Or quando esso Conte di Poitieri fratello del Re fu arrivato, grande gioia s’ismosse in tutto lo esercito, ed il Re mandò cherendo suoi Baroni più prossimani, e l’altre genti di suo Consiglio, e loro domandò qual via egli doveva prendere o ad Alessandria o a Babilonia. Il Conte Piero di Brettagna col più degli altri Baroni furono d’opinione che ’l Re movesse ad Alessandria, perciò che davanti la cittade avea porto buono ad arrivarvi navi e battelli per vittovagliar l’oste. Ma a questa opinione fu contrario il Conte d’Artese, e disse che già non andrebbe egli ad Alessandria innanzi che non si fusse stati in Babilonia, la quale era capo di tutto il Reame d’Egitto[60]. E diceva per sue ragioni, che chi volea uccidere il serpente gli dovea schiacciar il capo tutto primiero. Ed a questo consiglio si tenne il Re e lasciò l’altra opinione.

All’entrata dell’Avvento[61] si partì dunque il Re e tutta sua oste per andare a Babilonia, siccome il Conte d’Artese avea consigliato. E nella via assai presso di Damiata trovammo uno fiume che usciva della grande riviera, e fu avvisato che ’l Re soggiornerebbe là uno giorno tanto che s’istopperebbe lo detto fiume a fine che si potesse trapassare. E fue la cosa fatta assai agiatamente, perchè si rinturò il detto fiume a raso a raso della grande riviera, per tal maniera che l’acqua non alzando punto da nissun lato si potè passar oltre a grand’agio. Or che fece il Soldano? Egli inviò inverso il Re, pensando farlo a cautela, cinquecento dei suoi Cavalieri, de’ meglio montati ch’e’ sapesse scerre, dicendo al Re ch’essi eran venuti per soccorrer lui e tutta sua oste, ma ciò era solamente per dilazionare la nostra venuta. Il giorno di San Nicolao il Re comandò che tutti montassero a cavallo, e difese sotto pena di ribellione che nullo di sue genti fusse tanto ardito che toccasse in male a l’uno di que’ Saracini che il Soldano gli avea inviato incontra. Ora avvenne che, quando essi Saracini videro che l’oste del Re fu ismossa a partire, e seppero ch’esso Re avea fatto difendere che nullo non li osasse toccare, imbaldanziro, e se ne vennero di gran coraggio tutti in frotta ai Tempieri, i quali avevano la prima battaglia. E l’uno di questi Turchi donò della propria mazza un sì gran colpo a l’uno de’ Cavalieri della prima battaglia che lo abbattè innanzi il cavallo del fratello di Rinaldo di Bichers che era allora Maliscalco dei Frieri del Tempio. Il che veggendo esso Maliscalco non si rattenne, ma gridò a’ suoi prò Cavalieri: Ora avanti, compagnoni, addosso dalla parte di Dio, chè ciò non si potrebbe soffrire. Ed ecco e’ fiere il suo cavallo degli sproni e si libera correndo sui Saracini, e con esso tutta la valente Compagnia dei Tempieri sale romendo come groppo di vento alla guerra. E ben sappiate che li cavalli de’ Turchi erano ismunti e travagliati, e li nostri tutti riposati e freschi, donde male loro ne arrivò: perchè io ho di poi assai udito dire che de’ Turchi non ne iscapò punto uno tutto solo, che non ne fusse o tagliato o costretto di gittarsi in mare e sommergersi.

Capitolo XIV. Qui tocca il conto dello fiume meraviglioso d’Egitto che l’uomo dice Nilo.

