NATURA

Figliuol, giá strinsi a l'altre cose un nodo,
donde sferrarsi quelle non potranno,
se Dio non le ritorna al primo sodo.
A te con li altri, che saputi vanno,
diede l'alto motor un liber giovo,
che o lor in pregio vegna o lor in danno.
Però mistier non è ch'io batta 'l chiovo;
altro braccio del mio sovente il preme;
tu stesso il sai che 'l fatto non t'è novo.
Ragion, memoria, e lo 'ntelletto insieme[311]
sceser in te da le soperne idee,
c'han di tua libertá le parti estreme.
Se mai verrá che contra 'l ben si cree
pensier in te, non temer, che non senta
le voglie entrate se sian bone o ree.
Perché la scorta tua sta sempre intenta
del cor al varco e sa chi va chi viene,
né in darti avviso mai fia pegra e lenta.[312]
Però ch'io sol la rabbia in te raffrene!
forse tempo verrá che da me impetri
de le stagion di foco e ghiaccio piene.
Ché quando sia che i dí brumali e tetri
volgerti il chiaro ciel sossopra miri,
e i monti neve, e i stagni farse vetri,
nostra in balía sará che 'l mondo giri,
lo qual il tempo adorno riconduca,
e l'erbe e' fior novellamente aspiri.
Ma non sia ch'alcun serpe mai t'induca
de l'arbore vietato a côr il frutto,
che ancide altrui se 'l morde o se 'l manuca.

TRIPERUNO

Piú tosto il sol fermarsi e 'l mar asciutto
forse vedrò, che mai contra la voglia
cosa mi faccia di chi move 'l tutto.
Ma scoprimi tu giá (quando che foglia
mai senza tuo vigor non penda in ramo)
quanto sii vaga e bella sotto spoglia!

NATURA

Qual pianta, qual augel, qual fiera piú amo
di te, saggio animal? Però mie cose
io piú mostrarti, che tu veder, bramo.
Voi dunque, freschi rivi, piagge erbose,
opachi colli, cavernosi monti,
campi de gigli, de ligustri e rose;
voi, rilevate ripe, laghi e fonti,
riposte valli, ruscelletti e fiumi,
ch'anco miei segni non gli avete cònti;
anzi del ciel voi fiammeggianti lumi,
quella vertú spandete a l'uomo nostro,
ch'omai l'assenni e del mio ben l'allumi!
Nel cui servigio mosse l'esser vostro[313]
un Dio: però ch'ei sol v'intenda lece,
al qual faceste un altro piú bel chiostro;
chiostro di tante stelle ornato in vece
d'un bel trapunto, ove specchi e gioisca
le quattro e sette lá, qua l'otto e diece.
E quanto su contempla e giú, sortisca
in grazia tal, che lo 'ntelletto pigli
non men de l'occhio, e par a lui salisca.
Orsi, tigri, leon, lepre, conigli,
pantere, volpi, orche, ceti, delfini,
aquile, strucci, nottole, smerigli,
non sia de voi chi umile non s'inchini
a l'assennata forma, ovunque scorre
tra voi platani, abeti, faggi e pini.
Di tutte vostre cause in lui concorre
una dal sommo artefice criata,
che a l'uomo suo voi tutti ebbe a comporre.
Ma sento giá l'error! Ahi, scellerata
soperbia, che pur l'uscio trovi aperto,
ben cara costaratti quell'entrata,[314]
ch'io vengo il premio compensarti al merto!

TRIPERUNO solo

Se dir volessi a mille e mille lingue,
se por in carte a mille e mille penne,
col senno ch'ogni groppo ci distingue,
dramma del sommo ben ch'allor mi venne,
dapoi che l'alta donna con le pingue
di sdegno gote al ciel spiegò le penne,
direi che tra' mortali l'esser mio
saria non d'uomo anzi terrestre Dio.

Giá mai sí bel secreto fu di lei
né in erbe, fonti, pietre, stelle occulto,
ch'al subito girar de gli occhi miei
non mi restasse in l'alta mente sculto.
So ben che mille Atlanti e Tolomei
de l'intelletto, ch'oggi m'è sepulto,
non sen trarrebber una particella,
perché saliscon d'una in altra stella.

Ma, lasso! il chiaro vetro in ch'io solea
specchiar da fronte i secli, e poi le spalle,
per ch'io 'l trovai sí fosco? perché Astrea
piú star non volse meco in questa valle?
perché ridir non so quant'io scorgea
per un angosto ma soave calle?
Lassiamlo dunque; anzi a le cose parve
scendiamo, poscia che l'altezza sparve!