Ciò veggendo il Re appellò tutti suoi Baroni e Consiglieri per sapere ciò che si dovea fare, ed essi lo consigliarono che attendesse sue genti a rivenire, per ciò che di sua oste non gli era rimasa la terza parte per la fortuna del vento di che v’ho detto di sopra. Ma il Re non volle di ciò niente udire nè credere, anzi diceva che pur ciò facendo egli donerebbe coraggio a’ nemici suoi, ed avvertiva insieme come non v’avesse colà alcun porto di mare al quale discendere per attendervi sue genti a sigurtade, sicchè aggiugneva che bene una nuova rapina di vento ci poteva sorprendere, e sbandarci e gettarci lunge qua e là in istrani paesi, come egli era avvenuto de’ suoi Cavalieri l’ultima Pentecoste. Sicchè fu accordato, al suo avviso e piacere, che il venerdì innanzi la Trinità il Re scenderebbe, ed andrebbe combattere contro a’ Saracini se pure ardissono di fronteggiarlo. E comandò il Re a Monsignore Giovanni di Belmonte ch’e’ facesse dare a Monsignore Airardo di Brienne, con chi io era, una galea per discendervi noi e nostre genti d’arme, perciò che gli uscieri non potevano, per la sottigliezza del mare, attingere alla terra. Ed in così come Dio volle io mi lasciai della mia nave calare in una piccola galea che mi pensava aver perduta, ove stavano otto de’ miei cavalli. La qual galeotta m’avea donato Madama di Bairuth, la quale era cugina germana del Conte di Montebelial: ed al venerdì Monsignore Airardo di Brienne ed io tutti armati movemmo di verso il Re per domandargli la detta galea ch’egli ci aveva innanzi ottriata. Ma Messer Giovanni di Belmonte ci rispose, presente il Re, che noi non n’avremmo punto. Il che vi ho voluto dire perchè sappiate che il buon Re aveva altrettanto affare a trattenere in pace sue genti come egli n’avea a sopportare sue fortune e sue perdite.
Quando le nostre genti videro che noi non ammenavamo punto di galee, essi si lasciarono cadere nella galeotta a gran forza, di che i marinai veggendo ch’ella affonderebbe a poco a poco nel mare, si ritirarono nella nave, e ci abbandonarono coi Cavalieri nella piccola barca. Allora io m’isgridai e domandai al Maestro di quanto egli avea troppo di gente nella galeotta, ed egli mi disse ch’egli ce n’avea troppo di diciotto uomini d’arme. Perchè tantosto ne la scaricai d’altrettanti e li misi nella nave ove erano i miei cavalli. Ed in quella ch’io facea eseguire un tal tramenìo, un Cavaliero fu, che era a Monsignor Airarto di Brienne, nomato Pluchetto, il quale per seguirci, volle al tutto discendere della gran nave nella barca, ma la barca s’allontanava, ed il Cavaliero cadde armato in mare e annegò.
Capitolo X. Come si ferì alla terra contro lo sforzo de’ Saracini, e perchè questi fuggironsi e ci lasciaron Damiata.
Allora noi cominciammo a navigare per di dietro la barca della gran nave del Re e andammo alla terra. E tantosto che le genti del Re, le quali ferivano alla terra come noi, videro che noi andavamo più tosto ch’elli non facevano, ci gridarono di sostenere sì che arrivasse l’insegna di San Dionigi; ma io non ne li volli credere, anzi ci lasciammo correre davanti ad una grossa battaglia di Saracini e di Turchi, là ove egli ci avea bene sei mila uomini a cavallo. Li quali, sì tosto che ci videro ferire alla terra, toccarono degli sproni diritto a noi. E noi ficcammo il calcio delle nostre lancie a terra nella sabbia, e rivolgendo loro le punte e covrendoci degli scudi ne attendemmo l’impeto: ma come essi videro ciò, e che noi prendevamo terra tuttavia, tornarono di tratto le briglie e fuggirono.
Il buon produomo Messer Baldovino di Reims, tosto ch’e’ fu sceso a terra, mi mandò dicendo per l’uno de’ suoi Scudieri ch’io l’attendessi; ed io gli mandai pel suo messaggero medesimo che assai volentieri il farei, e che un sì valente uomo quale egli era valeva bene d’essere atteso: donde egli mi seppe grado tutta sua vita. E tantosto arrivò egli in nostra compagnia con gran numero di Cavalieri. E ben sappiate che per gl’inconvenienti ch’io vi ho messo in conto, quando fui a terra non avea meco allora di tutte le genti che avea menato di mie terre, nè pedone nè cavaliere: ma non perciò Dio m’ebbe sempre atato di sua grazia, donde io ne lo lodo e ringrazio.
