Quando il Re ebbe udito il consiglio di Messer Guido, egli non fu punto contento di ciò, anzi dimandò in particolare a ciascuno ciò che ben gli sembrava di questa materia, e primieramente al Conte d’Angiò, al Conte di Poitieri, al Conte di Fiandra, e agli altri gran personaggi, i quali erano davanti a lui, li quali tutti risposero ch’essi erano dell’opinione di Messer Guido Malvicino. Ma ben fu costretto il Conte di Giaffa, che aveva delle castella oltre mare di dire la sua opinione in questo affare; il quale, appresso il comandamento del Re, disse che la sua opinione era che, se il Re poteva tenere alloggiamento in campo, sarebbe stato di suo grande onore il dimorare, più che il ritornarsene così a maniera di vinto. Ed io ch’era a punto il quattordicesimo là assistente, risposi alla mia volta, che teneva l’opinione del Conte di Giaffa. E dissi per mia ragione, correr voce che ’l Re non aveva ancor messo nè impiegato alcun danaro di suo tesoro, ma che avea solamente dispeso quello de’ Maestri Cherci delle sue finanze; e che per ciò esso Re doveva inviare a cherère nei paesi della Morea e d’oltre mare, Cavalieri e genti d’armi a buon numero, e che quando s’udrà dire ch’egli largheggia di gaggi, avrà tantosto ricovrato genti da tutte parti, perchè potrà esso Re diliverare tanti poveri prigionieri, che sono stati presi al servigio di Dio e suo, che giammai non usciranno di lor prigioni s’egli se ne va senz’altro così. E sappiate che della mia opinione non fui io mica ripreso, ma molti si presero a piangere, perchè non ci avea guari colui, il quale non avesse alcuno de’ suoi parenti cattivo nelle prigioni de’ Saracini. Appresso me, Monsignor Guglielmo di Belmonte disse che la mia opinione era assai buona, e ch’e’ s’accordava a ciò ch’io avea detto. Appresso queste cose, e che ciascuno ebbe ordinatamente risposto, il Re fu tutto turbato per la diversità delle opinioni di suo Consiglio, e prese termine d’altri otto giorni per dichiarare ciò ch’elli ne vorrebbe fare. Ma ben dovete sapere, che quando noi fummo fuori della presenza del Re, ciascuno de’ Signori mi cominciò ad assalire, e mi diceva per dispetto ed invidia: Ah! certo il Re è folle, s’egli non crede a voi, Sire di Gionville, per disopra tutto il Consiglio del Reame di Francia. Ed io me ne tacqui, e stetti chiotto e pacioso.
Tantosto le tavole furono messe per andare a mangiare. Aveva sempre il Re in costume di farmi sedere alla sua tavola, se i fratelli suoi non vi fussono, ed anche usava in mangiando dirmi sempre alcuna cosa. Ma in quell’ora unqua motto non mi sonò, nè volse il viso verso di me. Allora mi pensai ch’elli fusse mal contento di me, perciò che aveva detto ch’e’ non avea ancora dispeso di suo tesoro, e che ne dovea dispendere largamente. Ed in così, com’elli ebbe reso grazie a Dio appresso suo desinare, io m’era ritirato ad una finestra ferrata ch’era presso il capezzale del letto del Re, e teneva le braccia passate per le barricelle dell’inferrata tutto pensivo: e diceva in mio cuore ch’ove il Re se n’andasse a questa fiata in Francia, che io men’andrei verso il Principe d’Antiochia, il quale era di mio parentado. Ed in così com’io era in tale pensiero, il buon Re si venne ad appoggiare sulle mie spalle, e mi tenea la testa per di dietro alle sue