Sino dal tempo della sua più giovine età fu egli pietoso dei poveri e dei soffrattosi, e talmente ci si accostumò, che, quanto egli bastò a regnare, ebbe sempre comunalmente centoventi poveri, i quali erano pasciuti ciascun giorno nella sua magione, in qualsivoglia parte egli fusse. Ed in Quaresima il numero dei poveri cresceva, e soventi fiate li ho visti servire da lui medesimo, e donare delle sue proprie vivande. E quando ciò avveniva nelle feste annuali, i giorni delle vigilie, avanti ch’elli bevesse o mangiasse, e’ li serviva a sue mani: e quando erano pasciuti, asportavano tutti ancora una certa somma di moneta. E a dir breve, faceva il Re San Luigi tanto di limosine, e di sì grandi, che a pena le si potrebbono tutte dire e dichiarare. Donde ci ebbero alcuni de’ suoi famigliari, i quali mormoravano di ciò ch’elli faceva sì grandi doni e limosine, e dicevano ch’e’ troppo vi dispendea. Ma rispondeva il buon Re ch’egli amava meglio fare grandi ispese in limosine, che in vanità ed in burbanze. Nè già per qualunque grandi limosine ch’e’ facesse, non lasciava a fare grande spendio e larghezza nella sua magione così intertenendola come apparteneva a tal Principe, e ben mostrandosi, quale egli era, splendido e liberale. Durante i Parlamenti e gli Stati ch’e’ tenne per fare i suoi nuovi Stabilimenti, faceva tutti servire a Corte i Signori, i Cavalieri e gli altri in più grande abbondanza e più altamente che giammai non avesser fatto i suoi predecessori. Amava molto tutte maniere di genti che si mettevano al servizio di Dio, e per ciò fondò egli e fece assai di belli Monasteri e Case di Religione per tutto il suo Reame; e medesimamente accerchiò tutta la città di Parigi di genti di religione, ch’egli vi ordinò, alloggiò, e fondò a suoi danari.

Capitolo LXVII. Come ’l Santo Re riprendesse la Croce maluriosamente, e come fosse condotto in fin di vita appresso Tunisi.

Appresso tutte le suddette cose, il Re mandò tutti i Baroni di suo Reame per andare a lui in Parigi in un tempo di Quaresima[89] e similmente m’inviò egli a cherère a Gionville, di che io mi pensai a bastanza scusato del venire per una febbre quartana che io aveva: ma egli mi mandò che aveva assai genti che sapevano dar guarigione della quartana, e che per tutto l’amore ch’io gli portava, andassi a Parigi, ciò che io feci a mio gran disagio. E quando fui là, unqua non potei sapere perchè avesse così mandati tutti li gran Signori di suo Reame. Allora avvenne che il giorno della festa di Nostra Donna in marzo io m’addormentai a mattutino: e nel mio dormire mi fu avviso ch’io vedeva il Re a ginocchi davanti uno altare, e ch’egli ci avea molti Prelati che il rivestivano di una pianeta rossa, la quale era di sargia rensa. E tantosto ch’io fui isveglio raccontai la visione a un mio Cappellano, ch’era uomo molto savio, il quale mi disse che ’l Re si crocerebbe la dimane. Ed io gli domandai come egli lo sapeva? ed egli mi rispose che per lo mio sogno ed avviso, e che la pianeta rossa, ch’io gli aveva veduto mettere su, significava la Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, la quale fu rossa del prezioso suo sangue ch’elli isparse per noi, e similmente che la pianeta, sendo di sargia rensa, ne accadrebbe che la Crociata non sarebbe punto gloriosa e di gesta grande.