Alla nostra mano sinistra arrivò il Conte di Giaffa, il quale era cugino germano del Conte di Monbelial e del lignaggio della Casa di Gionville. Questo Conte di Giaffa arrivò molto nobilmente a terra, perchè la sua galea era tutta pinta di dentro e di fuora agli scudi dell’armi sue, le quali armi son d’oro ad una croce di rosso appastato. Egli avea ben trecento marinai nella sua galea, de’ quali ciascuno portava una targa a sue armi, ed a ciascuna targa ci avea su un pennoncello de’ suoi colori, sicchè quando correva sul mare era bello a vedere e ad intendere, a cagione dello sbattìto che menavano i pennoncelli e così del bombo di nacchere taballi e corni saracineschi ch’egli aveva in sulla galea. E sì tosto che questa ebbe ferito nella sabbia il più avanti che vi potè essere impinta, egli e suoi cavalieri e genti di guerra ne uscirono molto bene armati ed in punto, e vennero ad arringarsi di costa a noi. E prestamente fece il Conte di Giaffa tendere suoi padiglioni; perchè i Saracini, quando li videro tesi, si assembraro in gran numero e rivennero correndo contro di noi a gran battuta di sproni: ma come e’ conobbero che noi punto non ce ne ispaventavamo, e che anzi li attendevamo di piè fermo e in silenzio, ed essi da capo ci tornarono il dosso e se ne fuggirono a dreto.
Alla man destra arrivò allora la galea della riverita insegna di San Dionigi, a bene una portata di ballestra da noi. Ed egli avvenne che, siccome ella toccò terra, un Saracino si mosse a furia contro le genti di quella galea, il facesse egli o per non potere suo bizzarro cavallo arrestare, o perchè pensava aver soccorso da’ suoi: ma certo è bene che il poveretto ne fu tantosto morto e ispezzato. Quando il buon Re San Luigi seppe che la insegna di San Dionigi già era sulla terra, egli sortì del suo vascello che era già presso della riva, e non si diè tanto d’agio che il vascello ove egli era mordesse piaggia, anzi, oltre il grado del Legato che era con lui[53], se ne gittò fuora nel mare; e fu nell’acqua sino alle spalle, e montò all’incalzo suo scudo al collo, suo elmo in testa e sua lancia in pugno. E quando ebbe aggiunte sue genti, scorse dal suo lato una battaglia d’armati, e domandò chi fussero, e poi che gli dissero ch’erano Turchi e Saracini, ed egli pensò d’incorrer lor sopra tutto solo, ma le sue genti il fecero dimorare sino a che tutti i suoi cavalieri fossero ai luoghi loro ed apprestati alla mislèa.
Tantosto inviarono li Saracini verso il Soldano di Babilonia un loro messaggero, per fargli assapere che il Re era arrivato. Per tre volte ripeterono il messaggio, ma anche risposta non ne ebbero perchè il Soldano era fieramente malato. Il che vedendo li Saracini, e pensando che il loro Soldano fusse morto, abbandonaro la città di Damiata. Quando il Re ne udì la novella egli inviò un suo Cavaliero per saperne il vero sino a Damiata. E ben presto ritornò il Cavaliero di verso il Re e gli rapportò ch’egli era il vero ch’e’ fusse morto, e che se n’erano fuggiti li Saracini, e ch’egli era stato sin dentro loro magioni. Allora il Re fece appellare il Legato, e tutti i Prelati dell’oste e fece cantare Te Deum laudamus tutto al lungo, e poi montò a cavallo insieme con noi, e ce n’andammo ad alloggiare davanti Damiata. I Turchi male avvertiti partirono troppo subitani, sicchè non ci tagliaro i ponti delle navi ch’essi avean fatto, donde gran dispiacere ci avrebbon recato; ma bene per altra via essi ci fecero molto gran male e dannaggio, di ciò ch’essi buttaro il fuoco per tutti i lati della Fonda, là ove tutte loro mercatanzie erano e il loro avere di pregio, ch’essi fecero cautelosamente abbruciare, di paura che noi ce ne fussimo in modo alcuno avanzati[54]. E fu una cosa stessa come chi buttasse domani il fuoco nella ruga del Piccol Ponte a Parigi, di che Dio ci guardi.
Capitolo XI. Dell’obblio in che fu lasciata la grazia fattaci da Dio nel donarci Damiata.
Ora diciamo in noi medesimi qual grazia ci fece Dio nostro Creatore quand’egli ci difese di morte e di periglio allo arrivare che femmo, allorchè noi tuttavia a piè, corremmo a gioia sovra i nostri nimici che bene erano a cavallo? E qual altra più grande grazia ci fece il buon Signor Nostro, quand’elli ci liverò[55] Damiata senza danno de’ nostri corpi, la quale giammai non avremmo potuto avere, se non l’avessimo ottenuta per affamare? Certo la grazia è molto grande, e bene il possiamo dire e vedere tutto chiaramente.