A l'integerrimo signor Alberto da Carpo
Signore mio, l'altissima cui fama
sin oltra 'l ciel ottavo s'alza e gira,
amor mi sprona e la ragion mi tira
dir quanto in terra ognun v'onora ed ama.
E mentre son per adempir mia brama,
giungendo rime al sòn di bassa lira,
mi resto e dico: — Ahi! mente mia delira,
che gir ti credi ove 'l desio ti chiama!
Chi salirà tant'alto? né la lingua
di Tullio e di Virgilio l'aurea tromba
potria montar di sua vertude al giogo! —
E pur, come che 'l stile mio soccomba
a quell'altezza tanta, non si estingua
di lui cantar un desioso fuogo.
Ad un altro Alberto da Carpo di tal nome indegno
LIMERNO
Caro germano, potriati facilmente pervegnire a le orecchie che, favoleggiando noi, Fúlica e Triperuno insieme, ed io con loro, de la miracolosa dottrina de uno asino, mi occorse adducerti in testimonio o sia esempio di coloro li quali, non sapendo parlare, si intromettono temerariamente fra gli saputi e savi uomini a ragionare de li altrui fatti e costumi, volendosi elli con lo biasmar altri mostrarsi di qualche onore e reputazione degni. E perché tu da me ti chiamarai forse oltraggiato essere e vituperato, ti rispondo, nanti tratto, che con l'altre tue bone condizioni matto ancora ti mostrarai, quando in te non voglia patire quello che in altro giammai non cessi adoperare, io dico ne l'altrui fama e onore. Dimmi, uomo dappocaggine che tu ti sei, con che ragione, con che giustizia, con qual caritade tu con quell'altro che fiorentino si fa, Sebastiano «puzzabocca», e con altri toi simili furfanti, a li quali ben sta quella sentenzia del mio barbato Girolamo: «Possident opes sub paupere Christo, quas sub locuplete diabolo non habuerint»; per qual, dico, necessaria cagione non mai vi straccate di cercare far danno ne la fama ed onore del giovene innocente Triperuno? in che cosa egli vi offende, diavoli che voi siete? Ah maladetta rabbia di questa invidia! come se indraca piú, come se invipera nel sangue innocente, perché sa, perché vede lui aver posseduto di libertade lo paradiso terrestre, de lo evangelio la luce anti smarrita, d'un Orso mansuetissimo la grazia! Roditi dunque da te istessa, o conscienzia diabolica, la quale, per tua soperbia, lo perduto seggio a l'uomo esser donato vedi! Lasciatelo stare in vostra malora, arrabbiati cani, ché egli non pur non vi offende, ma si sdegna pensar cosí bassamente de voi, malvagi e invidiosi spiriti, non tutti dico, non tutti appello, anzi lodo e reverisco li uomini quantunque rari conscienzienti. Ma tu, Alberto, al quale un tal nome di quello non pur accostumato e saputo signore ma profondissimo filosofo cosí conviene come ad uno asino la sella d'un bel destriero, per mio consiglio studiati avanti di meglio raffrenar la lingua, che non facevi lo tuo cavallo grosso, al tempo de le barde, essendo soldato vecchio; che nol facendo, mostrarotti una penna di oca piú eloquente essere che la lingua d'uno baboino. Guardati!
FINE DEL VOLUME PRIMO.
NOTE:
[1] Mater prima, secunda soror, mihi tertia neptis.
[2] Maledictus homo qui negligit honorem suum!
[3] Sales animo languenti amarae sunt.