale professione di lettere, conservai interamente la grafia de' codd., avvegnachè assai disuguale e poco garbata, e con temperanza mi adoperai in chiose filologiche e d'erudizione: mi limitai singolarmente a notare certe varietà di lezioni, secondo che più o meno sembravami necessario, non che gli errori manifesti non potuti correggersi nè co' testi a penna, nè colle stampe, de' quali alcuni eziandio ho fatto avvertito il cortese lettore con un sic tra parentesi, incastrata nel testo.
Nullostante tutte le prefate cure e sollecitudini, niuno reputi che io presuma di offerire un lavoro propriamente compiuto e senza mende. Per far cotesto si conveniva correggere gli errori di storia sacra e profana che ci sono: quelli di astronomia, di geografia: si conveniva raddrizzare nomi proprii, di città, di Provincie, d'Isole, di Reami; contorti, contraffatti e imbarbariti in modo alcuni, da non potersene agevolmente venire a capo, i quali intronati negli orecchi de' cani, come diceva il Redi, gli farebbero spiritare: si conveniva infine cernere il vero dal falso e additarlo. Io m'era accinto da prima eziandio a questa fatica; ma visto poi che sarei andato troppo per le lunghe e ne avrei portato una gravissima fatica senza adeguato compenso, me ne fuggì l'animo e ristetti, anche perchè tutto ciò avrebbe cresciuto per modo la giunta, da oltrepassare di gran lunga la derrata; molto più poi che non pochi di cotali difetti sono comunissimi a tutti gli scrittori di quell'età ed alcuni anche di facilissima emendazione, in guisa che ciascuno, leggendo, potrà correggere di per sè stesso. Di fatto chi non saprà volgere Tiopia in Etiopia? Barimattia in Arimatia, Roboas in Roboam, Techia in Tecla ed altri così fatti?
Mio precipuo divisamento si fu dunque quello di riprodurre in luce e a buona lezione ridotto, per ciò che concerne in singolar modo la dicitura, un aureo testo, fatto assai raro ed anche inintelligibile nelle antiche edizioni, per le continue barbariche voci introdottevi e per la frequente guasta lezione; un libro, per mio avviso, scritto con uno stile piano, lucido, scorrevole, qual proprio si addice a storica narrazione, e dove molti vocaboli si scoprono attinenti alle scienze che non vidi giammai altrove, con frasi elegantissime, donde assai profitto può derivarne agli studiosi delle nostre classiche lettere. Da così fatta persuasione mosso, non facendo gran capitale di certe mende, che veggonsi dal più al meno in tutti gli scrittori di quell'età, io non dubito punto non questo libro debba incontrare nel genio della repubblica letterata. Se ciò accada, io mi chiamerò abbastanza appagato delle mie sollecitudini e andrò lieto per aver dato novella vita a un'opera, che già da secoli dimentica e quasi sconosciuta se ne giaceva.
Trattato delle più maravigliose cose e più notabile che si truovino nelle parte del mondo, ridotte e raccolte sotto brevità nel presente compendio dallo strenuissimo cavalieri a spron d'oro, Giovanni di Mandavilla anglico, nato nella città di Santo Albano, el qual, secondo che presenzialmente à vicitato quasi tutte le parte abitabile del mondo, così fedelmente à notato tutte quelle più degnie cose ch'egli à trovato e veduto in esse parte; e chi bene discorre questo libro, arà perfetta cognizione di tutti e Reami, Province, Nazione e populi, gente, costumi, legge, istorie e degnie antiquitate con brevità, le quale, parte da altri non sono trattate, e parte più confusamente d'alcuni gran valenti uomini sono state toccate; e a magior fede il profato autore in persona è stato nel mille CCC.XXII, in Ierusalem; in Asia minore, chiamata Turchia; in Armenia grande e nella piccola; in Tarteria, in Persia, in Siria o vero Suria, in Egitto alto e nello inferiore, in Libia, nella parte grande di Etiopia, in Caldea, in Amazonia, in India maggiore, nella mezana e nella minore, in diverse sette di Latini, Greci, Giudei, Barbari, Cristiani e infedeli e in molte altre province, come appare nel trattato di sotto.
Trattato bellissimo delle più maravigliose cose e più nobile che si truovino nelle parte del mondo, scritte e raccolte dallo strenuissimo Cavalieri a spron d'oro, Giovanni mandavilla franzese[2] che vicitò quasi tutte le parte del mondo abitabili, ridotto in lingua toscana.
