Oltr'a questa isola è un'altra isola grande e buona e abondevole, ne la quale è buona gente e divota e di buona vita, sicondo la fede loro. E quantunque e' non sieno perfetti cristiani, e che e' non abino la lege compiuta, come noi, nondimeno egli di legge naturali son pieni e d'ogni virtù, e fugono ogni vizio e ogni malizia e ogni peccato, però che non son punto superbi, nè avari, nè accidiosi, nè invidiosi, nè golosi, nè lussuriosi. Egli non ànno alcun peccato, e fanno ad altrui quelo che e' vogliono che sia fatto a loro, e egliono adempiono tutti e X. comandamenti. Egliono non ànno cura d'avere, nè di richeza: egliono non dicono bugia per alcuna cagione, ma dicono semplicemente sì e no, perchè dicono, che quegli che dicono bugia e giurono, vogliono ingannare il suo prossimo, e però egli favellono e parlono sempre sanza giuramento. Questa isola si chiama terra di fede, e alcuni la chiamano l'isola Bragmani. Per mezo di questa isola corre una grande riviera, la qual si chiama Theba; e generalmente tutta la gente dell'isola, ivi intorno a questi confini, sono più leali e più diritti che non sono in alcuna parte del mondo. In questa isola non è ladroni, nè assassini, nè meritrice, nè mai vi fu morto uomo. Ivi son le gente così caste, e mantengono buona vita, come potrebe fare alcuno religioso: ogni dì digiunono; e perchè e' sono così leali e così pieni di buone condizione, e' non furono mai gravati di tempesta, nè di fame, nè di pestilenzia, nè di niuna altra tribulazione, come siamo noi di qua molte volte per li nostri peccati. Per la qual cagione e' pare che Dio gli ami, e abi a grado la lor fede e le lor buone operazione. E' credono bene in Dio, il qual fece e criò ogni cosa, e lui adorono, e non aprezono niuno onore terreno; e sono così diritti, e vivono così ordinatamente e così sobriamente nel mangiare e nel bere, che e' vivono molto lungamente, e molti di lor muoiono sanza che abino auto malizia alcuna; però che la natura gli viene a meno per vechieza. El Re Alessandro anticamente gli mandò a disfidare, perchè lui voleva guadagnare il lor paese; e e' mandorgli imbasciadori, e quali portorono lettere per parte del paese, che dicevono così: Re Alessandro, che cosa poterebe assai essere a colui, a chi tutto el mondo non basta? tu non troverai in noi quella cosa, per la quale tu ci debbi guerreggiare, perchè noi non abbiamo richezze alcune, nè disideriamo, perchè tutti e beni del paese qui sono comuni tra noi, e il mangiare e 'l bere è per lo sostenimento de' nostri corpi e la nostra richeza; e, in luogo di tesoro e d'oro e d'ariento, noi facciamo tesoro di concordia e pace e amore l'un coll'altro: in luogo di belle vestimenta pei nostri corpi, noi usiamo d'un cattivo panno per inviluppare le nostre carne, solamente quanto basta a difenderci dal freddo e coprire le segrete membra del corpo; e le nostre donne, o sia moglie, non si adornono per piacere, anzi terrebono per grande tristizia ogni aparechiamento che si facessi per abellire e per adornare el corpo, a ciò che paresse più bello, che Idio non l'à fatto di sua natura: elle non sanno e non si curono d'altra belleza, che di quella che Idio dette a la natura loro. La terra n'è aparechiata per due cose; la prima, per sostentazione, mentre che noi viviamo: e per la nostra sepultura dopo la nostra morte. Noi abiamo sempre avuto pace fin qui perpetuamente, della qual voi ne volete discacciare. Noi abiamo un Re, non già per fare giustizia, perchè fra noi non si truova chi commette pecato, ma noi l'abiamo per mantenere nobilità, e per mostrare, che noi siamo ubidienti; però che non à a fare, nè adoperare giustizia fra noi, perchè noi non faciamo cosa altrui, che non vogliamo che sia fatta a noi; sì che adunque a noi non potete voi torre alcuna cosa, salvo che la nostra buona pace, la quale è durata sempre fra noi. Quando el re Alessandro ebe letto questa lettera, si pensò, che tropo gran male sarebbe, se gli turbassi; e allora gli mandò una buona pace, e che e' non si dubitassino punto di lui, e che e' mantenessono la lor buona usanza e modo che usati erono.

DI DUE ALTRE ISOLE, CIOÈ MESIDRATA E GENOSAFFA, NE LE QUALI FU PROFETIZATO LA INCARNAZIONE DEL FIGLIUOL DI DIO; E D'UNA GENTIL RISPOSTA QUAL FECIONO AD ALESSANDRO MAGNO.

