TRIPERUNO.
Poscia che vide, per Industria ed Arte,
Natura finalmente l'uomo in piede
correr veloce in questa e 'n quella parte,
ed esser l'animale, il qual possede
alto saper e di ragion dottrina,
che fôra poi d'eterna vita erede,
con lieto e dolce aspetto a me s'inchina,
qual mansueta madre che al figliolo
prima di sdegno fu cruda e ferina.
D'innumerabil figli dentro il stolo
da lei fui ricondutto al bel giardino
dove altrui vive lieto e senza dolo.
Quivi sotto 'l pacifico domíno
ed aurea stagione di Akakía,[117]
vissi gran tempo semplice bambino,
fin ch'indi mosso poi, per lunga via,
fui ricondutto a ritrovar Altèa[118]
e l'altra donna che 'n nostra balía
commette ambe le strade e bona e rea.
DE LA PUERIZIA ED AUREA STAGIONE
EUTERPE.
Giá rinnovella intorno la stagione,
ch'eternamente verdeggiar solea
prima ch'avesse Astrea[119]
gli uomini a sdegno e sé tornasse ai dèi,
lasciando in lor quell'altra cosí rea
che li arde, mentre Febo alto s'impone
al tergo di Leone,
o quella che dai monti iperborèi
riporta il gielo a gli afri e nabatei.
Or che l'occhio del ciel aggiorna in Tauro,
or che 'l fior spunta ove 'l ghiaccio dilegua,[120]
or che 'l scita co' l'indo vento tregua[121]
fatt'hanno e dato è in preda il tempo al Mauro,
Zefiro torna incolorar i lidi,[122]
e i pronti a tesser nidi
vaghi augelletti, per lor macchie errando,
natura van lodando,
c'ha ricondutto cosí lieti giorni,
d'aura gentile, d'erbe e fronde adorni.
Férmati, Apollo, pregoti, nel grado,
ch'oggi ascendendo e poggi e selve abbelli,
e gli aurei tuoi capelli
tempratamente spandi a l'universo;
onde amorosi, leggiadretti e snelli[123]
ne vengon gli animali tutti al vado
non d'Istro, Gange o Pado,
ma del suo natural obbietto verso,
c'ha l'un de l'altro, quand'è 'l ciel piú terso,
verde la terra, il mar tranquillo e piano.
Férmati, Apollo, e 'n sí bel trono sedi,
fin che a le mani, al collo, a l'ale, ai piedi
del Tempo (egli scamparse a man a mano[124]
s'asseta, tant'è vano!)
Pirene ed Appennino sian appesi,
che non si parta e i mesi
porti con seco e l'aura e 'l dolce umore,
ch'or monta in ogni foglia, in ogni fiore.
L'aureo, gioioso e mansueto aprile,
ch'or sparger d'ombre i verdi campi veggio,
piacciali eterno seggio
qui prender nosco, ch'altri non succeda.
Partito lui, si va di mal in peggio;[125]
mentre vi spira l'ausura a gentile,
Parca non sia, che file
umana vita, e Morte a Pluto rieda,
sol ombre ove posseda;
rinverdasi da sé omai la terra;
valete aratri, marre, falci e zappe!
non più vepri saranno, cardi e lappe.
Quella natia vertú che 'n lei si serra,
senza ch'altri la sferra,
uscendo stessa ci dimostra quanto
sia di natura il manto
piú bello senza l'arte e piú verace,[126]
ch'opra di voglia piú de l'altre piace.
Ecco di latte scorreno giá i fiumi,
sudano mèle i faggi, olio li abeti,
e su per que' laureti
celeste manna ricogliendo vanno
le virgin ape; e i rosignoli lieti,
c'han d'or' le penne, entro purpurei dumi
nidi d'argento e fine perle fanno,
securi di rapina o d'altro danno.[127]
L'impaventosa lepre lato al cane,
l'agnella presso al lupo queta dorme,
ché tutti li animal, giá in lor conforme,
natura tiene in sue medeme tane:
securi pesci e rane,
questi da lontra, quelle da le biscie:
non è chi strida o fiscie
l'un contra l'altro per stracciarsi 'l pelo,
ché l'aurea etade giá scese dal cielo.
Date quiete, posti li aspri giovi,
a' vostri armenti omai, duri bifolci,
ed a que' fonti dolci
lasciateli appressare! né quel rivo
di voi sia alcun che piú 'l sostegna o folci,
né chi di loco a loco lo rimovi,
ché 'n questi giorni novi
non è di libertá chi venga privo.
Cantate anco, pastori, ché l'estivo
e freddo ardore non privar piú deve
di latte od appestar e' vostri greggi!
Non piú clamosi fòri, non piú leggi,
ché ciò vita gioiosa non riceve.
O giovo dolce e leve
a l'uomo ancora, il qual sprezza fortuna,[128]
siagli pur chiara o bruna,
ché chi vivendo non fa oltraggio altrui
securo di l'aurea stagion è in lui.
E simplicetta e pueril canzone,
come richiede il suo stesso soggetto,
fu questa mia, dottissime sorelle;
di che a voi chiama: — Non son io di quelle
che, Urania, scrivi con sí bel soggetto
e n'empi il sino e petto
ai duo novi Franceschi, l'un ch'agnelli
canta, lupi e ruscelli,
l'altro del Senator l'alta pazzia!
Ma chi fa il suo poter con gli altri stia.
FINISCE LA PRIMA SELVA DEL TRIPERUNO.
DIVVS VATES
OPTIMA QVAEQVE DIES MISERIS MORTALIBVS AEVI
PRIMA FVGIT SVBEVNT MORBI TRISTISQVE SENECTVS
ET LABOR ET DIRAE PARIT INCLEMENTIA MORTIS