Il Re Giovanni ben l’avea altra fiata presa per fame al tempo de’ nostri predecessori; ma nel fatto nostro io dubito che il buon Signore Iddio possa altrettanto dire di noi come egli disse de’ figliuoli d’Israello, quando li ebbe condotti e menati nella Terra di promissione, perchè elli rimproverò loro, dicendo: et pro nihilo habuerunt terram desiderabilem, con ciò che segue. Ed e’ lo diceva perciò ch’essi l’aveano obbliato, ed egli loro avea tanto fatto di bene, poichè li aveva salvati e messi fuora della cattività di Faraone, e donati della Terra promessa: ed altresì potrà egli aver detto di noi, che tosto l’obbliammo come sarà detto qui appresso.

E comincerò nella persona stessa del Re, il quale fece convocare e appellare tutti suoi Baroni, e Prelati ch’erano venuti con lui, e loro domandò consiglio sul che dovea fare dei beni ch’avea trovati nella città di Damiata, e com’essi si doveano dispartire. Un Patriarca, che là era, parlò il primiero e gli disse[56]: Sire, e’ mi sembra ch’egli è buono che voi riteniate tutto il frumento, orzo, riso ed altri viveri, affinchè la cittade non ne dimori isguernita, e che voi facciate gridar nell’oste che tutti gli altri mobili sieno apportati nella magione del Legato sotto pena di scomunicazione. Al quale consiglio si accordaro tutti li Baroni e gli altri: pel che fu fatto così. E ne furo trovati valere li beni mobili apportati presso il Legato intorno a sei mila lire. E quando tutto fu assembrato nella magione del detto Legato, il Re ed i Baroni inviarono chiedere il buon produomo Messer Giovanni di Valerì. E quand’elli fu venuto, il Re gli disse ciò ch’egli avea fatto, e come gli era stato trovato pel suo Consilio che il Legato darebbegli le sei mila lire che valevano i mobili apportati al medesimo, affinchè egli le dispartisse là ove stimasse doversi ciò far per ragione, e fussero il meglio impiegate. Sire, disse allora il prod’uomo, io vi ringrazio molto umilmente dell’onore che mi fate: ma ciò non vi spiaccia, chè l’offerta non prenderò io punto. Già se a Dio piace, non disfarò io li buoni costumi antichi, e tali che li han tenuti i nostri predecessori in Terra Santa. Perchè quando essi avean preso sugli inimici alcuna cittade o guadagnato alcun grosso bottino, di tali beni che si trovavano in tale città il Re non ne dovea avere che il terzo, e le due parti ne doveano avere i pellegrini. E questa costuma tenne molto bene lo Re Giovanni quando altra fiata elli prese Damiata[57]. Ed in così ch’io ho udito dire a’ miei antenati, il Re di Gerusalemme che fu davanti lo Re Giovanni tenne questa costuma altresì senza fallirvi d’un punto. Ora avvisate; e se voi mi volete assegnare le due parti del frumento, orzo, riso, e delle altre cose che avete ritenute, ed io assai volentieri le dispenserò ai pellegrini per lo onore di Dio, e per mantenenza dell’antica costuma. Il Re non ebbe per aggradevole questo consiglio, e dimorò la cosa così, donde molte genti si tennero assai mal contente del Re, di che egli avea rotte le buone antiche costumanze.

Le genti del Re, quando furono a loro agio e bene alloggiate; esse, che avrebbon dovuto intertenere dibonarmente li mercatanti e’ seguenti l’oste con loro derrate e mercatanzie, allogarono invece e appaltaro ai medesimi le stazzone e li fondachi per vendervi le mercatanzie loro così care come fare il poteano. Donde avvenne che la nomèa di ciò si sparse nelle istranie terre, e giunse a coloro che volean di lontani paesi menar viveri all’oste, i quali perciò dimoraronsi del venire, il che apportò un molto gran male e dannaggio.

