Sparve Natura molto neghittosa,
mercé che volse a Dio l'orgoglio equarse.
I' mi fermai sott'una macchia ombrosa,[315]
mirando l'ape, quinci e quindi sparse,
a sacco porre una campagna erbosa
ed a vicenda in loco poi ritrarse,
ove locar di cera e mèle vidi
per cave querze i tetti lor e' nidi.
Se fu ne' grandi corpi molto industre
Natura, ove mirabil officina
corcò, quanto piú parmi saggia e illustre
fingendo l'apa in forma sí piccina!
Né l'apa sol, ma ciò ch'umor palustre
nudrisce, dico, o riscaldata brina,
donde sbucarse veggio tarli e culci,
vespe, cicade, mosche, ragni e pulci.
Dimmi tu, senso altier che a tutta puossa
intender cerchi Dio né mai lo aggiugni,
perché, s'han elli sangue, nervi ed ossa
sol per sapere, non te stesso impugni?
perché sottrarsi da qualche percossa
lor presti miro, che morte no 'i giugni?
Segno evidente ch'in tal corpicello
non men la madre oprò ch'in un gambello.
Ch'instrusse mai quella solerte vespa
svenar il ragno e trasferirlo al speco,
dove co' piedi e rostro pria l'increspa
e tienlo poi, qual uovo, in grembo seco,
in fin ch'un figlio in quella tana crespa
gli nasca d'ale privo, ignudo e cieco,
ma di troncate mosche tanto 'l pasce,
ch'egli giá vespa salta fuor di fasce?
Qual mastro dito a l'errabondo fuso
volve di quel del ragno piú bel stame,
ch'or suso va cosí veloce, or giuso,
nodando, per far preda, l'alte trame?
Poi, ne la stanza pendula rinchiuso,
attende al varco, per scemar la fame,
qual animal vi caschi ne le stuppe,
che con prolisse gambe ravviluppe.
Né la formica men sagace parmi,
ch'ognor s'affanna per schivar il stento.
Di quanta forza veggio che co' l'armi[316]
e schiene va burlando il gran frumento
(cosí nel far teatri grevi marmi
sòlsi condur per gli uomini al cimento),
poi l'incaverna e fiedelo col rostro,
che non s'imboschi dentro l'ampio chiostro!
Ecco sen passa d'una in altra forma
quel vermo onde la seta for s'elice.
O bell'instinto natural e norma,
che sanza le sua fila né testrice
né aurefice ben soi trapunti forma!
Taccio l'ovra del candido bombice
che dal svelto per pioggia fior di querza
nasce cangiato in fin la volta terza.
Mille altre spezie de la picciol greggia
pospongo agevolmente or in disparte.
Segue ch'io solamente l'ampia reggia
de l'ape contemplando chiuda in carte;
ché 'l magistrato lor forse pareggia,
se non in tutto, il nostro almen in parte,
sí come quelle c'han statuti e legge,
né manca il duca lor che le corregge.
Anzi de la piú parte da' suffraggi
lo eletto imperator sostien la verga;
satelliti, littori, servi e paggi
vannogli sempre appresso ovunque perga.
Esso le pene simili a li oltraggi
librando va: però non è chi s'erga
soperbamente contra lui, ché amando
temesi un rege piú che minacciando.[317]
Non come l'altre l'umido mucrone
(armollo assai sua maiestade) cura.
Mentre la plebe strenua compone
senza Vetruvio tanta architettura,
egli sta sopra e lor case dispone,
servando (ove convien) modo e misura.
Non esce mai di corte se non quando
del popol manda una gran parte in bando.