Allato a questa isola di Milscorach, dalla sinistra parte, verso la riviera di Frison, si è una maravigliosa cosa, cioè una valle fralle montagne, che dura circa a IIII. leghe. Alcuni la chiamono la valle di montagnia[52], altri la chiamono la valle pericolosa. In questa valle si vede e ode di gran tempeste e di gran voci e spaventevoli. Ogni giorno e ogni notte è gran romore, e gran suoni di tamburini, di nachere e di trombe, come sempre vi fusse nozze. Questa valle è tutta piena di diavoli e stanno tutta via; e dicesi, che è una delle entrate dello inferno. In questa valle è molto oro e molto ariento, per li quali molti infedeli e cristiani entrono spesso, per pigliar tesoro; ma pochi ne ritornono, e spezialmente degli infedeli più che dei cristiani, chè per avarizia vi vanno; però che subito sono da' diavoli strangolati. Nel mezzo di questa valle, sopra un sasso, v'è una testa col viso d'un diavolo, orribile a vedere, e non si vede altro che la testa insino alle spalle. Ma io non credo, che sia uomo al mondo, sia chi si vuole, tanto ardito, nè tanto sicuro, che guardandolo, non abbia tanta paura, che gli par venir meno, tanto è spaventoso a vedere, e sì taglientemente[53] riguarda le persone! e à gli ochi tanto orribili e sfavillanti, che per certo è gran maraviglia! e cambia e trasmuta spesso la sua maniera e la sua continenzia, e per così fatto modo, che niuno la può perfettamente riguardare una volta pure, o appresso o di lungi. E da quella n'esce fuori fuoco e fiamma con tanta puzza, che a pena niuno la può sofferire. Ma tutta via e buoni cristiani, e quali sono in buono stato e fermi nella fede, v'entrono bene sanza pericolo. Niente di meno non sono però sanza gran paura, quando e' vegono visibilmente e diavoli d'intorno a loro; e egli gli fanno di molti assalti e minacci, in aria e in terra, di colpi di tuoni e di tempesta; e tutta via l'uomo teme che 'l nostro Signiore non faccia vendetta di quel che è contro a la volontà sua. E sapiate che, quando io e li miei compagni fumo in questa valle, noi entramo in gran pensieri, se noi dovessimo mettere e corpi nostri in ventura, e entrare nella difesa di Dio. Alcuni de' compagni s'accordavono, e altri erono al contrario, ma dua valenti uomini, frati minori, che erono di Lombardia, dissono, se v'era alcuno di noi che vi volessi entrare, che si mettessino in buono stato, et egli enterrebono con loro. Quando questi frati ebono così parlato, sopra la fidanza di Dio e di loro, noi gli facemo dir messa, e sì ci confessamo e comunicamo e entramo noi e XIIII. compagni. Ma allo uscire, non ci trovamo se non VIIII, nè mai più potemo sapere, se i nostri compagni fussin perduti, o ritornassino indietro. Ma, fussi come si volesse, noi non gli vedemo mai; ed erono due greci e tre spagnuoli. Il resto de' compagni non volono entrare, anzi se n'andorono per una altra costa, per esere inanzi, come furono. E in questo modo noi passamo la detta valle; e ivi vedemo di molti beni, oro e ariento e pietre preziose e molti gioielli in gran quantità di qua e di là, come a noi pareva. Ma non sapiamo noi però, s'egli erono veri, però che 'l diavolo è tanto sottile, che spesse volte fa parere quel che non è, per ingannare la gente; e per questa cagione io non volli tocar cosa che io vedessi, e perchè non mi volevo levare dalla mia divozione; imperò che io ero in quela ora molto divoto per paura, perchè io vedevo molte brutte figure, e per la moltitudine