due mani. Ed io feci stima che fusse Monsignor Filippo di Nemorso che m’avea fatto troppo di noia quella giornata per lo consiglio ch’io avea donato; e cominciai a dirgli: Lasciatemi in pace Messer Filippo, in mala avventura che vi colga. E tornai il viso, ed il Re mi vi passò sovra le mani, e tantosto io seppi bene ch’elle erano le mani del Re ad uno smeraldo che aveva al dito, e me ne ismossi confuso come colui ch’avea mal parlato. E il Re mi fece dimorare tutto chiotto e poi mi va a dire: Venite qua, Sire di Gionville, come siete voi stato sì ardito di consigliarmi, contro tutto il Consiglio dei grandi personaggi di Francia, voi che siete giovine uomo, che io deggia dimorare in questa terra? Ed io gli risposi, che s’io lo aveva ben consigliato, ed egli credesse al mio consiglio; se male, non vi credesse punto e lo rifiutasse. Allora elli mi domandò, s’egli dimorasse, s’io vorrei dimorare con esso lui: Ed io risposi, che sì certamente, fosse ciò a mio spendio o all’altrui. Ed allora il Re mi disse che buon grado mi sapeva di ciò ch’io gli avea consigliato la dimoranza, ma che non lo dicessi a nessuno. Donde per tutta quella settimana io fui sì gioioso di ciò che m’avea detto, che nullo male più mi gravava, e mi difendeva arditamente contro gli altri Signori che me ne assalivano. E sappiate che l’uomo appella i paesani di quella terra Pullani[79], e fu avvertito Messer Piero d’Avallone, che era mio cugino, che mi si dava per istrazio un siffatto appellativo, perch’io aveva consigliato al Re la sua dimora coi Pullani. Perchè esso mi mandò ch’io me ne difendessi contro i linguardi, e dicessi loro ch’io amava meglio esser Pullano che Cavalier ricreduto com’essi erano.
Passata la settimana e venuta l’altra domenica, tutti ritornammo di verso il Re, e quando noi fummo presenti, egli cominciò a segnarsi del segno della Croce, soggiugnendo che ciò era lo insegnamento di sua Madre, la quale gli aveva appreso che qualora volesse qualche parola dire ch’egli così facesse, ed invocasse lo aiuto di Dio e dello Spirito Santo; e tali furono le parole del Re: Signori, io ringrazio voi che mi avete consigliato d’andarmene in Francia, e parimente ringrazio voi che mi consigliaste ch’io dimorassi in questo paese. Ma mi sono dappoi avvisato che, quando io dimorassi, non per ciò il mio Reame ne sarebbe in maggior periglio, perchè Madama la Reina mia Madre ha assai genti per difenderlo; ed ho altresì avuto riguardo al detto dei Cavalieri di questo paese, i quali affermano, che s’io mi metto in via, il Reame di Gerusalemme sarà perduto, perciocchè non vi dimorerà nullo appresso la mia partenza. Pertanto ho io fatto stima che son qui venuto per guardare esso Reame di Gerusalemme dall’essere interamente conquiso, e non punto per lasciarlo perdere, talchè, Signori, io vi dico, che se v’ha tra voi tutti chi voglia dimorar meco, si dichiari arditamente, ed a questi io prometto che donerò tanto, che la coppa sarà loro non mia[80], ed altresì facciano quelli che non vorranno dimorare, e dalla parte di Dio possano essi compiere il lor volere. Appresso queste parole, molti ce n’ebbe d’isbaìti, e che cominciarono a piangere a calde lagrime.
Capitolo XXXXIII. Come ’l Re tenne a suo spendio me e la mia bandiera sino al tempo di Pasqua a venire.
