lasciò, a quanto mi sembra, intravedere nell’anche l’aliquid dal quale usciva, riferito a quantità, a numero od a tempo. E quando Giovanni Villani pose e con anche genti venne da Lucca, parve trasponesse la voce a disegno perchè ne trasparissero i primitivi servigi: e quando finalmente Matteo Villani, insistendo sulla frase Dantesca, disse: e avendo i primi mandò per anche, non fece che autorizzare sempre meglio in anche la possibilità dell’accennata derivazione[19].

E poichè siamo su tali pronomi non mancherò di far osservare due cose. La prima che altrui, e poi autrui, non era nell’antico linguaggio di oil altro che regime indiretto del soggetto altres, giacchè derivatosi dal latino alterius per mezzo di quella facile metatesi che, da alter facendo altre, da alterius faceva altreius ed altruius, non poteva avere significazione diversa dalla genitiva. Di più, essendo ristretto così a questo solo servigio, non abbisognava di segnacaso o di articolo, poichè la speciale sua desinenza non lo lasciava confondere cogli altri casi. E da ciò pure si deriva che parimente presso noi non ne abbisogni, dicendosi: le cose altrui, la donna altrui, per dire: le cose o la donna d’altri; e che poi, come già vedemmo di mio, tuo, suo, loro, passasse spontaneamente a divenire, sulla forma stessa genitiva del pronome discretivo alter, un vero aggettivo possessivo di persona indeterminata, cosicchè l’altrui fu lo stesso che lo d’altri, ossia quello d’altri[20]. La seconda che da alius essa lingua d’oil, cui erano prediletti gli scorti nella pronuncia, fece pure in antico al ed el nel puntuale significato di altro; dalla quale semplice forma radicale ne vennero similmente fra noi le composte alsì per altresì, altanto per altrettanto e simili, da ricercarsi ad agio dagli archeofili, a’ quali mi basta colla presente lezione di aver almeno svegliato l’appetito delle ricerche.

Finalmente aggiungerò come il nostro pronome coálito ciascheduno, si componga evidentemente di ciasche, della d epitettica o intercalare, e del complemento individuante da noi prediletto ne’ pronomi, cioè uno. Dal che poi chiaramente s’induce come noi pure Italiani dal quisque latino femmo da prima ciasche, siccome fecero kaske o casque gli Oytani, e come indi ciascuno non fosse per conseguente che una forma composta di quello che potè essere radicalmente soltanto ciasco e ciasca e ciasche, strignendo così sempre meglio i legami che unirono strettamente da prima, e che uniscono tuttavia abbastanza le due più vicine fra le lingue sorelle dell’Europa latina.

Parecchie altre antiche particolarità del linguaggio oytano potrei venire io qui raccogliendo, le quali non tornerebbero per avventura inutili alla storia della lingua nostra volgare e de’ suoi principali dialetti; come sarebbe la formazione dei futuri nel dialetto Borgognone, e l’altra dissimile nel dialetto Normanno, l’uso nei verbi elegante dell’infinito invece dell’imperativo[21], e l’arcaica scrittura di tante parole, dalla quale dipendendo appunto la germana loro nozione, dipende ancor quella di molte nostre voci tuttavia controverse nella origine, e per conseguenza nella rispettiva loro più vera significazione. Ma stimando di essermi per ora adoperato bastevolmente intorno la utilità di codeste indagini grammaticali ed istoriche, per invogliar pure i miei connazionali allo studio dell’antico francese, tenterò ancora un altro modo, e poi con esso imporrò fine alla mia lezione.

Vorrei cioè persuader loro coll’inducevole argomento degli esempii che questo istesso francese antico, non solo può giovare agli etnografi ed ai filologi, ma può aprire a tutti i nostri scrittori una miniera inesausta di bellezze italiane, le quali essendo da prima comuni alle lingue cognate, ora si sono andate od intralasciando o rimutando così da non aver più libero corso in ammendue le favelle. Vorrei insomma ch’essi stimassero come quella fortuna istessa degl’idiomi, la quale li scompagnò in seguito e li mandò per vie diverse alla gloria, così che lo imitarsi al presente scambievole sarebbe in loro un voler perdere la bellezza individuale acquistata; com’io diceva quell’istessa Fortuna, considerata nel buio del Medio-Evo, ci durò invece ad autorevole testimonio che tanti popoli antichi quanti erano intorno al mille dalle correnti del Reno al flutto che flagella Calpe e Pachimo poteano ben dirsi fratelli, stretti siccom’erano dal potente vincolo del neolatino, elargito loro da Roma, perchè prima v’imparassero a riverire il temuto nome degli Augusti, poscia vi apprendessero ad amare a comune il santo nome di Gesù Cristo.

Ma come potrei io qui far conoscere a’ miei italiani, anche solo per cenno, una parte almeno di quei moltissimi autori, i quali scrivendo:

Versi d’amore e prose di Romanzi

in lingua d’oil, sono pure tanto istruttivi per noi, quanto certo qualsivoglia di quella onorata schiera di Siculi, a’ quali i Toscani non lasciarono forse altro onore che quello d’essere stati tra i primi trovatori in lingua di sì? Certo che un’opera così lunga non può essere nè del tempo presente, nè del luogo: per la qual cosa non volendo pure ch’essa sia interamente desiderata dall’argomento, cercherò ora di supplirvi in qualche modo collo estrarre dalla Vita che di Luigi IX il Re Santo di Francia scrisse il Signore di Gioinville suo contemporaneo, alcuni fatticelli, i quali possano trovare in sè medesimi compimento, e traducendoli fedelmente, colla giunta di solo quanto basti ad integrarli, rendere per guisa tale ricalcata in nostra lingua l’immagine dell’antica lingua francese.

Se da questo mio fatto ne sorgerà poi nei lettori il giudizio che pure la stretta mia traduzione ricordi la prosa del buon secolo della nostra favella, sia allora finalmente che la lingua d’oil abbia l’amore di molti italiani, e sia che il volgarizzamento, di cui io appena esibisco un indizio, venga condotto a termine da qualcuno, il quale conoscendo intimamente la natura dei due linguaggi, sappia, col rendere fedelmente quello del buon Siniscalco di Sciampagna, dare ancora al suo libro quel nativo colore di italica antichità che possa farlo pienamente gradevole agl’intendenti.

Questo stampava io nel 1843, e ponea al seguito della Lezione sei brevi racconti, a maniera di novelle, che furono poscia riprodotti a parte per occasione di nozze. Le suddette Novelline non dispiacquero, e fui eccitato da alcuni amici a compiere la traduzione di tutta la prosa originale del pio e valoroso Barone di Francia. La impresi svogliato, e poi, fattomi innanzi nel lavoro, l’ultimai di buona voglia, ed essa è quella appunto che seguirà qui tutto appresso.