Limerno. Che zaratano? che lombarduzzo? Come se un conte di Scandiano, un Ludovico Ariosto, un Tebaldeo, un Lelio, un Molza ed altri molti valentuomini non fussero in Lombardia nasciuti!
Merlino. Non sei tu giá del numero loro?
Limerno. Desidro esserne: onde ogni mio studio è di, se non eguarmi, almanco appressarmi a loro.
Merlino. Molto luntano tu li vai!
Limerno. Lo bon animo non vi manca. Ma tu come hai bene osservato le divine vestigia di Virgilio in quel tuo perdimento di tempo!
Merlino. Quale?
Limerno. Quel tuo volume dico, nel cui sobbietto le prodezze de non so chi Baldo cachi e canti.
Merlino. Quanto al cantare non ho io giá da imitare Virgilio, quando che del mio idioma, lo quale sopra tutti li altri appresso di me vien reputato nobile, io non mi tegna aver superiore alcuno; ma quanto al cacare, non voglioti rispondere altrimente, perché, se ne l'opera mia son stato io sin a li galloni in quella tal materia puzzolente, tu, Limerno mio, sin a gli occhi ti vi sei lordamente voltato. Però lasciamo, pregoti, questo soprabbondevole ragionamento in disparte, ché tu ed io abbiamo in ogni modo strabocchevolmente errato.
Limerno. Io tolsi lo nome solamente di Pitocco per dire un tratto lo mio concetto.
Merlino. Ed al soggetto, qual è quello, non accascava se non malagevolmente il nome di Pitocco, ed anco dedicarlo a un signore non si doveva.