Merlino. Quando che non mi dilettino molto le cose tue, e consequevolmente non ti presto udienza se non sforzato.

Limerno. Non è mio veramente: io giá fora d'un scrigniolo quello rubbai dentro di Lementana, o Nomentana meglio diremo,[222] luntano da Roma diece migliara; castello nobile sí per la vecchiezza di esso sí per la generosissima famiglia de Orsini, di quello ed altre assai terre posseditrice e madonna. E benché io molte volte l'abbia per mio recitato, nulla di manco (mi confesso a te) non esser egli mio son certo, ma d'un Gian Lorenzo Capodoca secretario del signore del loco.

Merlino. Ora incomincia, ed io frattanto un sonetto voglioti comporre.

LIMERNO

Sia pur contrario a noi l'aspro furore
d'ogni stella crudel, d'ogni elemento,
ché l'ira sua non piega un stabil cuore:
latri chi vol latrar, io gli 'l consento,[223]
ché tanto si alza piú la fiamma accesa
quando lei spegner vole un picciol vento.
Qual piú lodevol, qual piú chiara empresa
d'una costante, d'una fede pura,
ch'odio non teme né di sorte offesa?
Un fermo scoglio d'onde non ha cura
né un stabil cuore di qualunque oltraggio,
ché fede intorno a lui piú allor s'indura.
Sol ne gli affanni si conosce il saggio,
lo qual, per ch'un bersaglio sia di sorte,
non parte mai dal cominciato viaggio.
Né di ferro minacce né di morte,
mentre animosamente spiega l'ale
di fede, mai paventa un uomo forte.
Però la forza lor in noi che vale?
Giá chi congiunse il ciel altrui non scioglie
perché non svaria mai corso fatale.
Lasciali pur empir lor empie voglie:
livido cuor sol di se stesso è pena,
e chi semina tòsco, tòsco accoglie.
Pingon in ghiaccio e solcan ne la rena,
e quelli de le pugna al vento dánno,
che rodon la fidel nostra catena.
Ma tu la lor malizia, il loro inganno
impara di conoscer, e lor fraude,
ché bello è l'imparar a l'altrui danno.
Se ride 'l tuo nemico, se 'l t'applaude,
tu similmente applaudi e ridi ad esso,
ch'esser falso co' falsi è somma laude.
Se ancora ti minaccia e morde spesso,
contienti d'ira, ché ti fia gran palma:
summa vittoria è 'l vincere se stesso.
Non dé' turbarsi un'incolpevol alma,
s'ognor in lei piú l'odio si rinforza,
ch'un gir leal non sa peso né salma.
Ma se considri ben sua debil forza,
tu riderai di lor invidia ed onte:
ardor di paglie subito s'ammorza.
Sian dunque lor insidie occulte o cònte,[224]
osserva quelle e queste ridi e sprezza,
ché 'l bon nocchier, se tien la fronte a fronte
di sorte accortamente, mai non spezza.

MERLINO E LIMERNO

Merlino. Oh quanto m'è giovato questa dolcezza!

Limerno. Or vedi tu dunque che sin a te la soavitade di rime toscane sono aggradevoli?

Merlino. Per qual segno conosci tu in me cotal effetto essere?

Limerno. Come! tu non hai giá detto questa dolcezza averti non poco gradito?