Voi dovete dunque sapere che del tempo che partii di Francia per venire oltre mare, io non teneva allora punto più di mille dugento lire di rendita, e sì mi caricai di nove Cavalieri, di cui io era il decimo, con tre bandiere, come v’ho detto qui innanzi. E quando fui arrivato in Cipri io non avea più che dugento quaranta lire tornesi che in oro che in argento, dopo che n’ebbi pagato il naulo dell’Uscieri. Talmente che alcuni de’ miei Cavalieri mi dissero ch’e’ mi abbandonerebbono se non mi provvedessi di moneta. Allora fui qualche poco ismarrito in mio coraggio, ma pur mantenni sempre fidanza in Dio. E n’ebbi pro, perchè quando il buon Re San Luigi seppe la mia distretta, si inviò cherendomi, e ritenutomi a lui, mi donò il buon Signore ottocento lire tornesi, di che ringraziai Dio, perch’io avea già più moneta ch’egli non me ne facesse bisogno.

Capitolo VIII. Dove si parla per inframmessa dei Soldani d’Oltremare.

E a questo luogo, poich’egli sarà occorrenza in seguito di parlare de’ Principi d’oltre mare, sì vi dirò io alcuna cosa di loro stato e possanza, e primieramente del Soldano d’Iconio. Questo Soldano era il più possente Re di Paganìa, e fece fare una cosa molto meravigliosa; perch’egli fe’ fondere una parte di suo oro, e ne fe’ empire de’ gran vaselli alla guisa di quegli orci di terra là ove si mette il vino oltre mare; e poi appresso egli fe’ ispezzare detti vaselli che bene avrebbon tenuto tre o quattro moggia di vino, e lasciò il tutto a scoverto in un suo castello, sicchè ciascuno che vi entrava poteva vedere e toccare le masse dell’oro sovrastare lo infrantume degli orci. E si diceva ch’egli avea ben sei o sette di cotali grandi vaselli d’oro. E di vero la sua molta ricchezza apparve bene in un padiglione che ’l Re d’Armenia inviò al Re di Francia che allora era in Cipri. Il padiglione era stimato valere cinquecento lire, e gli mandò dicendo il Re d’Armenia che l’uno de’ Sergenti del Soldano d’Iconio glielo aveva donato. E dovete sapere che questo Sergente era quello che avea in guardia e governo li padiglioni del Soldano, e che avea il carico di fargli rinettare ciascun dì le sue sale e magioni.

Ora quel Re d’Armenia, poichè era quasi in servaggio verso il Soldano d’Iconio, se n’andò al Gran Re di Tartaria, e gli contò comente senza posa quel Soldano d’Iconio gli faceva la guerra e lo teneva in grande servaggio, ed il venne pregando che nel volesse soccorrere ed atare. E qualora gli donasse balìa su grossa mano di sue genti d’arme, gli disse ch’egli era contento d’essere suo uomo assoggettato. Ciò che ’l Re di Tartaria volle fare assai volentieri, e gli cedè gran numero di genti d’arme. Allora se n’andò il Re d’Armenia a tutte sue genti combattere col Soldano d’Iconio e avevano assai possanza l’uno per l’altro. Ma gli Armeniani ed i Tartarini disfecero a fondo l’oste del Soldano, e talmente fece lo re d’Armenia, seguitando il corso della vittoria, ch’egli si tolse quind’innanzi di sua servitù e suggezione. E per la grande nomèa ch’era in Cipri di quella battaglia, ci ebbe molti di nostre genti che passarono in Armenia per andare in quella guerra a guadagnare e profittare, ma di coloro unqua più non se ne udiro novelle.