Li Baroni, Cavalieri ed altri ch’avrebbon dovuto guardare diligentemente il lor bene, e farne sparagno per soccorrersene in luogo ed in tempo, si presero a far grandi banchetti gli uni agli altri in abbondanza di deliziose vivande. Ed il comune popolo scapestrandosi si prese a forzare e violare donne e donzelle, donde uscinne gran male. Perchè egli bisognò che ’l Re ne donasse congedo a tutto spiano di sue genti ed officiali, poichè, siccome esso buon Re mi disse, egli trovò sino a uno gitto di pietra, presso e allo intorno del suo paviglione, molti bordelli[58] che le sue genti teneanvi, ed altri mali assai più che in oste egli avesse mai visto.

Capitolo XII. Di ciò che avvenne sino a che stemmo a campo presso Damiata.

Ma or riveniamo al principale di nostra materia e diciamo così. Quando noi fummo così stati in questa città di Damiata, il Soldano, con esso uno grosso esercito, assalì nostr’oste di verso terra. E incontanente lo Re e sue genti d’arme s’armaro e misono in punto. Ed a fine di difendere che li Turchi non si mettessero negli alloggiamenti che avevamo al campo, io andai verso il Re tutto armato, lo quale io trovai parimente armato, e così tutti suoi Cavalieri che sedevano appancati d’intorno a lui. E gli richiesi umilmente ch’e’ mi donasse congedo d’andare colle mie genti sino fuora dell’oste a fedire sui Saracini. Ma tantosto che Messer Giovanni di Belmonte ebbe udito la mia richiesta, egli isgridò molto forte, e mi comandò da parte lo Re, ch’io non fossi sì ardito d’uscire del mio alloggiamento sino a che esso Re mel comandasse. E qui dovete sapere che col Re ci avea otto buoni Cavalieri e valenti, i quali aveano avuto e guadagnato molte fiate lo pregio dell’armi tanto di qua il mare che oltre mare, e solevali l’uomo appellare li buoni Cavalieri. Dentro li quali eravi Messer Gioffredo di Sargines, Messer Matteo di Marly, Messer Filippo di Nantolio, e Messere Imberto di Belgioco Connestabile di Francia, li quali non c’eran mica a quel giorno, ma erano al campo fuora dell’oste, e così il Maestro de’ Balestrieri con gran quantitade di genti d’arme per guardare così che li Turchi non s’approcciassero di nostr’oste. — Ed egli avvenne che Messer Gualtieri d’Autreche si fece armare di tutto punto e donare suo scudo e sua lancia e montò a cavallo, e tantosto fece sostenere le cortine del suo paviglione, ed uscitone, ferì degli sproni correndo contra li Turchi. Ed in così ch’elli partì del paviglione tutto soletto, all’infuori d’un suo uomo nomato Castillione, ecco il suo cavallo di battaglia provare il vento colle nari, e sbuffare e barberare, e gittarlo a terra tutto disteso, e fuggire a furia coverto di sue armi verso i nimici. E ben sappiate come, sendo la più parte de’ Saracini montati sovra giumente, per ciò fu che il cavallo guaragno fiutolle, e volle correre a quelle in caldo ed in bizzarria. Ed udii dire a coloro che ciò avean visto che quattro Turchi vennero al Signore d’Autreche che giaceva a terra stordito, ed in passando e ripassando davanti a lui gli diedero sopra dei gran colpi di mazza, di che talmente ne fu in periglio che là ne sarebbe stato morto, se il Connestabile di Francia non lo fusse andato soccorrere con alquanti delle genti del Re che avea alla sua guida. Fu egli rimenato a braccia nel suo paviglione donde era partito pur dianzi, e talmente era naverato e pesto de’ gran colpi di mazza che avea sofferto, ch’elli non potea più parlare. Tantosto furongli addirizzati alquanti Medici e Cirugiani[59], i quali, poi che non parve loro in fin di vita, gli trasser sangue del braccio, donde male ne prese; perchè, quando venne la sera, taluno mi pregò che noi l’andassimo vedere per ciò ch’egli era uomo di gran rinòmo e valenza. Ciò ch’io feci assai volentieri e andammo verso di lui. Ed entrando nel suo paviglione, l’uno de’ suoi scudieri ci venne dire allo incontra che noi sostenessimo il piede di paura di risvegliarlo. Ciò che noi femmo, ed appressandoci bellamente il trovammo giacente sul suo covertoio di vaio minuto di cui era tutto inviluppato, perchè allora noi tirammo tutto a cheto verso dove tenea la faccia, ed affiatatolo, il trovammo morto. Di che noi e molti fummo tutto dolenti di aver perduto un così produomo. E quando fu detto al Re, egli rispose, che non ne vorrebbe mica avere alquanti che altresì fussero caparbii e disobbedienti a’ suoi comandamenti come era stato quel Signore d’Autreche, il quale per suo difetto medesimo s’era fatto uccidere.

