Capitolo XVI. Come la Petriera e gl’ingegni de’ Saracini, gittando il fuoco greco, abbruciassono due fiate i nostri Gatti incastellati.

Una sera avvenne che i Turchi ammenarono un ingegno ch’essi appellavano la Petriera, un terribile ingegno a mal fare, e lo misero a fronte a fronte dei gatti incastellati, che Messer Gualtieri di Curello ed io guardavamo in quella notte. Per lo quale ingegno essi ci gittavano il fuoco greco ad abbondanza e a gran furia, e questo era la più orribile cosa che unque mai io vedessi. Quando il buon Cavaliero Messer Gualtieri, mio compagno di scolta, vide questo fuoco, egli si gridò e ci disse: Signori, noi siamo perduti per sempre senza rimedio, perchè se essi bruciano i nostri gatti incastellati, noi ne siamo altresì arsi e bruciati; e se noi disertiamo nostra guardia, noi ne siamo onìti vituperosamente. Perchè io concludo che nullo non è che di questo periglio ci possa difendere, se non è Iddio il benedetto nostro Creatore. Sì dunque vi consiglio a tutti, che tutte e quante le fiate ch’essi ci gitteranno il fuoco greco, che ciascuno di noi cada sui ginocchi e sui cubiti, e gridi mercè a Nostro Signore, in chi è tutta possanza. E tantosto che i Turchi gittaro il primo colpo di fuoco, noi ci mettemmo aggombitati e ginocchioni appunto così come il produomo ci avea insegnato. E cadde il fuoco greco questa prima volta tra i nostri due gatti incastellati in uno spiazzo che loro era davanti, e che aveano fatto i nostri prolungando il dicco; ed incontanente quel fuoco fu spento da un uomo che avevamo proprio a ciò fare. Or la maniera del fuoco greco era tale ch’egli veniva ben davanti sì grosso che una botte, e dietro lasciava una coda durante circa una mezza canna di quattro palmi. Egli al suo venire di schianto facea tale bruìto da sembrare la saetta folgore che cadesse dal cielo, e rendea figura d’uno dragone volante per l’aere, e gittava sì gran chiarità e spereggio ch’egli ci si vedea entro il vallo come di giorno, accendendovisi la tenebra in vivo lume di fiamma. Tre fiate in quella nottata ci gittarono il detto fuoco colla Petriera, e quattro con la ballestra grossa a tornio[64]; e tutte le fiate che ’l nostro buon Re San Luigi udiva che ci gittavano così questo fuoco, egli si ponea ginocchioni, e tendendo le mani e levando la faccia al cielo, gridava ad alta voce a nostro Signore e diceva in plorando a grandi lagrime: Bel Sire Dio Gesù Cristo, guardate me e le mie genti! E poi che ’l fuoco c’era caduto innanzi, e’ mandava un suo ciambellano per sapere in qual punto noi eravamo, e se il fuoco ci aveva gravati. E ben credetemi che di sue buone preci ed orazioni noi ne avevamo mestieri; poichè l’una delle volte ch’e’ Turchi il gittarono, cadde il fuoco di costa al gatto incastellato che guardavano le genti di Monsignore di Corcenay, e ferì nella riva del fiume che era là davanti, e se ne venne dritto a loro tutto divampante ed ardente: perchè tantosto ecco venire correndo verso di me un Cavaliere di quella Compagnia, tuttavia gridando: Atateci, Sire, atateci o noi siamo tutti arsi, vedete là orrenda stroscia di fuoco greco che i Saracini ci han tratto, e che viene dritto al nostro castello. Ratto corremmo là, donde il bisogno era grande, poichè così come dicea il Cavaliere in così era, ed estinguemmo il fuoco a grande affanno e disagio, perchè dall’altra parte i Turchi ci tiravano attraverso il fiume dardi e verrettoni, di che tutto era pieno.