Anche del Soldano di Babilonia vi dirò io. Egli si pensava che ’l Re andasse guerreggiare il Soldano di Hamano, ch’era suo antico nimico; e così attese sino al tempo novello per volersi giungere con lui ad andare contra il detto Soldano di Hamano. Ma quando il Soldano di Babilonia vide che ’l Re non veniva verso lui, si partì egli e andò assediare l’altro Soldano davanti la città di Hamano medesima ove elli era. E questi come si vide così assediato, egli non seppe troppo bene di qual modo venirne a capo, perchè ben sapeva che se il Soldano di Babilonia vi durasse lungamente, certo il conquisterebbe e il confonderebbe. Ma egli fece tanto per doni e promesse ad uno de’ Valletti di Camera del detto Soldano di Babilonia, a chi egli parlò, che il fece avvelenare. E la maniera del farlo fu che questo Valletto di camera, il quale, secondo lor modo, era detto in tale officio il Sergente, conoscendo come soventi fiate, appresso che il Soldano avea giucato agli scacchi, egli s’andava a stendere sur una stuoia che era al piè del suo letto, tanto si procacciò destramente che la invelenì tutta di tossico. Ora avvenne che il Soldano tutto scalzato si mise su quella stuoia attossicata, e stornossi sovr’una scalfittura malignosa ch’egli avea ad una gamba, e incontanente il veleno gli entrò pel mal scalfitto nel corpo talmente ch’egli divenne tutto attrappito di quel lato del corpo a cui era la gamba offesa, e quando finalmente il veleno lo punse al cuore egli era ben istato duo dì senza bere, senza mangiare e senza dir motto. E per tal modo il Soldano di Hamano dimorò in pace, e bisognò che il malescio Soldano di Babilonia fusse ammenato per sue genti in Egitto.

Capitolo IX. Come ci ismovemmo di Cipri, e venimmo in vista di Damiata in Egitto.

Tantosto che fummo al buon mese[52] egli fu gridato e fatto comandamento, da parte il Re, che tutti i navigli fussero ricaricati di viveri per esser presti a partire quando esso Re indicherebbelo. E quando la cosa fue fatta e compiuta, il Re, la Reina e tutte sue genti, si ritiraro ciascuno nella sua nave. Ed il proprio Venerdì innanzi la Pentecoste di quell’anno, il Re fece gridare che tutti tirassono appresso lui la dimane, e che si ferisse dritto in Egitto. E la dimane appunto giorno di Sabbato tutte le navi si partirono e fecer vela, il che era piacevole e insieme mirabil cosa a vedere, perch’egli sembrava che tutto il mare, tanto che si poteva vedere, fusse coverto di tele per la gran quantitade di vele ch’erano donate al vento, e ci avea ben mille ottocento vascelli che grandi che piccoli.

Il Re arrivò il giorno di Pentecoste ad un promontorio che si appellava la Punta di Limessone cogli altri vascelli dintorno a lui, e discesero a terra ed udiro la Messa. Ma grande isconforto arrivò a quella volta, perchè di ben duemila ottocento Cavalieri ch’erano partiti per andare appresso il Re, non se ne trovaro con lui a terra che settecento, e tutto il dimorante uno vento orribile, che a modo di scïone o di remolino, venne di verso Egitto, li separò di loro via e della compagnia del Re, e li gittò in Acri ed in altri strani paesi, e non li rivide il Re da lungo tempo. Donde elli e sua compagnia furono tutta quella giornata molto dolenti e isbaìti perchè li credevano o tutti morti od in grande periglio.

La dimane dappoi la Pentecoste il mal vento era bastato e spirava a grado, perchè il Re e noi tutti che eravamo con lui femmo vela da parte di Dio per tirar sempre avanti. Ed egli avvenne che, in andando, noi rincontrammo il Principe della Morea e il Duca di Borgogna insieme, li quali aveano parimente soggiornato in un luogo della Morea. Ed arrivò il Re e sua Compagnia a Damiata il lunedì appresso la Pentecoste, là appunto ove ad attenderci era gran compagnia; perchè sulla riva del mare noi trovammo tutta la possanza del Soldano che era molto bella gente a riguardare.

Lo Almirante che comandavale portava armi di fino oro lucentissime così che quando il Sole le colpiva, il ridonavano agli occhi tanto da farlo parere un altro Sole, ed il tumulto che menavano con loro corni e nacchere era una cosa molto spaventevole ad udire e molto strania a’ Franzesi.