de' corpi morti, che io vedevo giacere per tutta la valle; che se vi fussi stato una battaglia, non vi doveva essere tanti morti quanti erano in quella valle, che certo era una oribil cosa e spaventosa a vedere! Io mi maravigliai molto, come e in che modo v'erono tanti corpi morti, e come e corpi erono così interi; perchè pareva che di nulla fusson putrefatti. Io credo, che e diavoli gli facessino parere così interi, però che, sicondo el mio giudicio, non potrebe essere che tanti nuovamente vi fussino entrati, nè che vi fussino cotanti morti, che non puzasono. Molti ve n'erono in abito di cristiani: io credo che fussino ingannati, per la troppa avarizia, perchè e' disideravono del tesoro che e' vedevono, o vero perchè ebbono il quore debole, e non poterono soferire la puzza, sì che per tanto noi eravamo più divoti. E questa valle à assai bella entrata, ed è bella nel cominciamento, e va la via sempre calando infra e sassi, torcendosi or qua e or là, ed è assai chiara infino a mezza lega, e poi l'aria comincia a esere spessa, a modo che è tra giorno e notte. E quando noi fumo caminati bene una gran lega, l'aria era tanta spessa e scura, che noi non potavamo vedere, se non come di notte, quando non lucon le stelle. Poi noi entramo in tutto ne le tenebre, le quali durono bene una lega; e quivi avemo molto che fare e sofferire, e credavamo certamente essere tutti perduti. In questo punto noi eravamo tutti religiosi; e se alora ognun di noi fussimo fatti signori di tutto el mondo e di tutta la terra, aremo ogni mondana cosa volentieri renduta, pur che noi fussimo stati fuori di quegli pericoli; imperò che veramente noi non credavamo mai portare novele al mondo di queste tenebre. Fumo noi tutti abattuti più di mille volte, e in molte maniere noi non eravamo così tosto ridirizati, che subitamente noi eravamo riabbattuti. Ivi erono grande multitudine di bestie, ma non potavamo vedere che bestie si fussono, ma istimavamo che fussino, al tocare, a modo di porci neri e di molte altre bestie, le quali corevono fralle nostre gambe, e sì ci facevono cadere una volta a ritto, l'altra volta a rovescio, e ora da uno lato, l'altra da l'altro; e talvolta era, che la testa andava giuso bassa, a modo che in una fossa. Alle volte noi fumo abattuti a terra per tuoni, alcuna volta per folgore, e tal volta per venti grandissimi: alcuna volta a noi pareva fussimo feriti nelle reni, e ora per traverso. Noi trovamo molti corpi morti sopra e quali noi passamo co' piedi; e quali, nel passare sopra loro, si lamentavano e piagnevono che li passassimo per adosso; e era una cosa terribile e spaventosa a vedere! Io credo certisimamente, che se noi non avessimo riceuto il Corpus Domini, che noi saremo rimasi quivi tutti e perduti. In questo luogo ebe ciascun di noi un segniale; perchè quivi fu ferito ciascuno di noi duramente per sì fatto modo, che stemo tutti strangosciati, a modo che morti, lungamente. Io non so come si fussi, ma in quela angoscia noi vedavamo spiritualmente molte cose, delle quale io non ardisco parlare, perchè e monaci, che rimasono insieme con noi, proibirono a noi, che non parlassimo di ciò cosa alcuna. salvo che di quelo che noi avavamo veduto corporalmente, per celare i grandi segreti del nostro Signiore Giesù Cristo. Noi fumo feriti in diversi luoghi, e in questi luoghi delle ferite, ognuno di noi aveva una tacca nera, di largheza d'una mano; l'un nel viso, l'altro nel petto, tale