Ora egli avvenne veramente che la dimane il Re e li tre suoi figliuoli si crociarono, e fu la Crociata di poco uscimento tutto così come il mio Cappellano m’avea recitato il giorno innanzi, per che io credo ch’egli allora avesse spirito profetale. Ciò fatto il Re di Francia e ’l Re di Navarra, mi pressarono forte di crociarmi, e d’imprender di nuovo con essi il santo pellegrinaggio della Croce, ma io loro risposi che in quel tanto ch’io era stato oltre mare al servizio di Dio, le genti ed officiali del Re di Francia avevano troppo gravati ed oppressi i miei sudditi, sicchè ne erano essi appoveriti talmente che giammai non sarebbe ch’essi e me non ce ne risentissimo dolorosamente. Pertanto vedeva aperto che s’io mi mettessi da capo al pellegrinaggio della Croce ciò sarebbe la totale distruzione dei suddetti miei poveri sudditi: il che per diritto non doveva soffrire. Poscia udii dire a molti che quegli che gli consigliarono la intrapresa della Croce fecero un molto gran male e peccarono mortalmente. Perchè, mentre ch’egli fu nel Reame di Francia, tutto il Reame stesso viveva in pace, e vi regnava giustizia; e incontanente ch’egli ne fu fuora, tutto cominciò a declinare ed a volgere in peggio. Per altra via fecero essi un gran male, perchè il buon Signore era così fievole e debilitato di sua persona ch’egli non poteva soffrire nè portare alcun arnese sopra il suo corpo, nè durare all’essere lungamente a cavallo: e mi convenne una fiata portarlo tra le mie braccia dalla magione del Conte di Alserra sino ai Cordiglieri, quando mettemmo piede a terra al nostro rivenir d’oltre mare. Del cammino ch’e’ prese per andar sino a Tunisi io non ne scriverò niente, perciò ch’io non vi fui punto, e non voglio mettere per iscritto in questo libro alcuna cosa della quale io non sia affatto certificato. Ma noi diremo brievemente del buon Re San Luigi che, quando egli fu a Tunisi davanti il Castello di Cartagine, una malattia di flusso di ventre lo prese. E parimente a Monsignor Filippo suo figlio primo nato prese la detta menagione colle febbri quartane. Il buon Re dovette darsi al letto, e ben conobbe ch’egli doveva decedere di questo mondo nell’altro. Allora appellò i suoi figliuoli, e quando furono davanti a lui, egli addirizzò la parola al suo figlio primo-nato e diedegli degl’insegnamenti che gli comandò guardare come per testamento, e come sua reda principale. Li quali insegnamenti io ho udito dire che il buon Re medesimo li scrisse di sua propria mano, e son tali.

Capitolo LXVIII. Dei santi ed ultimi ammaestramenti ch’esso diede al figliuolo.