Conciò sie cosa che la terra oltramarina, cioè la terra santa di promissione, fra tutte l'altre terre sia la più eccellente e la più degnia e donna sopra tutte l'altre terre, e sia benedetta e santificata e consecrata del prezioso corpo e sangue del nostro signiore Iesù Cristo; ivi gli piacque obumbrarse nella vergine Maria e pigliare carne umana e nutrimento, e detta terra calcare e circundare co' suoi benedetti piedi: qui volle fare molti miracoli, predicare e insegniare la fede e la leggie a noi cristiani come a suoi figliuoli. E in questa terra singularmente volle portare chaleffi[3] e strazii e soferire per noi molti improperi. E in questa terra singularmente si volle fare chiamare Re del cielo e della terra e dell'aere e dell'acqua, e universalmente di tutte le cose che si contengono in quelle, e lui medesimo si chiamò Re per ispezialitade di quella terra, dicendo: Rex sum iudeorum, perchè questa terra era in quel tempo propia de' giudei. E questa terra s'aveva lui scielta fra tutte l'altre terre per la più degna e per la più virtuosa e per la migliore di questo mondo. Imperò ch'ella è il cuore e il mezzo luogo di tutta la terra del mondo, sì come dice il filosafo: le virtù delle cose stanno nel mezzo. In quella medesima terra volle il Re celestiale usare la vita sua e essere diriso e vituperato da' grudeli giudei, e volle sofferire passione e morte per amor nostro e per riscuoterci e liberarci delle pene de lo 'nferno e della orribile e perpetual morte per lo peccato del nostro primo padre Adam e Eva nostra madre; però che verso lui non aveva meritato male alcuno, imperò che lui mai non disse male, nè fece, nè pensò. E ben volle il Re di gloria in questo luogo più che altrove sostenere passione e morte, però che chi vuole publicare alcuna cosa, a ciò che ciascuno lo sappia, egli la fa gridare e publicare in mezo della città, a ciò che la cosa sia saputa e sparta da ogni parte. Similmente il criatore del mondo volle sofferire per noi morte in Gierusalem, la quale è in mezo del mondo, a ciò che la cosa fussi publicata e saputa per tutto el mondo, el quale egli amò caramente per ricomperare gl'uomini, i quali lui aveva fatti ad imagine e similitudine sua. E questo fece per lo grande amore che lui aveva verso noi sanza alcuno nostro merito; imperò che più cara cosa non poteva egli dare per noi che il suo santo corpo e il suo santo sangue; la qual cosa offerse tutto per nostro amore. Considerate un poco quanto fu l'amore, quando per salvar noi si misse all'aspra e crudel morte, e mai non ebbe in sè radice d'alcun male o peccato! e non dimeno volse per lo grandissimo amore mettere il corpo suo alla morte per li peccatori! Pensi ognuno, quanto amore egli ebbe inverso di noi, quando colui che era sanza peccato e sanza colpa volse ricevere morte per le colpe nostre! E certamente dee essere dilettevole e fruttifera quella terra che fu rigata del prezioso sangue di Giesù Cristo! Questa è quella terra, la quale il nostro Signiore ci promisse per eredità, e nella detta terra volle murire per soddisfare e per lasciarla eredità a' suoi figliuoli. E pertanto ciascun buon cristiano, il quale lo può fare, si doverebe grandemente affaticare in conquistare la nostra sopra detta eredità, e cavarla fuori delle mane degl'infedeli, e a noi apropiarla, perchè noi siamo apellati cristiani da Cristo, el quale è nostro padre, e se noi siamo suoi legittimi figliuoli, noi doverremo volere la ereditate che lui ci à lasciata e trarla delle mani della gente strana a chi non s'appartiene. Ma al dì d'oggi la maladetta superbia e la cupidità e la invidia ànno totalmente e quori de' signiori terreni accesi e infiammati, che più attendono al lasciare essa eredità ad altri, che egli non fanno a ricuperare e acquistare la lor propia eredità e peculio sopradetto; e la comune gente, che ànno volontade di mettere quore e corpo e loro avere per far questo conquisto, non possono sanza e signiori sopra loro alcuna cosa, perchè comunità sanza capo di signiore, è come una multitudine di pecore sanza pastore, le quale si spargono, e poi non sanno che fare si debino. Ma se piacessi al nostro santo papa, che a Dio piacerebe bene che e principi