Un’altra cosa vidi, in quella che ’l Re attendeva sul fiume il pagamento ch’elli facea fare per riavere suo fratello il Conte di Poitieri; e questa fu che venne al Re un Saracino molto bene abbigliato, e molto bell’uomo a riguardare. E presentò al Re del lardo strutto in orciuoli, e dei fiori di diverse maniere, i quali erano molto odoranti, e gli disse: ch’egli erano i figliuoli di Nazac Soldano di Babilonia ch’era stato ucciso, che gli facevano il presente. Quando il Re udì quel Saracino parlar francesco, gli domandò chi glielo aveva sì bene appreso. Ed egli rispose che esso era Cristiano rinegato. E incontinente il Re gli disse, ch’e’ si tirasse a parte e al tutto fuori di sua presenza, poichè non gli sonerebbe più motto. Allora, trattolo disparte, lo inchiesi come egli avea rinegato, e donde era. E quel Saracino mi disse ch’egli era nato di Provino, e venuto in Egitto col fu Re Giovanni, ch’era maritato in Egitto e che vi avea di molti beni. Ed io gli soggiunsi: E non sapete voi a bastanza che, se moriste in tal punto, voi discenderete tutto dritto in inferno, e vi sarete dannato per sempre? Ed egli mi rispose: che certo sì, e che sapea bene com’egli non ci fosse legge migliore di quella de’ Cristiani; ma, parlò egli: io temo, se riedessi verso voi, la povertà ove sarei, e gl’infami rimprocci che l’uomo mi darebbe tutto il lungo della mia vita, appellandomi Rinegato, Rinegato. Pertanto io amo meglio vivere a mio agio e ricco, che divenire in tal punto. Ed io gli rimostrai ch’egli valeva troppo meglio temere l’onta di Dio e quella di tutto il mondo, quando, al finale Giudicamento, tutti misfatti saranno manifestati a ciascuno, e poi appresso essere dannati senza ritorno. Ma tutto ciò non mi servì di niente, ed anzi se ne partì da me, ed unqua più non lo vidi.
Capitolo XXXX. Di ciò che avvenne in Damiata alla buona Dama Madonna la Reina.
Qui davanti avete udito le grandi persecuzioni e miserie che ’l buon Re San Luigi e tutti noi abbiamo sofferte ed addurate oltre mare. Ora anche sappiate che la Reina, la buona Dama, non ne iscapolò punto senza averne la parte sua, e ben aspra al cuore, siccome udirete qui appresso. Perchè tre giorni avanti ch’ella partorisse, le vennero le amare novelle che ’l Re suo buon barone era preso. Delle quali novelle ella ne fu così turbata in suo corpo, ed a sì grande misagio, che senza posa in suo dormire le sembrava che tutta la camera fusse piena di Saracini venuti per ucciderla, e senza fine gridava: a l’aiuto a l’aiuto, là dove anche non c’era anima. E di grande paura che il frutto ch’ella portava non ne perisse, faceva durare tutta notte un Cavaliero al piede del suo letto senza dormire. Il qual Cavaliero era provato ed antico di ottant’anni e più: ed a ciascuna fiata ch’ella isgridava, ed egli la tenea per mezzo le mani, e le diceva: Madonna la Reina, state, io sono con voi, non aggiate paura. E avanti che la buona Dama, infantando, si dovesse giacere, ella fece vuotar la camera de’ personaggi che vi erano, fuor che di quel vecchio Cavaliere, e quando fu sola con lui, gli si gittò innanzi a ginocchi, e lo richiese che le donasse un dono. E il Cavaliere glielo ottriò per suo sagramento. E la Reina gli va dire: Sir Cavaliere, io vi richieggo sulla fede che voi m’avete donata, e per la fede che dovete al Re mio e vostro Signore, che se i Saracini prendessono Damiata, durante il tempo di mio giacere, che voi mi tagliate il capo avanti ch’essi possano toccare al mio corpo. E il Cavaliere con sereno viso le rispose, ch’egli molto volentieri il farebbe, e che già avea avuto in pensiero di così fare se il caso fosse accaduto.