«Bel figlio, la primiera cosa che t’insegno e ti comando a guardare si è che di tutto tuo cuore, e sovra tutte cose tu ami Dio, perchè senza ciò null’uomo non può esser salvato; e guardati bene di far cosa che a lui dispiaccia, cioè guardati di peccato: giacchè tu dovresti piuttosto desiderar di soffrire tutte maniere di tormenti, che di peccare mortalmente. Se Iddio t’invia avversità ricevila benignamente, e rendigliene grazie, e pensa che tu l’hai ben meritata, e che il tutto ti ritornerà a prò. S’Egli ti dona prosperità sì ringrazianelo umilmente, e guarda che per ciò tu non ne impeggiori per orgoglio o altrimenti: poichè non si dee mica muover guerra a Dio coi doni ch’egli ci ha fatto. Confessati sovente ed eleggi Confessore idoneo che produomo sia, e che ti possa securamente insegnare a fare le cose che sono necessarie per la salute dell’anima tua, ed altresì quelle da cui tu devi guardarti; e fa d’esser tale che i Confessori tuoi, i tuoi parenti e famigliari ti possano così arditamente riprendere del male che tu arai fatto, siccome apprenderti il bene ch’era da farsi. Ascolta il servigio di Dio e di Nostra Madre Santa Chiesa devotamente e di cuore e di bocca (e per ispeciale alla Messa dappoi che la consecrazione del Santo Corpo di Nostro Signore sarà fatta) senza celiare od ammiccare con altrui. Abbi il cuor dolce e pietoso ai poveri, e li conforta ed aiuta in ciò che potrai. Mantieni le buone Costume del tuo Reame, ed abbassa e correggi le malvage. Guardati della troppo gran cupidigia, e non buttar su al tuo popolo troppo grandi taglie e sussidii, se ciò non fusse per invincibile nicissità e pel tuo Reame difendere. Se tu hai alcun misagio in tuo cuore, dillo incontanente al tuo Confessore, o ad alcuna buona persona che non sia punto piena di villane parole, ma le abbia soavi e amorevoli, e così leggermente porrai portare il tuo male, per lo riconforto che l’uomo savio ed ammisurato ti donerà. Prenditi ben guardia che tu aggia in tua compagnia genti probe e leali, le quali non siano punto piene di cupidigia, sieno esse religiose, secolari o altrimente. Fuggi la compagnia dei malvagi, ed isforzati d’ascoltare le parole di Dio, e le ritieni in tuo cuore. Procaccia continuamente preghiere, orazioni e perdoni. Ama il tuo onore. Guardati dal soffrire colui che sia sì ardito di dire davanti à te parola alcuna, la quale sia cominciamento d’ismuovere chicchessia a peccato, o che maledica d’altrui assente o presente per detrazione. Non soffrire che alcuna villana cosa sia detta di Dio, della sua degna Madre, o dei Santi o Sante. Sovente ringrazia Dio dei beni e della prosperità ch’egli sarà per donarti. Fa drittura e giustizia a ciascuno tanto al povero come al ricco. A tuoi servitori sii leale, e munifico, ma fermo e non voltabile di parola, acciò ch’essi ti temano ed amino come loro Signore. Se controversia nasce, od azione alcuna viene intentata, fanne inquisizione fino a raggiugnere la verità, sia che questa ti favorisca o ti contrarii. Se tu sei avvertito di avere alcuna cosa d’altri, sia per fatto tuo, sia de’ tuoi predecessori, qualora ne venga certificato, rendila incontanente. Riguarda con tutta diligenza se le genti a te soggette vivono in pace ed in drittura, e specialmente nelle buone ville e cittadi. Mantieni loro le franchigie e libertà, nelle quali i tuoi antenati le hanno mantenute e guardate, e tienile in favore ed amore: giacchè per la ricchezza e possanza delle tue buone cittadi i tuoi nemici ed avversarii si dotteranno d’assalirti e di misprendere inverso di te, e per ispeciale i tuoi Pari, i tuoi Baroni, ed altri simiglianti. Ama ed onora tutte le genti di Chiesa e di Religione, e guarda bene che non loro togliessi li redditi, i doni, e le elemosine che i tuoi antenati e predecessori hanno lasciato o donato alle medesime. Si racconta del Re Filippo mio avo che una fiata l’uno de’ suoi Consiglieri gli disse che le genti di Chiesa gli facevano perdere ed amminuire i diritti, le libertà, non che le giustizie sue, e che era gran meraviglia ch’egli il sofferisse così. E il Re mio Avo gli rispose ch’egli il credeva bene altresì, ma che Dio gli avea fatti tanti beni e tante gratuità donate, ch’egli amava meglio perdere alcun poco di suo podere che piatire e contendere colle genti di Chiesa Santa. A tuo Padre e a tua Madre porta onore e reverenza, e guardati dal corrucciarli per disobbedienza de’ loro buoni comandamenti. Dona i beneficii che ti apparterranno a persone buone e di netta vita, e sì fallo per lo consiglio di uomini probi e savi. Guardati dallo ismuover guerra Contra Cristiani senza grande consilio, e solo allorchè altrimenti tu non ci possa ovviare: e se guerra ci avrai, risparmiane le genti di Chiesa, e coloro che in niente non ti avranno misfatto. Se guerra o dibattimento insorga tra i tuoi soggetti, pacificali al più tosto che tu potrai. Prendi guardia sovente a’ tuoi Balivi, Preposti, ed altri Officiali, ed inchiedili di lor governo, affinchè se cosa v’ha in essi a riprendere che tu lo faccia. Pon mente gelosa che qualche villano peccato non s’immetta nel tuo Reame, e principalmente blasfemo e resìa, e s’alcuno ve ne rampolla fallo togliere e strappar via. Tien modo che tu faccia nella tua Magione spendio ragionevole ed ammisurato. Supplico poi io a te, figliuol mio, che dopo il mio fine aggia sovvenenza di me e della povera anima mia, sicchè ne la voglia soccorrere per messe, orazioni, preghiere, limosine e buoni fatti in tutto il Reame, e mettimi in parte e porzione di tutti li beneficii e sante opere che tu farai: ed io dono a te tutta la benedizione che giammai Padre può donare a figliuolo, pregando umilmente alla Santissima Trinità del Paradiso al Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo, sicchè ti guardi e difenda da tutti i mali, e per ispeciale dal morire in peccato mortale; acciò che noi possiamo una fiata, appresso questa breve vita mortale, essere insieme davanti a Dio, a rendergli grazie e lodi senza fine nel suo vero e non perituro Reame del Paradiso. Amen.»