Due altre isole vi sono; una si chiama Mesidrata, l'altra Genosaffa, nelle quali sono così buone genti, leali e piene di gran fede, e mantengono el costume de l'isola sopra detta. In queste isole entrò Alessandro; e quando lui vide la lor buona fede e la loro lealtà, disse, che non gli graverebe punto che gli domandassono richeze o altre cose, che gli donerebe volentieri. E' risposono, che egli erono assai richi, poi ch'egli avevono da mangiare e da bere per sostenere il corpo, e che le richeze e' tesori in questo mondo nulla vagliono, nè vogliamo; ma se lui ci potessi donare, che noi non morissimo, e che fussimo inmortali, di ciò gli renderebono grazia e mercè. Re Alessandro rispose, questo non potrebe fare, chè lui era così mortale come erono loro. Egli dissono: per qual cagione dunque, se se' mortale, se' tu così rigoglioso e fiero e di vani pensieri, che vuoi sottomettere tutto el mondo a modo che tu fussi Dio inmortale? In termine alcuno non ài vita, nè ora, nè meza; e tu vuoi ragunare tutto l'aver del mondo, il quale in brieve tempo tu lascerai, almeno quando tu morrai; e in cotal modo quelo ch'è stato d'altrui prima che tuo, sarà d'altrui dapoi ch'è stato tuo, però che teco non porterai alcuna cosa, e come nascesti nudo, così nudo ritornerai in terra, de la qual fusti criato. Tu debi pensare e sapere, che niuno è inmortale, salvo che Idio, che ogni cosa criò: tu non debi disiderare quel che a te non può rimanere. Per questa risposta il Re Alessandro fu sbigottito, e partissi da loro sanza alcun male. E quantunque questa gente non abino gli articoli della fede totalmente, come noi abiamo, non dimeno per la loro buona fede naturale e per la loro intenzione buona, io mi penso e rendomi certo, che Dio gli ama, e ch'egli piglia e lor servigii a grado, a modo che fece di Iob, che fu pagano; e benchè fusse pagano, pure Idio lo tenne pel suo leale servo. E, benchè sieno assai più leggi diverse per lo mondo, io credo che Iddio ami tutti quegli ch'amano e servono lui, cioè in verità, lealtà et umilità, e che dispregiano la vita di questo mondo a modo che fanno quelle genti, e come Iob faceva. E questo diceva el nostro Signiore per la bocca de Osea profeta: Scribam ei multiplices leges meas. E altrove dice la Scrittura: Qui totum subdit suis orbem legibus (sic). Per lo simile dice il nostro Signore nello Evangelio: Alias oves habeo, quae non sunt ex hoc ovili; ciò è a dire che aveva altri servi, che [son] quegli che sono sotto la lege di natura, [non] cristiani. E con questo si concorda la visione che ebe santo Petro al Giaffo, quando l'agniolo discese dal cielo e recogli inanzi molte ragioni di bestie, di serpi e altri rettili della terra in grande quantità, e disse a san Pietro: piglia e mangia. E san Piero rispose: io non mangiai mai di cotal bestie immonde. E l'angiol disse: Non dicam immunda quae Deus mandavit (sic); ciò è a dire, che non si dee avere in odio e a dispetto alcuna gente cristiana per la diversità della lege loro, nè alcuni di loro giudicare; anzi si dee pregare Idio per loro, perchè noi non sappiamo quelli che Dio ama, nè quegli che abia in odio; imperò che Dio non odia creatura che abbia fatto; e però disse san Piero, che seppe la significazione di quella visione: In veritate comperi, quia non est acceptor personarum Deus, nec discernit inter judeos et gentiles, sed omnis[56] qui timet eum, et operatur iustitiam acceptus est illi. E per cotale esemplo, quando io dico De profundis per le anime passate, io lo dico, congiugnendo [tutti] con li cristiani insieme, cioè per le anime di tutti e morti pro quibus sit orandi; però che io dico, che Idio ama questa gente per la lealtà e per la umilità loro, perchè tra loro tutta via sono perfetti molto. Ve ne sono stati di continuo in questa isola, che ànno profetezato la incarnazione del nostro Signiore Giesù Cristo, come e' doveva nascere di vergine, bene tremila anni o più imprima che nascesse. Egli credono la incarnazione perfettamente, e non sanno in qual modo sofferisse morte per noi, nè non sanno li Evangeli suoi, nè la sua operazione così bene, come sappiamo noi.

DE L'ISOLA DI FRACAN, DOVE LE GENTE VIVONO DEL SOLO ODORE DE' POMI SALVATICHI, E D'UNA ALTRA ISOLA, OVE SONO LE GENTE PILOSE.

Tra queste isole v'è[57] una gran città chiamata Fracan, e à il nome dell'isola. La gente di questa isola non coltivano nè lavorono la terra, però che egliono non mangiono alcuna cosa, e sono di buon colore e di buona fazione, sicondo la lor grandeza; però che sono piccoli; ma non però così piccoli come li pigmei. Costoro vivono d'olore di pomi salvatichi; e quando vanno in alcuna parte dilungi, portono seco de' pomi; però che, se sentissino male odore e non avessino seco di questi pomi, subito morrebono; e non sono molti ragionevoli, ma sono tutti semplici e bestiali. Dopo questa isola è un'altra isola, dove le genti son tutte pilose, salvo che 'l viso e le palme delle mani. Queste genti vanno così per mare come per terra, e mangiono carne e pesci tutti crudi. In questa isola v'è una gran riviera, la quale è larga circa due leghe e mezo, e chiamasi Lebuermar.