Dopo che ’l Re ebbe dichiarato la sua volontà, e che sua intenzione era di dimorar là, elli ne lasciò venire in Francia i suoi fratelli. Ma io non so punto bene se ciò fu a loro richiesta, o per la volontà del Re, e fu al tempo intorno alla San Giovanni Battista.[81] E tantosto appresso che i suoi fratelli furono partiti da lui per venirne in Francia, il Re volle sapere come le genti, ch’erano dimorate con lui, aveano fatto diligenza di ricovrar genti d’arme. E il giorno della festa di Monsignor Santo Jacopo, di cui io era stato pellegrino per lo gran bene ch’e’ m’avea fatto, dopo che ’l Re, la messa udita, s’era ritratto in sua camera, appellò de’ suoi principali di consiglio, ciò furono Messer Piero Ciambellano, che fu il più leale uomo e il più dritturiere ch’io vedessi unqua nella magione del Re, Messer Gioffredo di Sergines il buon Cavaliero, Messer Gille il Bruno il buon produomo, e le altre genti di suo Consiglio, colle quali era altresì il buon produomo a chi il Re avea donato la Connestabilìa di Francia appresso la morte di Messer Imberto di Belgioco. E loro domandò ’l Re quali genti e qual numero essi avevano ammassato per rimetter su il suo esercito, e siccome scorrucciato diceva loro: Voi ben sapete ch’egli ha un mese, o intorno, ch’io vi dichiarai che la mia volontà era di rimanere, e non ho ancora udito alcune novelle che voi abbiate fatto arma di Cavalieri nè d’altre genti: così fu che gli rispose Messer Piero Ciambellano per tutti gli altri: Sire, se noi non abbiamo ancora fatto niente di ciò, egli è per non potere; poichè senza falta ciascuno si fa sì caro, e vuol guadagnare sì gran prezzo di gaggi, che noi non oseremmo prometter loro di dare ciò ch’essi dimandano. E il Re volle savere a chi essi aveano parlato, ed anche chi erano coloro i quali domandavano sì grossi gaggi. E tutti risposero che era io, e che non voleva star contento alla mezzolanità. Ed io udiva tutte queste cose istando nella camera del Re, e ben sappiate che gli dicevano tali parole di me le genti sunnominate di suo Consiglio, per ciò che gli avea consigliato, contro la loro opinione, ch’elli dimorasse, e che del ritornare in Francia non fosse niente. Allora mi fece appellare il Re, e tantosto andai a lui, e me gli gittai davanti a ginocchi; ed elli mi fece levare e sedere; e quando fui assiso, mi va a dire: Siniscalco, voi sapete bene ch’io ho sempre avuto fidanza in voi, e vi ho tanto amato, e tuttavolta le mie genti m’han rapportato che voi siete sì duro ch’essi non vi possono contentare di ciò che vi prometton di gaggi, or come è ciò? Ed io gli risposi: Sire, io non so a punto ciò ch’essi vi rapportino, ma quanto è di me, s’io dimando buon salario, non ne posso altro; perchè voi sapete bene che quando fui preso sull’acqua, allora io perdei quanto che avea, senza che mi dimorasse nulla dal corpo in fuori, e per ciò non potrei io intertenere mie genti a poco di cosa. E ’l Re mi domandò quanto io voleva avere per la mia compagnia sino al tempo di Pasqua a venire[82], che erano li due terzi dell’annata. Ed io gli dimandai due mila lire. Or mi dite, parlò il Re, avete qualche Cavaliero con voi? Ed io gli risposi: Sire, ho fatto dimorare Messer Piero di Pontemolano ed altri due Banneretti, che mi costano quattrocento lire ciascuno. E allora contò il Re sulle sue dita, e mi disse: Sono dunque milla e dugento lire che vi costeranno i vostri Cavalieri e lor genti d’arme. Al che soggiunsi: Or riguardate pertanto, Sire, s’egli non farà d’uopo di ben ottocento lire per montarmi di arnesi e cavalli, e per dare a mangiare ai miei Cavalieri sino al tempo di Pasqua? Allora il Re disse alle genti di suo Consiglio ch’egli non vedeva punto in me d’oltraggio nè di dismisura, e mi va a dire, ch’elli mi riteneva a suo spendio.
Capitolo XXXXIV. Di tre Imbasciate che vennero al Re in Acri.