Nè tardò guari che la Reina isgravossi nel detto luogo di Damiata d’un figliuolo ch’ebbe in nome Giovanni, ed in suo sovranome Tristano, per ciò ch’egli era nato in tristezza ed in povertà. E il proprio giorno ch’ella isgravossi, fulle detto che tutti quelli di Pisa e di Genova, e tutta la povera Comune che era nella Città, se ne volevano fuggire e lassare il Re. E la Reina li fece venire davanti il suo letto e loro domandò e disse: Signori, per la Dio mercè vi supplico ch’egli vi piaccia non abbandonar mica questa Città, perchè voi sapete bene che Monsignore lo Re, e tutti coloro che sono con lui sarebbono tutti perduti: e tuttavia s’egli non vi viene a piacere di così fare, almeno aggiate pietà di questa povera cattiva Dama che costì giace, e vogliate tanto attendere ch’ella sia rilevata. E coloro le rispuosono, ch’egli non era possibile, e ch’essi morrebbono tutti di fame in così fatta cittade. Ed ella loro rispose ch’e’ già non vi morrebbon di fame, e ch’ella farebbe accattare tutta la vittovaglia che si potrebbe trovare nella cittade, e ch’ella li terrebbe oggimai alle spese del Re. E così le convenne fare, e fece comprare di vittovaglia ciò ch’uomo ne potè trovare, ed in poco di tempo, avanti il suo rilevamento le costò trecensessanta mila lire e più per nodrire quelle genti; e ciò non ostante convenne alla buona Dama levarsi avanti il suo termine, e ch’ella andasse ad attendere nella Città d’Acri, per ciò che bisognava rilasciare Damiata ai Turchi ed ai Saracini.
Capitolo XXXXI. Qui dice il conto come ’l Re sofferse disagio in nave, e come io ebbi in Acri molte tribolazioni.
Dovete anche sapere che sebbene il Re avesse sofferto molto di male, ancora quand’egli entrò nella sua nave, le genti sue non gli avevano niente apparecchiato, come di robbe, letto, sdraio, nè altro bene o conforto alcuno; ma gli convenne giacere per sei giorni sulle materassa, sino a ciò che fussimo in Acri. E non aveva il Re nullo abbigliamento che due robbe che il Soldano gli avea fatto tagliare, le quali erano di sciamito nero foderate di vajo e di piccol grigio, con bottoni d’oro a fusone. Immentre che noi fummo sovra mare e che andavamo in Acri, io mi sedeva sempre appresso il Re, perciò che era malato. Ed allora mi contò elli come era stato preso, e come avea poscia procacciato la sua redenzione e la nostra per lo aiuto di Dio. E similmente gli venni io contando come era stato preso sull’acqua, e come un Saracino m’avea salvato la vita: sul che il Re mi diceva che grandemente era tenuto a Nostro Signore, quando elli mi avea stratto di così greve pericolo. Ed intra l’altre cose il buon santo Re lamentava a meraviglia la morte del Conte d’Artese suo fratello, perchè un giorno domandò che facesse l’altro suo fratello il Conte d’Angiò, e si dolse ch’egli non gli tenesse mai altrimenti compagnia, tuttocchè elli fussono insieme in una galea. Rapportarono allora al Re ch’egli giucava alle tavole con Messer Gualtiero di Nemorso. E quand’ebbe ciò inteso, si levò egli, e, vagellando per la grande fievolezza di malattia, cominciò ad andare, e quando fu sopra loro, prese i dadi e le tavole, e tutto gittò in mare, e si corrucciò fortemente al fratello di ciò ch’egli s’era sì tosto preso a giucare ai dadi, e che altrimenti non gli sovvenìa più della morte di suo fratello il Conte d’Artese, nè de’ perigli da’ quali Nostro Signore graziosamente li aveva diliberati. Ma Messer Gualtiero di Nemorso ne fu il meglio pagato, perchè il Re gittò tutti i danari suoi ch’egli vide sul tavolieri, appresso i dadi e le tavole, in mare.