DEGLI ARBORI DEL SOLE E DELLA LUNA, E DELLA CAGIONE PERCHÈ SI CHIAMA PRETE GIOVANNI.

Da questa riviera, a XV. giornate dilungi, si va pe' diserti, e sonvi gli alberi del sole e della luna, e quali parlarono ad Alessandro Re e predicerono a lui la morte sua. E dicono che 'l prete Ianni, e gl'altri che guardono questi alberi, e mangiono di lor frutto e del balsamo, el quale ivi crescie, e' vivon bene CCCCº. e CCCCCº. anni, per la virtù del balsamo; perchè dicono, che ivi in que' diserti crescie gran quantità di balsamo, e altrove no, salvo che in Babillonia, ove di sopra scrissi. Noi saremmo andati volentieri verso le parte di quegli arbori, se a noi fussi stato pussibile, ma io non credo che Cº. uomini potessino a salvamento passare questi diserti, per le grande multitudine di bestie salvatiche e di grandi dragoni, e gran serpenti, e quali uccidono e divorono quanti ne giungono in questi paesi. Vi sono elefanti bianchi e bigi sanza numero, et unicorni e altre bestie, le quali ho inanzi scritte; e molte altre bestie assai orribile e spaventose. E molte altre isole sono nella terra del Presto Giovanni, e sonvi molte maravigliose cose, le discrizioni delle quali sarebe cosa lunghissima; però ò lasciato. Molte richeze vi sono e nobile città, e magnificenzie; fra l'altre cose v'è grande abundanzia di pietre preziose. Io credo che voi sappiate bene, o vero abiate udito dire, per qual cagione questo imperadore si chiama Prete Giovanni; ma ancora, per quelli che non sanno, io iscriverò la cagione.

Fu già uno imperador valente e animoso, il quale, avendo in sua compagnia cavalieri cristiani a modo che à costui che è al presente, gli venne voglia di vedere la maniera e modo degli ufici divini, e altri costumi di cristiani. In quel tempo durava la cristianità di là dal mare per tutta Turchia, Armenia, Soria, Gierusalem, Arabia, Allape e per tutta la terra d'Egitto. Questo imperadore venne con poca compagnia, e andò un dì di sabato a una chiesa d'Egitto, e fu propio il sabato presso a la Pentecosta, ne l'ora e punto, che 'l vescovo d'Alessandria faceva l'ordine della messa. Lo imperadore ascoltò e risguardò l'ordine dell'ufficio; poi domandò, chi doveva esere quella gente che era innanzi al vescovo, o vero prelato, i quali avevono a fare così grande misterio. Questi erono preti, diacani e soddiacani e altri, solennemente apparati al modo che s'usa di qua nelle nostre parti occidentale. Un cavaliere rispose, che quegli erono preti. Allora lo imperadore disse, che non voleva essere imperadore, nè re, ma voleva esser prete e avere el nome del primo che uscirebe fuora dell'uscio di quella chiesa. Allora il vescovo con gli altri preti partendosi per uscire fuori, venne per sorte, che il primo che uscì di fuori ebbe nome Giovanni, benchè noi, corrompendo il nome, lo abbreviamo, dicendo, Ianni; e però quello Imperadore de India dipoi è stato chiamato Prete Ianni. Nella terra di questo prete sono buon cristiani, di buona fede e di buona legge, e spezialmente quegli del suo paese propio. Egli ànno comunemente i suo cappellani che canton la messa e fanno i sacramenti di pane, a modo de' greci, ma e' non dicono tante cose quanto fanno di qua; però che egli dicono solamente quelle che gl'insegniò san Tommaso apostolo, a modo che cantorono gli apostoli, dicendo el Pater Nostro e le parole colle quali si consacra il corpo del nostro Signiore: ma noi abiamo molte addizioni, che ànno dappoi fatte li papi, le qua' cose egli non sanno.

DELL'ISOLA TABROBANA, DOVE SONO DUE STATE E DUE VERNI, DOVE I LOR GIARDINI SEMPRE SONO VERDI.

Verso le parti orientali, di là dalle parte delle terre dello Prete Giovanni, vi è una grande isola e buon reame, el quale è chiamato Tabrobana. Questa isola è un paese molto buono e notabile e fruttuoso. Il Re di quella è molto ricco: quegli del paese fanno sempre un Re per elezione, ma tutta via questo re ubidisce il Prete Giovanni. In questo paese sono due state e due verni, e ivi si semina due volte l'anno biade ed ogni altre ragione cose; e i giardini son sempre verdi e fioriti. Ivi istanno buone genti e ragionevoli tra loro. Ivi sono molti cristiani, che sono tanto richi, che non sanno quanto abbino. Anticamente, quando nelle nave antiche s'andava da la terra del Prete Giovanni a questa isola, si penava a passare XXXIII. giornate e più, ma nelle loro nave moderne si passa da una parte a un'altra in VII. giornate, e vedesi el fondo dell'aqua in più parti, imperò che non è profondo.