Qui si convien parlare del fiume meraviglioso che passa per lo paese dell’Egitto, e che viene, secondo ch’uom dice, dal Paradiso terrestre. Perchè queste cose uopo è sapere chi vuol intendere mia materia. Codesto fiume è istrano e diverso da tutte l’altre riviere: perchè quanto più in una grossa riviera ne cadono di minori, ed acque vi convengono da ogni lato, tanto più la medesima si sparpaglia e prende terreno, e vi si dirama entro in ruscelli; ma codesto fiume viene tutto solitario ed unito, e quand’egli è in Egitto, da sè medesmo gitta sue branche qua e là per mezzo il paese, e quando il tempo viene intorno alla San Remigio, egli da sè si espande per le branche sue in sette riviere, le quali cuoprono le terre piane; e poi quando l’acque si son ritirate, i lavoratori del paese vengono a lavorarvi la terra intrisa con aratri senza ruote, e vi sementano frumento, orzo, riso, comino; e tutto vi prova sì bene che nulla v’ha di che ammendare. L’uomo non sa donde venga quella crescita d’acque fuor che della santa grazia di Dio: e se ella non fusse, egli non verrebbe nullo bene nel paese d’Egitto per li grandi calori che vi regnano, sendo più presso al Sol levante, e non piovendovi come punto, o solo di lungi a lunge. Ancora sappiate che quel fiume è tutto torbato per lo scalpiccìo ed il viavai delle genti del paese che vi accorrono verso la sera per trarne acqua a bere, ma pur solo che in essa acqua e’ vi schiaccino quattro mandorle o quattro fave, ed ecco la dimane l’acqua si è tanto buona a bere che è meraviglia. Inoltre quando quel fiume entra in Egitto, egli vi ha genti tutte sperte ed accostumate, (come a dir sarebbono li pescatori delle nostre riviere) le quali a sera gittano loro reti incontro le correnti d’essa riviera, ed al mattino sovente vi trovano e prendono le spezierie che si vendono in queste parti di qua assai caramente, ed a picciol peso; siccome cannella, gengiovo, rabarbaro, gherofani, legno d’aloè ed altre buone e rare cose: e dicesi nel paese che cotali cose vengono del Paradiso terrestre, e che il vento le abbatte di buoni alberi che colà sono, in così appunto come il vento abbatte il seccume nelle foreste de’ paesi nostri: perchè poi ciò che cade nel fiume, e l’acqua ammena alla china, e’ mercatanti raccolgono come vi dissi a gran reti per rivenderlo poscia ad oncia ad oncia nelle parti nostre.

E si diceva nel paese di Babilonia che molte volte il Soldano aveva tentato di sapere donde il fiume veniva, per genti sperte che ne seguissero il corso a ritroso, e portassono con loro per vivere del pane, che vien detto biscotto, perciò ch’essi non ne avrebbono punto trovato. E queste genti una fiata gli rapportarono ch’essi avevano seguito quel fiume contramonte tanto che erano giunti sino ad una serra di roccia tagliata a picco, sulla quale serra e roccia non era possibile montare sì per l’ertezza scogliosa, e sì per l’acque del fiume che, quasi da cateratta aperta, se ne versavano a piombo. E loro era stato avviso che in sull’alto della montagna fossero alberi a fusone, ed aggiugnevano che colassù avean visto gran quantità di bestie selvatiche, e di molte strane fazioni, come lioni, serpenti, elefanti ed altre paurose e diverse, che stavano a riguardarli, se pure ardissono di montare; perchè le genti del Soldano, impauratesi, se ne erano ritornate, senza osare di passar oltre.

Capitolo XV. Come ci arrestammo davanti il fiume di Rosetta, e di ciò che ’l Re vi dispose, e lo nuovo Almirante vi contrappose.

Or dunque a proseguire nostra materia, diciamo che quel fiume scende in Egitto, e vi gitta sue branche per mezzo la pianura, com’io v’ho già detto, delle quali branche l’una viene a Damiata, l’altra ad Alessandria, la terza a Tanes, e la quarta a Rosetta. A quella branca che s’addirizza a Rosetta andò il Re di Francia a tutta sua oste, e pose gli alloggiamenti tra esso fiume e quello di Damiata. E là trovammo tutto il podere del Soldano alloggiato sulla riva del fiume di Rosetta per guardare e proibircene il passaggio. Ciò che loro era cosa ben agevole a fare, poichè nullo di noi non avrebbe saputo passare s’egli non si fusse messo a nuoto, non avendovi punto di guado. Il Re ebbe consiglio in lui di far gittare un dicco per a traverso la riviera per passare ai Saracini; e per mettere a salvaguardia quelli che farebbono il dicco fe’ costrurre due grossi belfredi che si appellano Gatti incastellati, perciò che ci avea due castelli davanti i gatti e due casematte di dietro per tollerare lo stoscio de’ cantoni che i Saracini gittavano con ingegni e difíci, e di questi ne aveano ben sedici tutti a dritto, donde facevano meravigliosi trabocchi. Il Re fece fare altresì diciotto ingegni, de’ quali fu mastro trovatore e fattore un Giossellino di Curvante. Il fratello del Re agguatava i gatti di giorno, e noi altri Cavalieri sì gli agguatavamo la notte. E si fu la settimana innanzi Natale che i gatti incastellati furono presti, e poi si cominciò a fare il dicco. Ma quanto se ne faceva, li Saracini altanto ne disfacevano di lor parte. Perchè dal lor lato, tutto di contro l’argine, facean seno della riva e vi scavavano larghi fondacci; sicchè, come l’acqua per lo argine nostro s’arretrava, ed ella tosto piegava a riempiere i fossati opposti; perchè avveniva che ciò che noi ammontavamo a stento in tre settimane o in un mese, essi mantenendo la larghezza del fiume, il frustravano agevolmente in un giorno od in due, guastando tuttavia a grandi colpi di frecce e bolzoni le nostre genti che portavano terra per avanzar la traversa.