Il Conte d’Angiò fratello del Re guardava di giorno i gatti incastellati, e tirava nell’oste de’ Saracini con ballestre. Ora aveva comandato il Re che appresso che il Conte d’Angiò ci avea fatto il guato durante il giorno, noi altri della mia compagnia il facessimo durante la notte; donde eravamo a gran pena ed a grande sollicitudine, perchè li Turchi aveano già rotte e fracassate nostre tende e nostri ripari. Ora avvenne che codesti Turchi traditori ammenarono di giorno la loro Petriera davanti le nostre parate, quando il Conte d’Angiò le difendea. Ed aveano accoppiati tutti li loro ingegni, donde essi gittavano senza rallento il fuoco greco sul nostro argine traversagno tutto di faccia delle nostre bastite, sicchè nullo si osava mostrarsene fuora e scovrirsi; perchè in allora i nostri due gatti incastellati furo in un momento consumati e bruciati. Per la qual cosa il detto Conte d’Angiò, che li dovea guardare quel giorno, ne uscì quasi fuori del senno e si volea gittare di dentro il fuoco per estinguerlo o morirvi. Su di che i miei Cavalieri ed io dovemmo render grazie a Dio, perchè, se i Saracini avessero atteso a notte a far loro sforzo, noi ne saremmo stati tutti arsi e bruciati.

Il che veggendo il Re, fece egli una richiesta a’ suoi Baroni che gli donassono e trovassono modo di aver legname de’ vascelli ch’essi avevano sopra mare, ciascuno di sua parte il più che potrebbe, perchè non ci avea là intorno fusti o selve di che essi si fossero potuto atare; e così loro rimostrò il Re, donde ciascuno gliene servì ciò ch’egli potè. Ed avanti che il nuovo gatto incastellato fusse compito, il legname che vi fu impiegato venne stimato valere dieci mila lire e più, perchè potete conoscere che molti battelli ne furono perduti, e che noi ne eravamo allora in grande difetto. Quando il gatto fu all’intutto compiuto, il Re non volle punto ch’e’ fosse messo e piantato sino a quel giorno che ’l Conte d’Angiò suo fratello doveva farvi la guardia, e comandò che fosse rizzato nel proprio luogo ove li due altri erano stati bruciati. E ciò faceva egli, a fine di ricovrar l’onore del detto suo fratello, al guato del quale erano stati bruciati gli altri due gatti incastellati. E siccome lo Re volle, così fu fatto. Il che veggendo li Saracini da capo attirarono tutti i loro sedici ingegni, e di modo li accoppiarono che tutti insieme lanciavano al nostro gatto ch’era stato fatto di nuovo. E quando essi videro che le nostre genti dottavano d’andare e venire al gatto pel fitto de’ cantoni e pietre grosse e canterute che essi traevano, drizzaro la Petriera tutto di fronte al gatto incastellato, e lo arsero da capo col fuoco greco. E seconda gran grazia fece Nostro Signore a me ed a mei Cavalieri, perchè s’essi avessero atteso sino alla notte vegnente in che noi dovevamo tener la guardia, ne saremmo stati arsi od oniti come per simigliante vi dissi qui avanti.

Capitolo XVII. Qui conta del passaggio a guado del fiume di Rosetta.

Ciò vedendo il Re a tutta sua gente ne venne molto turbato in cuore, ed appellò tutti li suoi Baroni per consigliarlo sul che era a farsi. E videro per tra loro che possibile non era di fare un dicco per passare ai Turchi e Saracini, perchè le nostre genti non potevano tanto fare da una parte che più essi non affondassono ed allargassero dall’altra. Ed allora Messer Umberto di Belgioco Connestabile di Francia disse al Re che un uomo Beduino era venuto a lui, e gli avea detto: che se gli si volean donare cinquecento bisanti d’oro, ed egli ci insegnerebbe un buon guado a passare il fiume agevolmente a cavallo. A che il Re rispose che molto volontieri vi si accordava, ma ch’egli[65] tenesse verità di sua parte. E non volle quell’uomo insegnare il guado se primamente egli non ebbe i danari che gli eran stati promessi.

