Ora vi dirò io dello stato del Re, e come egli si mantenne d’ora in avanti ch’e’ fu venuto d’oltremare. Sappiate dunque che dappoi non volle unqua portare ne’ suoi abiti nè vaio minuto, nè picciol grigio, nè iscarlatto, nè staffe e speroni dorati. Le sue robbe erano di cammelino o di perso, e le pellicce e i soppanni delle sue mantelline erano di coniglio o di lepre. Nella bocca sua fu assai sobrio nè divisò giammai che gli si apprestassero vivande deliziose e diverse, ma prendeva paciosamente ciò che gli venia messo dinanzi. Il suo vino attemperava d’acqua secondo la forza d’esso vino, e beveva in calice di cristallo. Comunemente quando e’ mangiava aveva dietro di sè i poveri, che facea pascere del suo servito, e poi appresso donare di suo danaro. Levate le tavole, aveva i suoi Preti che gli rendevano le grazie a Dio. E quando qualche gran personaggio istrano mangiava con lui, egli era loro di molto buona ed amorevole compagnia. Della saggezza sua poi vi dirò io ch’elli era tenuto pel più savio uomo di tutto suo Consiglio; e che quando gli arrivasse cosa a che bisognasse rispondere necessariamente senza rattento, giammai non attendeva egli il Consiglio suo, ma rispondeva di tratto allorchè erano richieste celeritade e drittura. Appresso il buon Re San Luigi procacciò tanto ch’egli fece venire a lui in Francia il Re d’Inghilterra, colla Reina e’ figliuoli per far pace ed accordo intra loro. Alla qual pace fare, erano assai contrarie le genti di suo Consiglio, e gli dicevano: Sire, noi siamo grandemente meravigliati comente voi vogliate consentire a bailire e lasciare al Re d’Inghilterra sì gran parte di vostre terre, che voi e’ predecessori vostri avete acquistate sovra di lui per li suoi misfatti: donde egli ci sembra che non ne siate punto bene avvertito, e che grado nè grazia non ve ne saprà egli. A ciò il Re rispondeva, ch’egli sapeva bene che il Re d’Inghilterra ed il suo predecessore avevano giustamente ed a buon diritto perdute le terre ch’egli teneva, e che non intendeva render loro alcuna cosa al che fare fosse egli tenuto; ma facevalo solamente per amore, pace ed unione avere, nodrire ed intertenere intra essi, e’ figliuoli loro che erano insieme cugini germani. E soggiungeva il Re: io penso che, ciò facendo, farò ovra molto buona e prosperosa, perchè in primo luogo ne acquisterò ferma pace, ed in appresso io ne lo farò mio uomo ligio e di fede, visto che sin qui non è egli ancora entrato in mio omaggio. E già il Re San Luigi fu l’uomo del mondo che più si travagliò a fare e mettere pace e concordia tra’ suoi soggetti, e per ispeciale intra li Principi e Signori di suo Reame e dei vicini, siccome fu intra il Conte di Chalone mio zio ed il Conte di Borgogna suo figliuolo che avevano guerra insieme, allorchè fummo al ritorno d’oltre mare. E per la pace fare intra il padre e ’l figliuolo inviò egli alquante genti di suo Consiglio sino in Borgogna al suo proprio costo, e finalmente tanto fece, che per suo mezzo la pace dei due personaggi fu ferma. Similmente per suo procaccio fu fatta pace intra il secondo Re Tebaldo di Navarra ed i Conti di Chalone e di Borgogna che avevano dura guerra insiememente l’uno contro gli altri, e vi inviò del pari delle genti di suo Consiglio che ne fecero lo accordo e appaciaronli.