I Turchi, quando il loro Soldano fue morto della malattia che gli prese davanti Hamano, fecero lor Capitano di un Saracino che si appellava Sceceduno figliuolo del Seicco[62] lo qual Capitano era stato armato Cavaliere dallo Imperatore Federico. E tantosto quel Sceceduno inviò una parte delle sue genti a passare di verso Damiata ad una piccola città chiamata Surmesac, la quale è sul fiume di Rosetta, e vennero a cadere da quel lato sulle nostre genti. E il proprio giorno di Natale, in quel tanto ch’io era a desinare col mio compagno d’armi Pier d’Avalone, e tutti i Cavalieri nostri, li Saracini entrarono nell’oste, e vi uccisero alquanti poveri che se n’erano ai campi sbandati. E incontanente noi montammo a cavallo per andare alla riscossa, donde gran mestieri ne era a Monsignor Perrone nostr’ospite, che si trovava fuora dell’accampamento, perchè avanti che fussimo là li Saracini l’avean già preso, ed ammenavano lui e suo fratello il Signore di Val. Allora noi piccammo degli sproni, e corremmo su i Saracini e riscuotemmo que’ due buoni Cavalieri ch’avean già messi per terra a gran forza di colpi, e li rammenammo nell’oste. I Tempieri ch’erano all’erta fecero bene ed arditamente la retroguarda, ma con tutto ciò li Turchi ci venivano sopra di gran coraggio da quel lato guerreggiandoci forte e fermo, sino a che il nostro accampamento non si fu chiuso di fossato di verso Damiata, da quel fiume là insino al fiume di Rosetta.

Quel Sceceduno Capitano de’ Turchi, di cui ho parlato qui davanti, era tenuto il più valente e prode di tutta Paganìa. Egli portava nelle sue bandiere le armi dello imperadore che l’avea fatto Cavaliere, ed era la sua bandiera partita in banda, e nell’una banda e’ portava armi parecchie a quella del Soldano d’Aleppo, e nell’altra le armi del Soldanato di Babilonia. Suo nome era Sceceduno, com’io v’ho detto, figliuolo del Seicco, che tanto vale a dire in lor lingua, come nella nostra figliuolo del Veglio: ed un tal nome tenevano essi tra loro a gran cosa, perciò che sono le genti che più onorino i vecchi ed antichi, solo ch’essi si sieno guardati in giovinezza d’alcun malvagio rimproccio. Ora codesto Capitano, così come fu rapportato al Re per ispie, si vantò ch’e’ mangerebbe nella tenda del Re di Francia innanzi il giorno di S. Sebastiano ch’era prossimano a venire[63].

Or quando il Re ciò intese, egli disse che se ne prenderebbe ben guardia, e serrò sua oste e ne dette l’intesa alle sue genti d’arme. Donde il Conte d’Artese suo fratello fu commesso a guardare i belfredi e gl’ingegni; il Re ed il Conte d’Angiò, che dipoi fu Re di Sicilia, furo stabiliti a guardare il campo verso Babilonia, e il Conte di Poitieri ed io Siniscalco di Sciampagna a guardare il campo di verso Damiata. Ora avvenne tantosto, che quel Capitano de’ Turchi, avanti nominato, fece passare sue genti nell’isola che era tra lo fiume di Damiata e lo fiume di Rosetta, ove erano i nostri alloggiamenti, e fece arringare sue battaglie da l’un de’ fiumi sino all’altro. Il Conte d’Angiò, ch’era in quella parte, corse sui detti Turchi e ne isconfisse tanti da metterli in fuga, e molti ne furo annegati in ciascuno de’ detti fiumi. Ma tuttavia, egli ne dimorò gran parte, a chi nissuna cavalleria osava di urtare per li diversi ingegni ch’elli avevan tra loro, e de’ quali n’uscian per noi grandi mali. E a quella fiata che il detto Conte di Angiò assalì li Turchi, il Conte Guido di Forestà che era in sua compagnia, sdrucì a cavallo lui e suoi cavallieri per tra la battaglia de’ Turchi, e tirò oltra sino a un’altra battaglia di Saracini, e là fece maraviglie di sua persona. Ma ciò non ostante fu egli gittato a terra e n’ebbe la gamba spezzata, ed a braccia nel rimenarono due de’ suoi Cavalieri. E ben sappiate che a molto gran pena si potè ritrarre il Conte d’Angiò di quella mislèa, ove egli molte fiate fu in grande periglio, sicchè dappoi ne fu molto pregiato di quella forte giornata. Al Conte di Poitieri ed a me accorse un’altra gran battaglia dei detti Turchi. Ma siate certi che molto bene furono ricevuti ed altrettanto serviti. E ben bisogno lor fu ch’e’ trovassono la via per ove essi erano baldamente venuti, poichè ne femmo un’abbondosa tagliata, e ritornammo a salvezza negli alloggiamenti senza avere come niente perduto di nostre genti.