Limerno. Alquanti persianisti pedagogi o pedantuzzi.
Merlino. Che cosa dicono?
Limerno. Cotesta lingua essere cagione di lasciar la romana.
Merlino. Ed io nel numero di costoro mi rallegro essere, ché di te e d'altri toi simili ignoranti maravigliomi, li quali, non intendendo dramma de la tulliana facondia e gravitade virgiliana, vi sète totalmente affisi ed adescati al «quinci», «quindi», «testé», «altresí», «chiunque», «unquanco», «altronde», ed altri dal tosco usitati vocaboli.
Limerno. Ah volto di tavolazzo, ubriaco che tu ti sei! presumi tu forse di tanta sufficienzia essere che tu poscia la sublimitade de la toscana lingua diminuire?
Merlino. Ah muso di giottone e forca che tu ti sei! ardisci tu dunque cotanto lodare lo stile petrarchesco e boccacciano, che la romana eloquenzia, non essendo da te nominata, da te riporti infamia?
Limerno. Tu ne menti molto bene, ché non biasmo io la romàna lingua.
Merlino. Tu ne stramenti molto piú, ché, mentre innalzi[209] quella troppo, questa abbassi e deonesti molto.
Limerno. Deh, vedi cotesto poetuzzo macaronesco in che modo non pur giudice ma advocato di Tullio e Virgilio da se medemo si constituisse!
Merlino. Deh, mira cotesto zaratano lombarduzzo come si mette al rischio di saper ragionar toscano, ove egli non men si affá d'un asino a la lira!