Appresso quella pace cominciò un’altra gran guerra tra il Conte Tebaldo di Bar ed il Conte Errico di Lucemburgo, il quale aveva la sorella di lui a donna. E questi si combatterono l’un l’altro a mano a mano disotto Pigny. Ed il Conte di Bar prese quello di Lucemburgo, ed appresso guadagnò il castello di Ligny che è ad esso Conte di Lucemburgo a cagione della moglie. Per la qual guerra condurre a pace il Re c’inviò Monsignor Perrone il Ciambellano, che era l’uomo del mondo in chi ’l Re credeva il più, e ciò alle sue spese; e tanto ci si travagliò il Re che la pace loro fu fatta. Le genti del suo gran Consiglio lo riprendevano alcuna fiata per ciò ch’egli prendeva così gran pena ad appaciare gli strani, e rappresentavangli ch’e’ facea male quando non li lasciava guerreggiare, perchè egli ne sarebbe più ridottato, e gli appuntamenti si farebbero meglio appresso. A ciò loro rispondeva il Re e diceva: ch’essi bene nol consigliavano, perchè, soggiungeva, se i Principi e i gran Signori che son vicini del mio Reame, vedessero ch’io li lasciassi guerreggiare gli uni agli altri, potrebbono dire tra loro che ’l Re di Francia per sua malizia ed ingratitudine li lascia così consumare, e quindi contrarne odio, e così far giura insieme d’incorrermi sopra; donde io ne potrei soffrir male e danno nel mio Reame, e di vantaggio incontrare l’ira di Dio, il quale dice: benedetto sia colui che s’isforza di mettere unione e concordia tra i discordanti. E bene sappiate che per la bontà che i Borgognoni ed i Lorenesi vedevano nella persona del Re, e per la gran pena ch’elli avea preso in metterli ad unione, essi l’amavano tanto e così l’obbedivano ch’e’ furono tutti contenti di venir piatire davanti a lui intorno le discordie ch’essi avevano gli uni in verso gli altri. Ed io li vidi venire più volte per ciò a Parigi, a Reims, a Meluno ed ovunque là ove fosse il buon Re.
Capitolo LXIV. Come amasse lo onore di Dio e de’ Santi e d’altre sue sante costume.
Il buon Re amò tanto Dio e la sua benedetta Madre, e sì li volle riveriti e onorati che tutti coloro ch’e’ poteva convincere d’aver fatto alcun villano saramento o detto qualch’altra villana e disonesta cosa mettendo mala bocca in cielo, egli li faceva grievemente punire. Ed io vidi una fiata a Cesarea oltre mare, ch’elli fece per ciò mettere in gogna sulla scala un orafo in sole brache e camicia molto villanamente ed a suo gran disonore. E così udii dire che (dopo ch’egli fu ritornato d’oltre mare e durante ch’io era andato a Gionville) avea fatto marcare a ferro caldo le nari e le labbra d’un borghese di Parigi per un blasfemo ch’elli avea fatto. Ed udii anche dire al Re di sua propria bocca, ch’egli stesso avrebbe voluto esser segnato d’un ferro ardente, se avesse potuto tanto fare ch’egli avesse tolto tutti i blasfemi e tutte le male giurazioni di suo Reame. In sua compagnia sono io bene stato per lo spazio di ventidue anni: ma unqua in mia vita, per qualunque corruccio ch’egli avesse, non l’ho udito giurare o blasfemare Dio, nè la sua degna Madre, nè alcun Santo, nè Santa. E quando egli voleva affermare alcuna cosa, solea dire: veramente egli è così, o: veramente non va mica così. E bene apparve che per nulla cosa egli non avrebbe voluto rinnegare o giurare Dio, quando il Soldano e gli Almiranti d’Egitto vollero che per maniera di sacramento esso ammettesse, rinnegherebbe Dio nel caso ch’e’ non tenesse l’appuntamento della pace da essi voluta: giacchè il Santo Re, quando gli fu rapportato che i Turchi volevano ch’elli fesse tale saramento, giammai non lo volle fare, anzi piuttosto arebbo amato morire, com’egli è messo in conto davanti. Giammai non gli udii nomare nè appellare il diavolo, se non fusse stato leggendo in alcun libro là ove bisognasse nomarlo per esempio. Ed è una vergognosa cosa nel Reame di Francia ed ai Principi mal sedente quella di sofferire ch’e’ sia così soventi fiate mentovato: perchè voi vedrete che l’uno non dirà punto all’altro tre motti per occasione di male, ch’egli non dica: Vattene al diavolo. Fatti da parte il diavolo, od in altre maniere lascibili di linguaggio. Ancora dirò che il Santo Re mi dimandò una fiata, se io lavava i piedi ai poveri il giorno del giovedì ultimo di Quaresima; ed io gli risposi che no, e ch’ella non mi sembrava mica essere cosa orrevole e onesta. Adunque il buon Re mi disse: Ah! Sire di Gionville, voi non dovete punto avere in disdegno e dispetto ciò che Dio ha fatto per nostro esempio, che lavolli a’ suoi Apostoli, lui, lui, che era loro Maestro e Signore: sicchè credo bene che voi a stento fareste ciò che fa il presente Re d’Inghilterra, il quale a quel giorno del Giovedì Santo lava i piedi, non ai poveri, ma sibbene ai miselli e lebbrosi, e poi li bacia.