da un costato, e altri dallato. Io fui ferito nel collo per così fatto modo, che io mi credetti che 'l collo mi fussi separato dal corpo; e io n'ò portato il segniale, nero come carbone, più di XVIII. anni, e molte persone l'anno veduto. Ma poi che io mi sono ripentito de' miei peccati, e che io mi son posto a servire a Dio, sicondo la mia flagellità, questo segnio mi s'è convertito in niente, e ò in questo luogo la pelle più bianca che altrove; ma tutta via vi pare il colpo, e del continovo vi sarà, infino che l'anima nel corpo durerà. Per la qual cagione io non consiglierei alcuno che mai v'entrasse, però che, al parer mio, al nostro Signiore non piace punto che alcun v'entri. E quando noi fumo nel mezo di queste tenebre, noi vedemo quela spaventosa figura sotto a un sasso profondo: una volta pareva presso, e un'altra da lunga; e così ardenti e sfavillanti erano le fiamme del fuoco che gittava, che gli erano d'intorno, ch'era una cosa spaventosa a vedere. Ma noi non eravamo tanti arditi che 'l potessimo ben guardare; lui tutta via guardava noi: e ivi noi avemo gran paura, tal che noi venavam meno quasi in tutto, e poco vi mancò che totalmente non fossimo istinti. E così passamo oltre con gran fatica, tanto che abiamo passato queste tenebre. Quando noi rivedemo la chiareza, quantunque noi fossimo infino lì tormentati e tribulati da' nimici, e quali in ogni guisa ci avevono tribulati, pur noi ci consolamo assai. Io non saprei punto scrivere tutto quel che noi vedemo, perchè io ero molto atento a pregare per divozione, perchè fui molte volte battuto per venti, tuoni e per tempeste, ma tutta via ci aiutava Dio colla sua grazia e pietà: e in questo modo, per sua misericordia, noi passamo questa valle sanza danno di noi, che n'uscimo.
DI DUE ISOLE, NELLE QUALI ABITANO GIGANTI DI GRANDE STATURE, E FEMMINE TERRIBILE COME EL BASILISCO.
Appresso, oltre a questa valle, è una grande isola, che v'è giganti lunghi XXVIII. o vero XXX. piedi. Questi non portono altri vestimenti che di pelle di bestie sabatiche, le quali e' pongono sopra loro come si levano da dosso alle bestie, e non ànno pane, e mangiono carne cruda, e beono sangue; però che ànno assai bestiame; e non ànno case; e mangiono più volentieri carne umana che altra carne. In questa isola niuno v'entra volentieri, nè vi si apressa, però che se eglino vedessino una nave con gente dentro, e' mangerebono bene quelle genti. In un'altra isola di là da questa, sicondo che ci dicevono le genti di quel paese, v'erano assai giuganti magiori, come di grandeza XLV. o vero L. piedi, e altri vi sono lunghi L. gomiti; ma noi non gli vedemo punto, nè volontà avavamo d'aprossimarsi a quel luogo; imperò che niuno entra in quel paese, nè in altro, che non sia divorato. Fra questa gente son pecore così grande come sono buoi di qua, e ànno la lana grossa rispondente della grandeza. Io ò ben veduto di queste pecore molte volte, e molti sono stati veduti di questi giuganti pigliare la gente in mare, e portarne dua in ciascuna mano e andarli mangiando crudi. Un'altra isola è verso austro, dove sono molte crudele femine e malvage, le quale ànno pietre preziose negli orechi, e sono di tal natura, che se riguardono alcuna persona con ira, egli la uccidono solamente del guardare, a modo che fa il bavalischio.
D'UN'ALTRA ISOLA, E DELLA USANZA CHE TENGONO IN ISPOSARE LE LOR MOGLIE, E PERCHÈ NON DORMONO LA PRIMA NOTTE CON LORO, MA E' VI DORME UN ALTRO.
