E se a tardarla fusse allor men tosta
qualche armonia di ferro o d'altro sòno,
l'impulsa torma irebbe assai discosta.
Cosí dal rege suo guidate sono:
però Natura vòl che senza sosta
lor di concento arresti qualche tono,
e 'nsieme le raguni a nova tomba,
in guisa de' soldati al sòn di tromba.
Ma s'io non voglio che 'l mio popol n'esca
di sue contrade per migrar altrove,
un'ala tronco al capo de la tresca,
la qual non senza lui mai fuga move.
S'ei langue infermo, dangli bere ed esca;[318]
chi 'l porta, chi 'l sostien, chi 'n grembo il fove;
s'anche smarrito errando va per caso,
vien cònto, qual patron da' cani, a naso.
E se di qua di lá trovar nol sanno,
allora per consiglio si delibra
condurse ad altro duca, e for sen vanno
a la cittade altrui, né alcun si vibra
de' cittadini contra e fa lor danno,
anzi nel tetto si compensa e libra
di quanta plebe sia capace; dopo
né piú né men li accettan che li è uopo.
Tal volta ch'egli morto caschi occorre:
pensi chi ama il suo rege qual supplizio!
Di tutte bande al corpo si concorre,
gittate a terra l'util esercizio;
con lagrime non san elle giá sporre
lor gran cordoglio al funeral uffizio;
dirò ben veramente aver udito
strepito d'ale con vocal ruggito.
Se d'ordinato e regolar costume
giammai l'uso mortal restasse privo,
puoterlo aver da l'api si presume,
né l'uomo forse l'averebbe a schivo;
ché, stando elle di notte ne' lor piume
si il stato per servar sí il rege vivo,[319]
la vigil guarda sempre a l'uscio ascolta,
cascando a queste e quelle la sua volta.
Ma de l'augel cristato non sí presto
s'annunzia giá spuntarse nova luce,
ecco di tromba un sòno manifesto
fa dar per le contrate il pronto duce.
S'ode di par il sòno: è il volgo desto,
al solito lavor che si riduce,
o lieto ch'in cospetto al rege primo
va fuora e riede carco sol di timo.
La verde giovenezza è che sen fugge
a la ricolta in bande assai longinque.
Chi qua la rosa, chi lá il giglio sugge;
chi assale questo fior e chi 'l relinque.
Fassi gran preda, ed Ibla si distrugge
co' l'altre terre che vi son propinque;
la turba d'ogn'intorno succia e lambe,
né cessan riportar l'enfiate gambe.
Ma de le piú attempate un storno arguto
col suo signor in ròcca stassi a l'ombra,
cui per ufficio vien locar in tuto
la roba che, portata, il tetto ingombra:
depor i fasci a parte dan aiuto,
parte, giá leve, a la campagna sgombra.
Tanto al divin servigio, a l'uman gusto[320]
di piacer brama un vermo si robusto!
Talora un vento subito (quantunque
del tempo sian presaghe) di tranquillo
cosí molesto vien, che scossa ovunque
si pascon elle in fin l'umil serpillo.
Ecco la madre le ha provviste dunque;
ché, toltosi ne' piedi alcun lapillo,
van elle poco del gran vento in forza,
librando qual nocchier il volo ad orza.
Ed anco se la notte per la loro
molta ingordigia d'acquistar le assale,
raccolte insieme quasi in concistoro
le gambe al ciel e 'n terra posan l'ale;
ché de le stelle il rugiadoso coro
le avvinge sí che poco il volo vale,
se non s'industran starsene sopine
tutta la notte ad aspettar il fine.