Avanti che ’l buon Signore Re si ponesse in letto egli aveva sovente in costume di far venire i suoi figliuoli davanti a lui, e loro ricordava i bei fatti e’ detti dei Re e Principi antichi, e dicea loro che bene li dovevano sapere e ritenere per prendervi buono esempio. E parimente loro rimostrava i fatti dei malvagi uomini, i quali per lussuria, rapine, avarizie ed orgogli avevano perdute loro terre e loro signorie, e ne era loro malvagiamente avvenuto; e dette queste cose, soggiungeva il Re, guardatevene dunque di fare così com’essi hanno fatto, affinchè Dio non ne prenda corruccio contro di voi. Egli facea loro a simigliante apprendere l’officio di Nostra Donna, e facea in ciascun giorno udire e dire in presenza le Ore del giorno secondo i tempi, affine di accostumarli a così farlo quando essi sarebbero in occasione di tenere le terre loro. Ancora era un assai largo limosiniere, e per tutto ov’egli andava in suo Reame, visitava le povere Chiese, i Lazzaretti e gli Spedali; e s’inchereva de’ poveri gentiluomini, delle povere femmine vedove, delle povere figliuole a maritare: e per tutti i luoghi ove egli sapeva avervi necessità, od essere soffrattosi, egli faceva loro largamente donare di sua moneta. Ed ai poveri mendicanti facea dare a bere e a mangiare, ed io ho visto più fiate lui medesimo tagliar loro il pane, e donare a bere. In suo tempo egli ha fatto fare ed edificare più Chiese, Monasterii e Badie, ciò sono Realmonte, la Badia di Sant’Antonio allato Parigi, la Badia del Giglio, la Badia di Malboissone, ed alquante altre per le religioni de’ Predicatori e dei Cordiglieri. Fece egli similmente la Casa di Dio di Pontosia, quella di Vernone, la Casa de’ Trecento in Parigi, e la Badia dei Cordiglieri di San Clù, che Madama Isabella sua sorella fondò a la richiesta di lui. Quanto a li benefici delle Chiese che iscadevano in sua donagione, avanti ch’e’ ne volesse provvedere alcuno, s’andava incherendo a buone e sante persone dello stato e della condizione di coloro che glieli domandavano, e volea sapere s’essi erano cherci e litterati: e non voleva giammai che quelli a chi donasse i beneficii altri ne tenessero più che al loro stato non appartenesse: e sempre come dissi rilasciavali per grandi ed appensati consigli di genti dabbene.
Or qui appresso vedrete comente egli corresse i suoi Balivi, Giustizieri, ed altri Officiali, ed i belli e nuovi Stabilimenti ch’egli fece ed aordinò ad essere guardati per tutto il suo Reame di Francia, i quali sono i seguenti.
Capitolo LXV. De’ buoni Stabilimenti ch’e’ fece, e del pro ritrattone dal Reame.