Un'altra isola v'è molto grande e molto buona e bene popolata, nella quale è usanza, che, la prima notte che lo sposo debe giacere co la moglie, e' fanno giacere un altro uomo con lei per dispulzellarla[54], e di ciò gli donono buon salario: e, per questo mistiero, in ogni villa sono certi valletti o vero servidori, i quali non fanno altro che questo; e chiamono questi in suo linguaggio cadeberia, e suona in nostra lingua, matto, disperato; però che quegli del paese riputono questo così gran cosa, e tanto pericolosa, cioè ispulzellare una femina, ch'a lor pare, che quegli che la dispulzellano si mettino a dubio di murire; e se la seconda notte e mariti non truovono le moglie dispulzellate per alcuna cagione, egli si lamentono del valletto, el quale non à fatto el suo dovere, non altrimenti che 'l servidore l'avessi voluto uccidere. Ma oltra la prima notte, da poi che sono dispulzellate, egli le guardano strettamente, che non ànno tanto ardimento che ardischino a parlare ad alcuno. Noi gli dimandamo per qual cagione e' tenevono sì fatta usanza: e' risposono, che, per dispulzellare femine, anticamente alcuni ne sono morti; però che eglino avevono serpi nel ventre. Per questa cagione e' mantengono questa usanza ancora; tutta via si fanno fare credenza del passo, prima che egli si menino alla ventura.
D'UN'ALTRA ISOLA, E DELLA USANZA CHE ÀNNO QUANDO NASCE UNO E QUANDO MUORE, E DEL RE DI COSTORO, E DELLA BUONA GIUSTIZIA CHE S'OSSERVA IN QUESTO PAESE.
Apresso è una grande isola, dove le femine fanno gran dolore quando nascono e figliuoli; e quando e' muoiono fanno grande allegreza e gran festa; e così morti gli gittono in un gran fuoco ardente. E quelle che amono i lor mariti, se gli lor mariti muoiono, egli si gittono nel fuoco con loro e li figliuoli, e dicono, che 'l fuoco gli purgherà da ogni immondizia e da ogni vizio, e puro e netto se n'anderà nell'altro mondo, e i mariti loro gli meneranno seco. E la cagione perchè lor piangono, quando e figliuoli nascono, e che fanno alegreza quando e' muoiono, si è, che dicono, che quando e figliuoli nascono, e' vengono nel mondo a la fatica, al dolore e a tristizia; e quando e' muoiono e' vanno al paradiso, dove ànno fiume di latte e di mele, e vivono in allegreza e in abundanza di beni, sanza dolore e sanza fatica. In questa isola si fa un Re per elezione, e non si elegge il più nobile, nè il più rico, ma tutta via si elege colui che è stato di buoni costumi e di virtù dotato, e che è di grande etade, e che non abia alcun figliuolo. In questa isola sono gl'uomini molto leali e molto diritti, e fanno diritto giudicio a ciascuno, così del grande come del piccolo, sicondo il delitto commesso. El Re di questa isola non può giudicare l'uomo a morte sanza el consiglio de' suoi baroni, e conviene che tutta la corte se n'accordi. E se 'l Re, lui medesimo fa omicidio, o vero commetta cosa da morte, conviene che muoia così bene, come farebe una spezial persona; non però che a lui sia messa mano, nè toccato, ma è divietato che niun sia tanto ardito che gli faccia compagnia, nè che gli sia parlato, nè che gli sia donato, nè venduto alcuna cosa, nè che uomo gli ardisca a servire, nè che li sia dato mangiare e bere; e in cotal modo gli conviene murire in miseria. Egli non perdonono ad alcuno che abia fallito, nè per amore, nè per favore, nè per richeza, nè per grandeza: a ognuno è fatto giustizia, secondo el loro delitto. Tra quelle isole v'è un'altra isola, dove è grande abundanzia di gente, le quali per cosa alcuna non mangerebono carne di lepre, nè di gallina, nè d'oca; e nondimeno molte ne notricono per vendere e solamente raguardare; e mangiono carne d'ogni altra bestia, e beono latte. In questa isola e' pigliono i lor figliuoli, le sorelle sue, li lor parenti per moglie; e se in una casa sono X. o XII. uomini, tutte le moglie loro sono comune a ognuno, sì che ogni uno dorme con chi gli piace, ma per una notte con una, e l'altra coll'altra; e il figliuolo è dato a colui che prima giace colla madre; e a questo modo non si sa di chi si sia il figliuolo. E per questo modo ànno un proverbio, che dice, che se egli notriscono e figliuoli d'altrui, e altri nutricono i suoi. In quella isola, e per tutta India, è gran moltitudine di coccodrilli, e quali sono una ragione di serpi, come ò detto di sopra, che abitono di notte nell'acqua, e di dì sopra la terra nelle grotte, o vero nelle cave di sassi, e non mangiono per tutto verno, e stanno in questo tempo freddo tra due terre (sic) umide, a modo che fanno l'altre serpi. Queste serpe, mangiando, muovono le mascelle di sopra, e non quelle di sotto, perchè in esse non ànno giunture.
