Taccio le ultrici guerre, ch'a le volte
tra l'un vicino rege e l'altro fansi.
Tu vedi tante squadre intorno accolte,[321]
che poscia a tôr la vita irate vansi,
e se ritornan parte in fuga vòlte,
ritrandosi lor duci fiacchi ed ansi,
parte seguendo vittoriosa gode,
né altro che plausi e voci liete s'ode.

Indi iattura tal (se non dissolve
l'agricola prudente lor litigi
co' l'importuno fumo e secco polve)
vi nasce, che la morte ai campi stigi
la parte vinta e la vittrice involve.
O grandi spesso al stato uman prodigi!
ché de lor code mandon l'alte spine,
cui per grand'ira seguon l'intestine!

La vile mandra de' pannosi fuchi
trovan sovente starsen al presepe,
ove cosa non è che non manuchi;
ma poi nel faticarse, pegra, tepe.
Tu vedi lor scacciati esser da' buchi,
e morti far in cerco folta sepe;
e il simil fan de l'apa tarda e pigra,
che uccisa vien s'occulta non sen migra.

Tra gli diversi lor nemici e morbi
come vespe, crabroni e rondinelle,
ragni, lacerte, acqua de stagni torbi,
puzzo de cancri, culici, mustelle,
par che la rana piú le affanni e storbi;
perch'ella contra i brandi lor ha pelle
non men sicura e di maggior fiduccia,
del ferro al colpo, d'una fral cannuccia.

Ecco mirabil vermo, che disopre
li altri animali (non pur dico insetti,
ma quanti piuma, squame e lana copre)
esser fatto mirai per santi effetti,
tra' quai conobbi le lodevol opre
di cera, dentro ai cristiani tetti,
ove non ben di notte Dio si cole,
se máncavi di cere acceso il sole.

D'altri animali, dicovi seguendo,
tenni le cause d'infallibil prova;
ma quante rimembrar in me contendo
e porle inanzi a voi, nulla mi giova.
Cosí volse il mio fallo che, s'io spendo,
per risaper ciò ch'in natura cova,
il tempo invan, ne pianga giustamente
e faccia come quel che tardo pente!

Di poggio in piano, di campagna in selva,
giravami qual spirto che di gioia
pascendosi lá su per l'ampio ciel va,
né mai cosa v'incontra che lo annoia.
Qual orso, qual leon, qual altra belva
restò venirmi (non che desse noia)
scherzar intorno, e dentro le lor sanne
prendermi leggermente ambo le spanne?

Palpava il dorso al tigro, come solsi
far d'un cagnolo o d'altro picciol pollo.
Comai le sete a li apri e mi ravvolsi
le vipere a le braccia, al capo, al collo,
li augelli al pugno e' pesci al lido accolsi,
né de mirarli venni unqua satollo.
Poscia mi volsi a la man dritta, come
sopra mi disse quel dal dolce nome.[322]


PARADISO TERRESTRE