E qui diritta voglio io ben raccontare alcune grandi persecuzioni e tribolazioni che mi sovvennero in Acri, delle quali i due, in chi aveva perfetta fidanza, mi diliverarono; ciò furo Nostro Signore Iddio e la benedetta Vergine Maria. E ciò dico io a fine d’ismuovere coloro che l’intenderanno ad avere altresì perfetta fidanza in Dio, e pazienza nelle loro avversità e tribolazioni, ed elli âterà loro così come ha fatto a me molte fiate. Or dunque diciamo, siccome allora che ’l Re giunse in Acri quelli della cittade lo vennero ricevere sino alla riva del mare con loro processioni a gioia e passa gioia. E ben tosto il Re m’inviò cherère, e mi comandò espressamente, su quel tanto ch’io avea caro suo amore, ch’io dimorassi a mangiare con lui sera e mattina, sin ch’egli avesse avvisato se noi ne anderemmo in Francia, o dimoreremmo colà. Io fui alloggiato presso il Curato di Acri, là ove il Vescovo di detto luogo m’avea statuito lo alloggiamento, e là io caddi grievemente malato: e di tutte mie genti non mi rimase un valletto solo, chè tutti dimoraro al letto malati come me. E non ci avea anima che mi riconfortasse d’una sol volta a bere; e per meglio allegrarmi tutti i giorni io vedeva per una finestra ch’era nella mia camera, apportare ben venti corpi morti alla Chiesa per interrarli: e quando io ne udia cantare Libera me, mi prendea a plorare a calde lagrime, in gridando a Dio mercè, e che suo piacer fosse il guardar me e le mie genti di quella fiera pistolenza che vi regnava; e così graziosamente Egli fece.
Capitolo XXXXII. Come ’l Re tenne consiglio del ritornare in Francia o del rimanere in Terra Santa, e come s’attenne al rimanere.
Tantosto appresso il Re fece appellare i suoi fratelli e ’l Conte di Fiandra, e tutti gli altri gran personaggi che avea con lui a certo giorno di domenica. E quando tutti furono presenti, egli loro disse: Signori, io v’ho fatto cherère per dire a voi delle novelle di Francia. Egli è vero che Madama la Reina mia madre mi ha mandato ch’io me ne venga frettolosamente, che ’l mio Reame è in grande periglio, perchè non ho pace nè tregua col Re d’Inghilterra. Ed egli è vero altresì che le genti di questa terra mi vogliono guardare dello andarmene, dicendo che s’io me ne vo, adunque la loro terra sarà perduta e distrutta, e ch’essi se ne verranno tutti appresso me. Pertanto vi prego che ci vogliate propensare, e che dentro otto giorni me ne rendiate risposta.
La domenica seguente tutti ci presentammo davanti ’l Re per donargli risposta di ciò ch’elli ci avea incaricato dirgli, intorno la sua andata, o la sua dimorata. E portò per tutti la parola Monsignore Messer Guido Malvicino, e disse così: Sire, i Monsignori vostri fratelli, e gli altri personaggi che qui sono, hanno riguardo al vostro Stato, ed hanno conoscenza che voi non avete punto podere di dimorare in questo paese all’onore di Voi ed al profitto del Reame vostro. Perchè in primiero luogo di tutti vostri Cavalieri che ammenaste in Cipri, di due mila ottocento, egli non ve ne è anche dimorato un centinaio. Per altra parte Voi non avete punto di abitazione in questa terra, ed altresì vostre genti non hanno punto nullo danaio. Perchè tutto considerato e propensato, tutti insieme vi consigliamo che Voi andiate in Francia a procacciare genti d’arme e danari, perchè rifornitovene possiate sollicitamente rivenire in questo paese per vendicanza prendervi degl’inimici di Dio e di sua Legge.