terreni fussino in buona concordia e con loro alcuni comuni, e volessino pigliare il detto santo viagio d'oltramare, e io sono certo che in brieve termine sarebe la terra di promissione racquistata e posta nelle mane de' veraci eredi di Giesù Cristo. E perchè gli è gran tempo, che non è stato passaggio generale oltrammare; e ancora perchè son molti che si dilettono d'udire parlare di detta terra santa e di ciò pigliono piacere, io Giovanni da Mandavilla, cavaliere, conciò sia cosa che io indegno sia, nato e nutrito in Inghilterra, della città di santo Albano, il quale passai il mare l'anno Mille CCCº. XXII, el dì di Santo Michele mi partii e andai nelle torre d'oltrammare e stettivi grandissimo tempo et ò veduto e circundato molto paese e molte diverse province e molte strane regione e isole diverse, e ò passato per Turchia, per Armenia piccola e per la grande, per la Tarteria, per Persia, per Soria, Arabia, per lo Egitto alto e basso, per Libia e per una gran parte di Etiopia, per Caldea, per Amazonia, per India minore, mezana e maggiore, e per multitudine di diverse gente e diverse fede e luoghi e di diverse fazioni, di tutte quelle terre e isole parlerò più a pieno ch'io poterò, e dimosterrò una parte delle cose che vi sono, quando tempo sarà di parlarne, di quele che io mi potrò ricordare, spezialmente per coloro che ànno disiderio o intenzione di vicitare el nobile paese e città di Gierusalem e i santi luoghi che sono quivi d'intorno; e così mosterrò el camino quale poteranno tenere; imperò ch'io sono passato per molti e cavalcato per la grazia di Dio con buona compagnia. E sappiate, che io arei composto questo libro in latino per divisare più brievemente, ma perchè molti intendono meglio in vulgare che in latino, io l'ò totalmente in vulgare[4] composto, a ciò che ciascuno lo possa intendere, e a ciò che gli signiori e gli altri cavalieri e gentili uomini, i quali non sanno latino e sono stati oltramare, intendino, se io dico el vero o no. E se io erro in discrivere, per non ricordarmi o per altra cagione, che eglino mi possino corregere e megliorare, perchè le cose di lungo tempo per non le vedere, spesso legiermente tornono in oblivione, e la memoria umana non può ogni cosa apprendere e ritenere. Ora, col nome di Dio glorioso, colui che vuole andare oltramare, vi può andare per più vie, per mare e per terra, secondo el paese donde si parte; delle quali vie la maggiore parte tornano tutte a un fine. E non intendete punto che io voglia dichiarare tutti i luoghi, cioè città, castelle e ville, per le quale si conviene passare, perchè farei troppo lungo parlare; ma solamente d'alcuni paesi e luoghi principali, per li quali si debba andare e passare, per la diritta via tenere.
QUI DISCRIVE IL PRIMO CAMINO D'ANDARE AL SANTO SEPOLCRO.
Primamente chi si parte dalle parte occidentale, come di Inghilterra, d'Orlandria, di Scozia o de Norverga, anco egli può andare, se vuole, per Alamagna e per lo Reame d'Ungheria, che confina alle terre di Polonia e alla terra di Panonia e di Flessia. Lo Re d'Ungaria è molto possente e valente signiore: tiene molto grande terreno, imperò che tiene Ungaria e gran parte di Schiavonia, di Comania e di Bolgaria, e tiene del reame di Rossia, gran parte delle quale n'à fatto un ducato, che dura infino alla Dinflania e confina con Prussia. La terra di questo signiore si passa per la città di Cipro e per lo castello di Ynsebuces[5] e per Mala villa, ch'è verso la fine d'Ungaria; e là si passa per la riviera del Danubio. Questa riviera è molto grande, e nasce nella Alamania sotto le montagnie verso Lombardia, e riceve in lei 4 altri fiumi[6] e corre pel mezo d'Ungaria e pel mezo Tarsia; e entra[7] in mare così fieramente verso oriente, che l'acqua mantiene el suo colore e risurge dentro nel mare sanza mescolarsi coll'acqua marina per XX. leghe. E da poi[8] si viene a Bella grana e si entra nella terra di Bolgaria, e là si passa un ponto di pietra, el quale è sopra alla riviera di Marogia; e passasi per le terre di Prontenardi, e di là si viene in Grecia alla città di Astines e di Fina, e alla città di Andrianopoli; e dipoi a Gostantinopoli, la qual soleva essere chiamata Bisanzio.