«Noi Luigi, per la grazia di Dio Re di Francia, stabiliamo che tutti i Balivi, Preposti, Maestri, Giudici, Ricevitori, ed altri in qualche officio essi sieno, non che ciascun d’essi, deggiano d’ora in avanti far giuramento che, domentre e’ saranno nei detti offici, faranno dritto e giustizia a chicchessia senza avere alcuna eccezione di persone, tanto a poveri quanto a ricchi, così agli strani come ai privati e dimestici, e guarderanno gli usi e’ costumi che sono buoni e approvati. E se per alcuno d’essi sarà fatto al contradio del loro giuramento, noi vogliamo ed espressamente ingiungiamo ch’essi ne sieno puniti nei beni e nel corpo secondo la richiesta dei casi. La punizione de’ quali nostri Balivi, Preposti, Giustizieri ed altri Officiali riserviamo a noi ed alla conoscenza nostra, e la attribuiamo a loro stessi quanto alle malefatte degli inferiori e soggetti ai medesimi. I nostri Tesorieri, Ricevitori, Preposti ed Uditori dei Conti e gli altri Officiali ed Intramettitori delle nostre finanze giureranno che bene e lealmente guarderanno le nostre rendite e dominii con tutti e ciascuno i nostri dritti, libertà e preminenze senza permettere e soffrire che ne sia niente sottratto, levato, o diminuito. Ed inoltre, non prenderanno essi, nè lascieranno prendere a loro genti e commessi, dono nè presente alcuno che si voglia far loro, od alle loro donne, o figliuoli, nè ad altri qualsivoglia pur che torni in loro favore: e se alcun dono ne fusse mai ricevuto, sì il faranno essi incontanente e senza detrazione rendere e restituire al donatore. E simigliantemente non faranno essi alcun dono o presente a nulla persona di cui sieno soggetti per qualsivoglia favore, abbuono o discarico. Ancora essi giureranno che, laddove essi sapessero o conoscessero alcun Officiale, sergente od altri che sia rapinatore od abusatore nel proprio officio, sicchè debba egli perdere e il detto officio e il servizio nostro, nol sosterranno essi nè celeranno per doni, favori, promesse o altrimenti, anzi li puniranno e correggeranno, secondo richiederà il caso, in buona fede ed equità, e senza alcun odio e rancore. Vogliamo inoltre, tuttochè i detti giuramenti siano presi davanti a noi, che ciò non ostante sieno essi pubblicati davanti i Cherci, Cavalieri, Signori, e Buoni Uomini tutti del Comune, affinchè meglio e più fermamente sieno tenuti e guardati, e che i giuratori abbino paura d’incorrere nel vizio di spergiurio, non già soltanto per lo timore della punizione di nostre mani, o della onta del mondo; ma ben anche per lo timore della punizione di Dio. In appresso noi difendiamo e proibiamo a tutti li detti nostri Balivi, Preposti, Maestri, Giudici ed altri nostri Officiali, ch’essi non giurino nè blasfemino il nome di Dio, della sua degna Madre, e dei benedetti Santi e Sante del Paradiso: ed a simigliante ch’essi non sieno giucatori di dadi, nè frequentatori di taverne o bordelli, sotto pena di privazione del loro officio, e di quella tal punizione che apparterrà al caso. Noi vogliamo del pari che tutte le femmine folli di loro corpo e communi, sieno messe fuori delle magioni de’ privati e così separate dalle altre persone, e che non verrà loro allogata nè data a fitto qualsivoglia casa ed abitazione per intertenervi il loro vizio e peccato di lussuria. Appresso ancora noi proibiamo e difendiamo che nullo de’ nostri Balivi, Preposti, Giudici ed altri Officiali amministratori della Giustizia non siano tanto arditi da acquistare o comperare per essi o per altri alcuna terra o possessione ne’ luoghi dov’essi avranno in mano la giustizia, senza nostro congedo, licenza e permissione, e prima che noi siamo bene certificati della cosa. Che se essi contrafacessero, noi vogliamo e intendiamo che le dette terre e possessioni siano e rimangano confiscate in nostre mani. Ed a simigliante non