Tantosto appresso non tardò guari che lo Imperatore Federigo di Lamagna inviò un’Ambasciata di verso il Re, e per sue lettere di credenza diceva commente elli andava a scrivere al Soldano di Babilonia, di cui mostrava ignorare la morte, sì ch’elli credesse alle genti sue che inviava verso di lui, e, che ad ogni modo liberasse il Re, e’ Crociati di cattivitade. E molto bene mi sovviene come alquanti dissero che punto non avrebbon voluto che l’Ambasciata di quello Imperador Federigo li avesse trovati tuttavia prigionieri; perchè essi si dubitavano che ciò facesse quell’Imperadore per farci sostenere più strettamente e per meglio ingombrarci. Ma quando essi ci ebbero trovati diliveri ritornarono prestamente verso il loro Signore.
Parimente appresso quell’Ambasciata, venne al Re l’Ambasciata del Soldano di Damasco sino in Acri, e per quella esso Soldano si lagnava degli Almiranti di Egitto ch’aveano ucciso il Soldano di Babilonia, il quale era suo cugino; e gli prometteva che se il volea soccorrere contro di loro, che elli gli rilascierebbe il Reame di Gerusalemme ch’esso tenea. Il Re rispose alle genti del Soldano, si ritirassono ai loro alloggiamenti, ed esso di breve farebbe risposta a ciò che il Soldano gli mandava; e così se ne andarono a prendere stanza. E subito appresso ch’essi furono alloggiati, il Re trovò in suo Consiglio, ch’egli invierebbe la risposta al Soldano di Damasco per mezzo di un proprio messaggere, e trametterebbe con essi un Religioso, che avea nome Frate Ivo il Bretone, il quale era dell’Ordine de’ Fratelli Predicatori. E tantosto fue fatto venire Frate Ivone, e il Re inviollo verso gli Ambasciadori del Soldano a dire che ’l Re voleva ch’e’ se n’andasse con loro a Damasco per rendere la risposta ch’esso Re inviava al Soldano, e ciò perch’egli intendeva e parlava il saracinesco. E così puntualmente fece il detto Fra’ Ivo. Ma ben voglio qui raccontare una cosa che udii dire al medesimo Frate, la quale è che, andandosene dalla magione del Re allo alloggiamento degli Ambasciadori del Soldano, trovò per mezzo la ruga una femmina molto antica, la quale portava nella sua mano destra una scodella piena di fuoco, e nella mano sinistra una fiala piena d’acqua. E Frate Ivo le domandò: Femmina, che vuoi tu fare di questo fuoco e di quella acqua che tu porti? Ed ella gli rispose che del fuoco volea bruciare il paradiso, e dell’acqua voleva stutare lo inferno, affinchè giammai non ne fusse più nè dell’uno nè dell’altro. E ’l Religioso le domandò, perchè ella diceva tali parole. E colei gli rispose: Per ciò ch’io non voglio mica che nullo faccia giammai bene in questo mondo per averne il Paradiso in guiderdone, nè così che nullo si guardi di peccare per iscuriccio del fuoco infernale. Ma ben lo dee uom fare per lo intiero e perfetto amore che noi debbiamo avere al nostro creatore Sire Iddio, il quale è lo bene sovrano, e che ci ha amato tanto ch’elli s’è sottomesso a morte per nostra redenzione, e per detergere lo peccato del nostro archiparente Adamo, e così menarci a salvezza.