Per lo Re fu disposto che il duca di Borgogna e li Ricchi Uomini del paese d’oltremare, i quali erano accordanti con lui, guarderebbero l’oste e la manterebbono contra Saracini, e ch’elli e li suoi tre fratelli, che erano li Conti di Poitieri, di Artese e di Angiò, il qual ultimo fu poi Re di Sicilia, come ho detto davanti, colle loro genti a cavallo andrebbero vedere ed assaggiare il guado che il Beduino loro doveva mostrare: e ne fu messo giorno e fu assegnato a l’uno de’ tre dì di Carnasciale. E quando venne quel giorno noi montammo a cavallo, ed andammo al guado di quel Beduino tutti in punto di guerra. Ed in cavalcando, taluni si tiravano a randa della riva del fiume, e sendone la terra labile e intrisa, smucciavano ed avvallavano essi e loro cavalli nell’acque, e vi si annegavano miseramente. Ed il Re se n’avvide, e ne fece dimostranza agli altri, affine che tenendosi in sodo si desson guardia di non cadere. E tra gli altri cadde ed annegò Messer Giovanni d’Orleano il valente cavaliere Banneretto, che spiegava bandiera nell’oste di suo. E quando noi fummo al guado vedemmo da l’altra parte del fiume ben trecento Saracini tutti a cavallo, i quali guardavano quel passaggio. Allora noi entrammo entro il fiume, e vi trovarono i nostri cavalli assai buon guado e ferma terra, e tirammo contramonte l’acqua con buona riva a passar oltra, tanto che la Dio mercè noi passammo tutti senza dannaggio. E quando i Saracini ci videro così passare di forza, essi se ne fuggirono a grande aire[66].

Capitolo XVIII. Della battaglia che ne seguì oltre il fiume, ove fu morto il Conte d’Artese.

Avanti che partire il Re aveva appuntato che i Tempieri farebbono l’antiguarda, ed il Conte d’Artese suo fratello menerebbe la seconda battaglia. Ma sì tosto che ’l Conte d’Artese ebbe passato il fiume insieme a tutta sua gente d’arme, e ch’e’ videro i Saracini fuggire loro davanti, essi piccano li cavalli delli speroni e cominciano a correr sopra li Saracini. Donde la valente Milizia dell’antiguardo ne levò parola di corruccio, ma il Conte d’Artese non le osava rispondere o rattenersi per la paura di Messer Folcaldo del Melle che lo tenea per lo freno del suo cavallo, e che, sendo sordo, non udìa cosa che i Tempieri dicessono al Conte, ma gridava tuttavia a gola: or addosso, or addosso. Quando i Tempieri videro ciò, essi si pensaro essere oniti e diffamati se lasciavano andare il Conte d’Artese innanzi a loro, perchè tutti d’un accordo ferirono degli sproni tanto ch’e’ poterono, e perseguirono i Saracini fuggenti per mezzo la Città della Massora sino al campo posto verso Babilonia. Or quando finalmente ristettono e pensarono ritornare addietro, ecco li Turchi lanciar loro per a traverso le strette rughe della cittade gran forza di fromboli e di saettame, sicchè là fu morto il Conte d’Artese e il Sire di Coucy che si nomava Raullo, e tanto d’altri Cavalieri sino al numero di trecento, ed i Tempieri, in così come il loro Gran Maestro mi disse, vi perdettono bene dugento ottanta de’ suoi[67].