Ora sappiate che il Soldano donava di ciascuna testa di Cristiano, a chi gliela portava, un bisante d’oro; donde codesti traditori Saracini entravano la notte a furto nell’oste nostra, e là dove trovavano genti che dormiano spartate tagliavan loro la testa: sicchè avvenne ch’e’ sorpresone ed uccisero la guaita o scolta del Signore di Corcenay, e ne asportaro la testa e lasciarono il corpo giacente sovra una tavola. E dovete anche sapere ch’essi conoscevano a punto l’andazzo dell’oste nostra, perchè le varie battaglie di nostre genti per compagnie agguatavano, ciascuna la sera sua, tutto intorno l’oste a cavallo l’una appresso l’altra; ed i Saracini che conoscevano questo andazzo, entravano nell’oste appresso che il guaraguato a cavallo era passato, e facevano segretamente molti mali e molti micìdi. E quando il Re fu di ciò avvertito, egli ordinò che da quell’ora innanzi, coloro che solevano fare il guato a cavallo, sì il farebbono a piede: di che la nostr’oste ne venne poi molto serrata e tenuta sì unita che ciascuno vi s’intrattoccava senza che vi vaneggiasse uno spiazzo solo.

E fummo così lungamente a Damiata perchè il Re non trovava punto in suo Consiglio ch’egli dovesse tirar oltre, sino a che fusse venuto suo fratello il Conte di Poitieri, che il vento avea ammenato in Acri come vi ho detto qui davanti, perciò ch’elli aveva con lui tutto il retrobando di Francia. E di paura che li Turchi non si ferissero e traforassero per mezzo l’oste coi cavalli loro, il Re fece chiudere il parco dell’oste di grandi fossati, e sui terragli ci aveano ballestrieri a forza ed altre genti che agguatavano la notte com’io vi ho detto.

La festa di San Remigio fu passata avanti che alcune novelle venissero del Conte di Poitieri e di sue genti; donde il Re e tutti quelli dell’oste ne furono in gran misagio e sconforto, perciò che dubitavansi, nol vedendo venire altrimenti, ch’ellino fusser morti od in grave pericolo. Allora mi sovvenne del buon Decano di Maurù, e raccontai al Legato come per tre processioni ch’egli ci avea fatto fare sulla nave, noi fummo liberati del grande periglio in che eravamo. Il Legato accolse il consiglio, e fe’ gridare tre processioni nell’oste che si farebbono per tre Sabbati. La prima processione cominciò dalla magione d’esso Legato e andarono al Tempio di Nostra Donna in Damiata, ed era il Tempio nella Meschita de’ Turchi e Saracini, e l’avea quel Legato fatta dedicare di novello nell’onore della Madre di Dio la gloriosa Vergine Santa Maria. E così per due Sabbati fue fatto, ed in ciascuno il Legato facea sermoni, ed appresso il sermone udito, dava esso al Re ed agli altri gran Signori di larghi perdoni. Di dentro il terzo Sabbato arrivò il buon Conte di Poitieri colle sue genti, e bene gli fu mestieri di non esser venuto entro il tempo dei primi due Sabbati, perchè io vi prometto che davante quel tempo, egli vi regnò senza cessare sì gran tormenta nel mare davanti Damiata, ch’egli vi ebbe più di dugento quaranta vascelli, che grandi che piccoli, tutti ispezzati e perduti, e le genti che li guardavano sommerse: perchè se il Conte di Poitieri fusse allora venuto, egli sarebbe stato in pronto risico di morirvi di mala morte, e così al fermo sarebbe stato, se il buon Dio non gli avesse fatto sua aita.

Capitolo XIII. Come movemmo da Damiata per a Babilonia, secondo l’avviso malurioso del Conte d’Artese.