Infrattanto come lo Re soggiornò in Acri vennero di verso lui li Messaggeri del Principe de’ Beduini, che si appellava il Vecchio della Montagna. E quando il Re ebbe udito sua messa al mattino, elli volle udire ciò che li detti messaggeri avevano in loro mandato, ed essi venuti davanti il Re, furono fatti assedere per dire il messaggio; e cominciò un Almirante che là era di domandare al Re s’elli conosceva punto Messere il Principe della Montagna. E lo Re gli rispose, che no, perchè, non l’aveva visto giammai, ma bene aveva udito parlare di lui. E lo Almirante disse al Re: Sire, poi che voi avete udito parlare di Monsignore, io mi meraviglio molto che voi non gli abbiate inviato tanto del vostro che voi ne aggiate fatto un vostro amico, in così che fanno lo Imperadore di Lamagna, il Re d’Ungheria, il Soldano di Babilonia, e più altri Re e Principi grandi, tutti gli anni, per ciò ch’essi conoscono bene che senza lui essi non porriano durare nè vivere, se non tanto ch’elli piacerebbe a Monsignore; e per ciò ci ha inviati elli di verso voi, per dire ed avvertirvi che ne vogliate fare così, o per lo meno che lo facciate tener quieto del tributo ch’elli deve ciascun anno al Gran Maestro del Tempio, ed allo Spedale, e ciò facendo egli si terrà a pagato da voi. Ben dice Monsignore che s’elli facesse uccidere il Maestro del Tempio o dello Spedale, che tantosto e’ ce n’arebbe un altro altresì buono, e per ciò non vuole elli mica mettere sue genti in avventura di periglio, ed in luogo dove non vi saprebbe niente guadagnare. Il Re loro rispose ch’e’ si consiglierebbe, e ch’essi rivenissero sulla sera di verso lui, ed allora ne renderebbe risposta.
Quando si venne al vespro, e ch’elli furono rivenuti davanti il Re, essi trovarono con lui il Maestro del Tempio da una parte, e il Maestro dello Spedale dall’altra. Allora il Re disse loro che di ricapo dicessero il loro caso e il dimando che avean fatto al mattino. Ed essi rispuosono ch’e’ non erano punto consigliati di dirli ancora una fiata, fuorchè davanti quelli stessi ch’erano presenti al mattino. E allora li Maestri del Tempio e dello Spedale loro comandarono fieramente ch’essi li dicessero ancora una fiata. E lo Almirante obbedì ripetendo ciò ch’avea detto al mattino davanti ’l Re tutto così com’è contenuto di sopra. Appresso la qual cosa li Maestri disser loro in saracinesco che venissero al mattino a parlare con essi, e che n’avrebbono tutt’insieme la risposta del Re. Perchè al mattino quando furono davanti li gran Maestri suddetti, questi loro dissero, che molto follemente e troppo arditamente il loro Sire avea mandato al Re di Francia tali cose e tanto dure parole, e che se non era per l’onore del Re, e per ciò ch’elli erano venuti davanti a lui come messaggeri, li farebbono essi tutti annegare e gittar nel cupo del mare d’Acri in dispetto del loro Signore. Perchè vi comandiamo, soggiunsero li Gran Maestri, che voi ve ne ritorniate verso il vostro Signore, e che dentro quindici giorni apportiate al Re lettere del vostro Principe, per le quali esso Re sia contento di lui e di voi. E veramente entro la prescritta quindicina li messaggeri di quel Principe della Montagna rivennero di verso il Re e gli dissero: Sire, noi siamo rivenuti a voi da parte del nostro Sire, il quale vi manda che tutto siccome la camicia è lo abbigliamento il più presso del nostro corpo, così similmente vi invia egli la sua camicia che qui vedete, donde elli vi fa un presente, in significanza che voi siete quel Re, cui egli ama a più avere in amore, e ad intertenere. E per più grande assicuranza di ciò, vedete qui il suo annello ch’elli v’invia, che è di fino oro, e nel quale è inscritto il suo nome: e di questo annello vi disposa il nostro Sire, e intende che da oggi mai siate con lui tutto a uno come le dita della mano. E intra l’altre cose inviò quel Vecchio della Montagna al Re uno elefante di cristallo, e figure d’uomini di diverse fazioni in cristallo, e tavole e scacchi altresì, il tutto fatto a rifioriture d’ambra rilegate sul cristallo a belle roselline e giràli di oro puro. E sappiate che sì tosto che i messaggeri ebbero aperto l’astuccio ove erano gli donativi, tutta la camera fu incontanente imbalsamata del grande e soave olore che sentivano quelle cose.