E i miei Cavalieri, Genti d’arme ed io vedemmo a man sinistra gran quantità di Turchi che s’armavano ancora, e incontanente corremmo sovr’essi. Ed in quella che li cacciavamo per mezzo loro oste, io scorsi un gran Saracino che montava sul suo cavallo, e gli teneva il freno un suo cavaliero: e intanto che il Saracino levò le mani alla sella per voler montare, io gli diedi della spada sotto le ditella tanto come potei metterla avanti, e lo freddai di quel colpo. Quando il Cavaliere vide il suo Sire morto, abbandonò egli signore e cavallo, e m’ispiò al ritornare, e mi venne colpire di sua lancia un sì gran colpo tra le spalle ch’elli mi gittò sul collo del mio cavallo, e mi tenne così pressato ch’io non poteva sguainar la spada che aveva cinta, ma mi bisognò tirare un’altra spada ch’io aveva alla sella del cavallo, donde bene mestieri me ne fu; e quando egli vide ch’io aveva la spada in pugno, elli ritirò di forza la lancia che io avea afferrata, e s’arretrò da me. Ora avvenne ch’io e i miei Cavalieri trovammo de’ Saracini fuora dell’oste, e ne vedemmo qua e là ben presso a sei mila che si erano gittati alla campagna e aveano abbandonati gli alloggiamenti: perchè quando essi ci ebber veduti così spartati, ci vennero correr sopra di gran randone, e là uccisono Messer Ugo di Tricciatello Signore d’Isconflano, il quale portava la bandiera della nostra compagnia: e parimente presono Messer Raullo di Guanone della detta nostra compagnia, lo quale essi avevano abbattuto a terra. E in quella che l’ammenavano i miei Cavalieri e me il conoscemmo, e lo andammo arditamente riscuotere e liberare dalle lor mani. Ed in ritornando di quello affronto li Turchi mi donarono di sì gran colpi che il mio cavallo s’agginocchiò del gran peso che gli toccò sentire, e me gittarono oltre per di sopra le orecchie sue. Di che tantosto mi raddrizzai mio scudo al collo e mia spada in pugno: ed allora si tirò verso me Monsignor Erardo di Esmerè, che Dio assolva, lo quale a somigliante essi avevano abbattuto a terra: e noi ci ritirammo insieme verso una magione, che colà presso era stata guasta per attendervi il Re che veniva, e trovar modo di ricovrare un cavallo. Ed in così che noi ne andavamo a quella magione, ecco qua una gran bandiera di Turchi, i quali venivano sovra noi correndo e passando oltre verso un’altra compagnia di nostre genti che colà presso reggea la puntaglia. Ed in passando essi mi gittano a terra di tal burina che lo scudo m’esce del collo, e mi calpestano per morto, donde guari non ne falliva. E quando furono passati, Messer Erardo mio compagnone mi venne a rilevar su, e così potemmo andare sino ai muri di quella magione disfatta. Ed a questi muri si resero a noi Messer Ugo di Iscossato, Messer Ferrante di Loppel, Messer Ranaldo di Menoncorto, ed altri più. E là ci vennero assalire li Turchi in maggior forza da tutte parti: e ne discese una parte d’essi dentro il casalone ove noi eravamo, e lungamente furono battagliando contra noi a la puntaglia e da presso. Allora i miei Cavalieri mi donaro a guardare un cavallo, ch’essi tenevano per paura ch’e’ si fuggisse, e si dettono a difendersi vigorosamente contra li Turchi, ed in tal maniera che grandemente lodati ne furo da alquanti produomini che li vedevano. Là fu ferito Messer Ugo di Iscossato di tre grandi piaghe nel viso ed altrove. Messer Raullo e Messer Ferrante a simigliante furono naverati alle spalle talmente che il sangue sortiva di loro piaghe tutto così che d’una botte sorte il vino. Messere Erardo d’Esmerè fu naverato per mezzo il viso d’una spada che gli trinciò tutto il naso tanto che gli cadeva sulla bocca. Adunque in quella distretta mi sovvenne di Monsignore San Jacopo, e gli dissi: Bel Sire San Jacopo, io ti supplico aiutami e mi soccorri a questo bisogno. E tantosto ch’io ebbi fatto mia preghiera Messer Erardo mi disse: Sire, se voi non pensaste ch’io il facessi per fuggirmi ed abbandonarvi, io v’andrei inchiedere Monsignore il Conte d’Angiò ch’io vedo là in quei campi. Ed io gli risposi: Messer Erardo, voi mi fareste grande onore e grande piacere se voi ci andaste chiedere aiuto per salvarci le vite, giacchè la vostra è bene in grande avventura. E bene io ne dicea il vero perchè elli ne morì poco stante di quella nàvera. E tutti furono altresì d’opinione ch’elli ci andasse cercar soccorso. Allora gli lasciai andare il cavallo suo ch’io tenea per lo freno, ed egli ratto se ne corse al Conte d’Angiò richerendogli che ci venisse soccorrere nel periglio ove noi eravamo. E là ci ebbe un gran Sire con lui che ne lo voleva guardare, ma il buon Signore non ne volle niente credere, anzi girò il suo cavallo, ed accorse con alquanto delle sue genti piccando delli speroni. E quando li Saracini il videro venire essi ci lasciarono, ma come e’ vennero in effetto, scorsero li Saracini i quali tenevano Messer Raullo di Guanone e l’ammanavano tutto ferito, perchè incontanente mossero a ricovrarlo, ma lo riebbero in ben pietoso e miserevole punto.