COME NASCE EL COTONE, E DI MOLTE ALTRE COSE MARAVIGLIOSE E STUPENDE CHE SONO IN QUESTI PAESI.
In quello paese, e in più altri di là, eglino mettono a opera la semenza del cotone, e seminono ogni anno; e di quela nascono piccoli albucegli, e quali portono el cotone, del quale ànno grande abundanzia per tutto il paese. Per questo paese tutto, e in molti altri, v'è una ragione di legnio duro e forte, e carboni del quale accesi, sotto la cenere durerebono vivi uno anno e più. E questo albero chiamono ginepre, e somiglialo alquanto: à le foglie e à ogni propietà come el ginepro. Ivi sono ancora molti alberi di ebeno, e quali non posono per alcun modo ardere nè marcire. Ivi sono nocellari che portono noci grosse come el capo di un uomo. Ivi son molti oraflos in alberi: egli gli chiamono giefaris, o vero girifalchi. E ivi è una bestia alta a modo che un corsiero, e à el collo lungo circa XX. cubiti, e la groppa e le corna a modo che cervio. Questa bestia guarderebe sopra il tetto d'una casa, e chiamasi giraffa. In questo paese son molti camalioni, i qua' son piccoli a modo che chierons salvatichi, e vanno tutta via colla gola aperta per pigliare l'aere, imperò che e' vivono solamente de l'aere, e non mangiono nè beono alcuna cosa, e cambiono colore spesse volte, perchè alcuna volta si vegono d'un colore, e un'altra volta d'un altro, e si possono mutare d'ogni colore che vogliono, salvo che in rosso nè in bianco. Quivi sono serpenti grandi, grossi e lunghi 100. e 200. piedi; e sono serpi di molti e diversi colori, rossi, gialli, verdi, neri, tutti maculati; e son lunghi, qual cinque torse, tal IIIIº. E altre serpi ivi sono, che ànno le creste sopra 'l capo e vanno sopra piedi, alquanto diritti; e son ben lunghi quatro torse o più, e sono grossi e abitono tutta via nelle caverne de' sassi, e sempre stanno colla gola aperta, della quale a ogni ora li gocciola veleno. E ivi son porci di molti colori salvatichi, così grandi, come sono di qua e nostri buoi, e sono tacchellati, o vero traversati a modo che un cinghiale. Ivi sono spinosi, o ricci, grandi come di qua, e sono e nostri porci salvatichi. Ivi sono leoni bianchi tutti. Ivi sono altre bestie grandi come destrieri o più, gli quali chiamono toncherons, e quali ànno la testa nera e tre lunghe corna nella fronte, tagliente a modo d'una spada, e 'l corpo fievole; e cacciono e uccidono gli elefanti. Ancora vi sono altre bestie molto cattive e crudele, che non sono magiore che come è un vermine[55], e ànno la testa a modo ch'un cinghiale, e ànno sei piedi, e per ciascuno piede unghie larghe e tagliente, e ànno el corpo come el vermine, e la coda come lioni. Ivi sono oche tre tante magiori che le nostre di qua, e son rosse, e ànno la testa e 'l collo e il petto nero tutto. In questo paese, e altrove intorno, son molte altre ragione di bestie e molti diversi uccegli, i quali, volendo tutti iscrivere, sarebe cosa lunghissima.