vogliamo punto che i suddetti nostri Officiali Superiori, tanto ch’essi saranno nel servigio nostro, maritino alcuni de’ loro figli, figlie od altri parenti ch’essi abbiano, a persone che sieno del loro baliaggio o giustizierato, senza il nostro congedo espresso ed ispeciale. E tutto ciò, dei detti acquisti e maritaggi proibiti, non intendiamo punto abbia luogo in tra gli altri Giudici ed Officiali inferiori, nè intra gli altri minori d’officio. Noi difendiamo altresì ch’e’ Balivi, Prevosti e simili tengano troppo gran numero di Sergenti, o di Bidelli in guisa che il comun popolo ne sia gravato. Difendiamo parimente che nullo de’ nostri soggetti sia preso al corpo od imprigionato per proprii debiti personali fuor per quelli che ci ragguardano, e che non sia levata ammenda sovra nullo de’ nostri soggetti per lo suo debito. Inoltre stabiliamo che coloro i quali terranno le Bailie, Preposture, Visconterie, od altri nostri Offici, non li possano vendere nè trasportare ad altra persona senza nostro congedo. E quando più saranno compartefici in un officio, noi vogliamo che uno lo eserciti per tutti. Difendiamo altresì ch’essi non ispossessino alcuno di possesso ch’e’ tenga senza conoscenza di causa, o senza nostro speciale comandamento. Ancora non vogliamo che sia levata alcuna esazione, balzello, tolta, o costume novello. Finalmente vogliamo che i nostri Balivi, Preposti, Maestri, Visconti ed altri nostri Officiali, i quali per alcun caso saranno messi fuori degli offici loro e del servizio nostro, siano, appresso ch’e’ saranno così deposti, per quaranta giorni residenti nel paese ove esercitavano gli offici stessi, o nelle persone loro o per procuratore speciale, affinchè essi rispondano ai nuovi entrati negli offici medesimi, intorno a ciò ch’essi vorranno domandar loro, relativamente a qualsivoglia malefatta o richiamo.»
Per li quali suddetti stabilimenti il Re ammendò grandemente suo Reame, e talmente che ciascuno viveva in pace e tranquillità. E sappiate che nel tempo passato l’Offizio della Prevosteria di Parigi si vendeva al più offerente. Donde egli avveniva che molte ruberie, e molti malefizii se ne facevano, e la giustizia ne era totalmente corrotta per favore d’amici, e per doni, e per promesse; sicchè l’uom comunale non osava abitare nelle terre del Reame, ma vi si teneva per entro quasi erratico e vagabondo. E soventi volte non ci aveva ai piati della detta Prevosteria, quando il Preposto tenea sue Assisie, che diece persone al più, tante erano le ingiustizie ed abusioni che vi si facevano. Pertanto non volle egli più che la Prepostura fusse venduta, anzi era Officio che Egli dava a qualche gran saggio uomo, e che di sua saggezza e bontà presentasse buoni e grandi gaggi. E fece abolire tutte le malvage costume donde il povero popolo era per lo innanzi gravato. E fece ricercare per tutto il paese laddove potesse trovare qualche savio, il quale fosse buon giustiziere e punisse strettamente i malfattori senza avere isguardo al ricco più che al povero; e gli fu ammenato uno, che si nomava Stefano Bevilacqua, al quale egli donò l’officio di Preposto di Parigi. E questi dappoi fece tali meraviglie nel mantenersi in detto officio che ormai più non ci avea ladrone, micidiale nè altro malfattore che osasse dimorare in Parigi, ch’elli tantosto non ne avesse conoscenza, e presolo, nol facesse impendere, o punire a rigor di giustizia secondo la qualità e quantità del mal fatto. E non ci avea favore di parentado nè d’amici, nè oro, nè argento che ne lo avesse potuto mai guarentire così che buona e pronta giustizia non ne fusse fatta. E finalmente nello lasso del tempo, il Reame di Francia si moltiplicò talmente per la dirittura che vi regnava, che i dominii, censi, rendite ed entrate vi crebbero d’anno in anno, sicchè se ne ammendò molto tutto il suddetto Reame.