Capitolo LXIX. Della santa morte del Santo Re, e come fu poscia annoverato tra Confessori della Fede.

Quando il buon Re San Luigi ebbe così insegnato ed indottrinato Monsignor Filippo suo primogenito, ed in lui tutti gli altri figliuoli suoi, la malattia che il premeva cominciò tosto a crescere duramente. Ed allora domandò i Sagramenti di Santa Chiesa, che gli furono amministrati in sua piena conoscenza, buon senno e ferma memoria. E bene ciò apparve perchè, quando lo misero in estrema unzione, e dissero i sette Salmi di penitenza, egli medesimo rispondeva i versetti dei detti Salmi insieme cogli altri che accompagnavano il Prete in quell’ultimo pietoso officio. E udii poscia dire a Monsignore il Conte d’Alansone suo figliuolo, che sentendosi il buon Re approssimare alla morte s’isforzava d’appellare i Santi e Sante del Paradiso perchè il venissero âtare e soccorrere a quel trapasso: e per ispeciale evocava egli Monsignore San Jacopo, in dicendo la sua orazione che comincia: Esto, Domine. Anche Monsignor San Dionigi appellò egli, recitando la sua orazione, la quale in sentenza dice così: Sire Iddio, donaci grazia di poter disprezzare e mettere in obblìo le proprietà di questo mondo, sicchè incontriamo senza dottanza qualsivoglia avversitade. Finalmente, dopo aver richiamato anche Madama Santa Geneviefa, si fece istendere sovra un letto coverto di ceneri, fece croce sul petto delle sue braccia; e così, riguardando tuttavia verso il cielo, rese in un suave sospiro la benedetta anima al suo Creatore, a tale ora medesima in che Nostro Signore Gesù Cristo rese lo Spirito al Padre in su l’albero della Croce per la salute di tutti i popoli.[90]

Pietosa cosa è veramente e degna di largo pianto il trapassamento di questo Santo Principe, il quale sì santamente ha vissuto, e bene ha guardato suo Reame, e che tanto di buone ovre ha fatto in verso Dio. Perchè, così come il dittatore vuole alluminato il suo Libro in oro smagliante ed in colori gai per farlo più bello e onorato, simigliantemente il buon Santo Re ebbe alluminato e fregiato la vita sua ed il suo regno per le grandi limosine, e pei Monasterii e Chiese ch’egli ha fatto e fondato in suo vivente, ove Dio è al dì d’oggi lodato ed onorato notte e giorno. La domane della festa di Santo Bartolomeo Apostolo trapassò egli di questo secolo nell’altro, e ne fu poscia apportato il corpo in Francia a San Dionigi, e là fu soppellito nel luogo ove egli avea già da tempo eletta la sua sepoltura: al qual luogo Dio misericordioso, per le preghiere di lui, ha permesso sien fatti molti e belli miracoli.

Tosto appresso per lo comandamento del Santo Padre di Roma venne un Prelato a Parigi che fu lo Arcivescovo di Roano, ed uno altro Vescovo con lui, e se ne andarono a San Dionigi, al qual luogo essi furono lungo tempo per inchiedervisi della vita, delle opere e dei miracoli del buon Re San Luigi. E mi mandarono che venissi a loro, e là fui per due giorni per ch’io loro isponessi tutto ciò che sapeva. E quand’essi si furono per tutto bene e diligentemente inchiesti d’esso buon Re, ne riportarono in Corte di Roma tutto l’inchierimento. Lo quale bene veduto, ed a buon diritto esaminato, funne il nostro buon Re per solenne dicreto messo nel novero dei Confessori della Fede[91]. Donde gran gioia fu e dovè essere per tutto il Reame di Francia, e molto grande onore ne venne a tutto il suo lignaggio, e sì veramente a coloro che lo vorranno imitare, mentre sarà a gran disonore di quelli di suo lignaggio che non imitandolo, saranno mostri col dito, e si dirà di loro: che giammai il buon Sant’Uomo arebbe fatta tale malvagità o villanìa.